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Le isole remote di Judith Schalansly per riscoprire il piacere di viaggiare con la fantasia

Parole in viaggio. Un atlante per sognare

di 
Tino Mantarro
20 Gennaio 2015
C'è tutta una generazione di bambini che è cresciuta spendendo ore e ore a fantasticare china su una cartina, viaggiando in punta di dita lungo linee di confine ben definite, curve di livello appena tratteggiate, rappresentazioni cartografiche di montagne marroncine, oceani color cobalto e deserti che sbiadiscono nel bianco. Sono figli degli atlanti, bambini che viaggiavano poco o nulla, per cui l'estero era un concetto astratto. Tanto remoto e irreale quanto l'isola del tesoro o la giungla di Salgari. Judith Schalansky è tra questi.

Grafica e scrittrice, Schalansky è nata nella Ddr negli anni Ottanta, quando viaggiare non era un opzione praticabile. Da bambina l'unica isola che poteva dire di conoscere era quella del mar Baltico dove andava in estate con i nonni. Ma era collegata da due ponti con la terra ferma e non l'ha mai considerata un'isola come quelle che piacciano a lei. Isole assediate dall'acqua, talmente distanti da tutto da rappresentare la quintessenza dell'idea stessa di isola. Perché, volendo vedere, anche la Groenlandia o la Sicilia sono isole: ma in questi casi l'insularità finisce per essere più un dettaglio che un carattere fondante.

Da grande Schalansky si è ritrovata a essere nata in un Paese che negli atlanti non c'era più. E ha sviluppato un rapporto complesso con le mappe: diffida dai planisferi politici ed è affascinata dalle illustrazioni cartografiche. Tanto affascinata da costruire un atlante tutto suo dedicato alle isole remote, pubblicato con edizione fedele all'originale tedesco da Bompiani (Atlante delle isole remote, pag. 144, 21 €). Cinquanta scogli in capo al mondo dove non è mai andata e mai andrà. Cinquanta isole che vanno dall'isola del principe Rodolfo, un puntino di ghiaccio a nord della Siberia, all'isola di Pietro I, 156 chilometri quadrati disabitati di rocce basaltiche 1850 chilometri a sud di Capo Horn. Isole di cui Schalansky racconta la storia, vera o letteraria che sia, confezionando un libro bello e raffinato.

Bello fisicamente perché appena lo vedi ti viene voglia di prenderlo in mano e odorarlo, accarezzare con il palmo aperto la copertina, soppesando la carta per riscoprire il piacere del libro come oggetto. Bello perché l'ha composto tutto lei: dall'impaginazione ai caratteri tipografici, dal disegno delle mappe alle virgole tra una parole e l'altra. Bello perché forse non è propriamente un libro di viaggio, visto che l'unico posto che ha visitato per scriverlo sono biblioteche e rigattieri. Ma ti permette di viaggiare sognando su isole che spesso sono solo nomi su una mappa. Il resto è da scoprire. O da sognare, proprio come quando si scorreva una cartina con un dito, da piccoli, chiedendosi: chissà come sarà mai vivere a Tristan da Cunha.
 
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