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La vittoria di Pierre Rolland a Canazei e l'elogio del ciclismo come "epopea collettiva"

Il Giro del Touring: il semiologo, il paladino e il Cavaliere verde

di 
Gino Cervi
23 Maggio 2017
 
Per tutto maggio 2017, il sito del Touring Club Italiano - in collaborazione con Hertz - segue il Giro d'Italia edizione numero 100, partito il 5 maggio da Alghero per concludersi il 28 maggio a Milano. A raccontarci le tante storie del Giro d'italia 2017 è Gino Cervi, scrittore e giornalista, nonché cultore di storia del ciclismo, autore di volumi di storia dello sport e curatore di guide turistiche (tra cui molte del Touring Club Italiano). Seguiteci lungo le strade del nostro Bel Paese!
 
Il ciclismo come epopea
Sessant'anni fa per la prima volta si scrisse che il ciclismo era un fenomeno da osservare e studiare come un mito contemporaneo. A scriverlo fu uno studioso abituato a indagare – nella letteratura e nell'arte, ma anche negli oggetti materiali o nelle più diverse manifestazioni del vivere sociale – i segni che costruiscono l'alfabeto di una cultura collettiva, un semiologo che guardava dentro a un romanzo di Balzac o nella struttura e nella funzione di un giocattolo, nell'espressione del volto di Greta Garbo o nella forma estetica della Citroën DS (“lo squalo”, assai prima che arrivasse Nibali) e, dopo averli smontati pezzo per pezzo come un Lego®, ci trovava gli elementi minimi di significato, quasi fossero appunto lettere di un alfabeto comune. Il bel gioco aveva un nome: strutturalismo.
 
Dicendo che il ciclismo era un mito contemporaneo, quello studioso, non a caso francese, si riferiva per la verità al Tour del quale svelava l'intrinseca natura epica: il saggio infatti s'intitolava Il Tour de France come epopea. Già, ma l'epopea?
 
La prima fuga di Rolland 
 
Da Gilgamesh a Fausto Coppi
L'epopea è l'insieme di narrazioni poetiche incentrate sulle gesta eroiche compiute da un popolo lungo il percorso, storicamente attestato o ideologicamente reinterpretato, verso il raggiungimento della propria e non confondibile identità comunitaria. Gli antichi popoli della Mesopotamia, i sumeri prima e poi i babilonesi, riconoscevano le proprie origini nel racconto epico di Gilgamesh.
 
Lo stesso vale per i greci con i poemi omerici, per i latini con l'Eneide di Virgilio, per i germanici con la saga dei Nibelunghi o per il popolo serbo con i poemi medievali ispirati al massacro dai cavalieri cristiani subito per mano dell'esercito ottomano a Kosovo Polje, la piana dei Merli, nel 1389. Nella cultura letteraria occidentale, ebbero un ruolo decisivo le chansons de geste, quei poemi che si diffusero nella lingua volgare della Francia centro-settentrionale, tra la fine dell'XI secolo e nei tre secoli successivi, e che celebravano, prevalentemente, le imprese di Carlomagno e dei suoi paladini nella infinita lotta contro i mori.
 
 
Le chansons de geste
Qui però la fuga sta andando per le lunghe e di questo passo non ha molte speranze di arrivare al traguardo. Per rompere gli indugi, diciamo allora che la chanson de geste più importante e famosa, quella che avrebbe condizionato e fatto da modello, inarrivabile, per le successive è la Chanson de Roland composta a fine XI secolo e che racconta un fatto di trecento anni prima: la spedizione in Spagna dell'armata franca di Carlomagno che arrestò, è vero, l'avanzata dell'esercito saraceno di Marsilio, ma a costo di perdere la propria retroguardia nell'agguato di Roncisvalle, nei Pirenei baschi.
 
Vittima sacrificale di quell'impresa fu appunto Roland – che diventerà Orlando, innamorato o furioso, dei poemi cortesi quattro-cinquecenteschi e nel teatro dei pupi siciliani – , il cavaliere più forte e coraggioso, il paladino prediletto da Carlo che per non compromettere la vittoria dei franchi, sulla strada del ritorno, rinunciò a suonare l'Olifant – il potentissimo corno che avrebbe richiamato l'armata sui suoi passi, offrendola però fatalmente all'assalto dei mori nelle strette vallate pirenaiche – e morì. Come anche per i cavalieri cristiani guidati dal principe serbo Lazar a Kosovo Polje, l'epopea letteraria nazionale nasce da un'ecatombe.
 
Il gruppo allungato sui tornanti
 
Un, due, tre: Rol[l]and
Ricapitolando, visto che siamo quasi all'ultimo chilometro, e ci troviamo al seguito del Giro d'Italia e non a un seminario di filologia romanza: 1) c'è uno studioso francese che giusto sessant'anni fa scrive che le corse in bicicletta sono le moderne chanson de geste, e si chiama Barthes, Roland Barthes; 2) c'è la più famosa chanson de geste della letteratura occidentale che s'intitola La chanson de Roland; 3) e, finalmente, c'è oggi un corridore che va in fuga dal primo chilometro di una tappa lunga 219, con tre Gran Premi della Montagna; e prima pedala in un drappello di avventurosi fuggitivi che strada, e fatica, facendo diventa sempre più esiguo; poi a 8 km dall'arrivo ha ancora la forza di scattare e andare a vincere solo sul traguardo di Canazei.
 
Quel corridore è francese, ha trent'anni, corre da dieci nei professionisti, ha vinto in carriera molto di meno di tutte le volte che è andato in fuga, appartenendo a quel genere di corridori ciclisti che fa innamorare delle corse in bicicletta, perché le interpreta come gesta avventurose e non come un esercizio ragionieristico di convenienza –
 
Quello stesso corridore che ha confessato, via twitter, che la notte prima della tappa dallo Stelvio non è riuscito a prendere sonno per l'emozione di pedalare sulla salita che ha fatto la storia del ciclismo – e infatti il giorno dopo era così stanco da rimanere subito staccato – e, dopo la vittoria di ieri, in conferenza stampa, rispondendo finalmente a domande non convenzionali, ha dichiarato di sentirsi infinitamente meglio da quando ha smesso di pensare alla classifica finale, e può andare in fuga quando gli va – praticamente quasi sempre – senza doversi occupare troppo di tattiche e strategie; quel corridore, si chiama Rolland (con una “l” in più degli altri due, il semiologo e il paladino), Pierre Rolland.
 
Il trionfo solitario di Rolland a Canazei
 
Geografia omerica
Roland Barthes trovava che nelle corse in bicicletta in particolare la geografia appartenesse al codice dell'epopea: “Le tappe in primo luogo dei personaggi fisici, di continui avversari, identificati in quell'insieme di morfologia e di morale che definisce la natura epica […]. Il Tour apparecchia una vera e propria geografia omerica. Come nell'Odissea la corsa è un banco di prova e, al contempo, esplorazione universale dei limiti terrestri. Anche il Tour sfiora i limiti del sovrumano: sul Ventoux, ad esempio, ci si è già lasciati alle spalle il pianeta Terra, verso astri sconosciuti”.
 
Nella consapevolezza del suo essere corridore ciclista, depositario di una lunga tradizione, Pierre Rolland, la notte prima dello Stelvio, ha percepito la vicinanza incombente con il sovrumano e ne è rimasto schiacciato.
 
Superato il turbamento, ieri ha affrontato con lo spirito d'aventure che gli è proprio le strade che ieri hanno accompagnato la sua precocissima fuga e lo hanno incoraggiato scandendone le pedalate coi loro toponimi: il varco soleggiato dell'Aprica; il passaggio a Ponte di Legno – quasi un'iniziazione verso il Tonale – ; la discesa su Vermiglio con in dono la Val di Sole; lo scorcio verde della Val di Non, tra mele e castelli; la piana Rotaliana e i suoi paesi dal nome centauro, Mezzolombardo e Mezzocorona; la salita, tra vigneti di Müller-Thurgau e cespugli di rose a loro guardia, verso il Giovo e la val Cembra, dove i Franchi, ancor prima di Carlomagno passarono a fare razzie e distruzioni, secondo quanto racconta Paolo Diacono. Fino al trionfo di stendardi di fronte palazzo dipinto della Magnifica Comunità di Fiemme, nobile residenza estiva dei vescovi-conti.
 
"Come nell'Odissea la corsa è un banco di prova e un'esplorazione universale dei limiti terrestri"- Roland Bartes
 
L'investitura
Barthes sempre nel suo saggio affermava che, così come l'epica ribattezzava i propri eroi con fantasiosi appellativi, anche il grande ciclismo era solito coniare epiteti ed attributi per i propri campioni: Coppi era l'Airone, o il Campionissimo, Bartali Gino il Pio, o l'Uomo di ferro, Magni il Leone delle Fiandre, Federico Bahamontes l'Aquila di Toledo; e prima Giovanni Gerbi era stato il Diavolo rosso, e Binda il Trombettiere, François Faber il Gigante; poi vennero il Cannibale, il Gitano, il Tasso, il Professore, il Pirata...
 
Dopo l'impresa di ieri a Canazei, anche a Pierre Rolland, nato a Gien, città della Loira, dove nel 1429, dopo aver liberato la vicina Orléans, Giovanna d'Arco convinse Carlo VII a farsi incoronare re a Reims, tocca un'investitura, un nuovo battesimo. Crédit Agricole, Europcar, Cannondale: nelle livree indossate in carriera dal prode Rolland, torna con insistenza araldica il colore verde. Ai piedi dell'altare del Gran Vernel, un Carlomagno in vacanza, campeggiato come un socio Touring con camicia a fiori e tavolinetto pieghevole, lo ha nominato Il Cavaliere verde.
 
Campeggio a Canazei, 1951 /foto Archivio TCI
 
 
Il "Giro del Touring" è realizzato in collaborazione con Hertz, partner storico dell'associazione, che ha messo a disposizione di Gino Cervi una vettura ibrida Hertz Green Collection per seguire le tappe della Corsa Rosa. Per conoscere le convenzione riservate da Hertz ai soci Tci basta consultare la pagina dedicata.
 
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