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Pyongyang Blues, il racconto di quattro anni vissuti nell’ultimo baluardo del comunismo

La Corea del Nord vista da dentro

di 
Tino Mantarro
3 Gennaio 2020
Quando viaggiare non è un’opzione praticabile per i motivi che tutti sappiamo ed è giusto fermarsi e stare in casa finché l’onda non sarà passata. E dalla poltrona del salotto, dalla sedia in balcone, dal comodo del proprio divano si può comunque continuare a muoversi con la mente mettendo in pratica quello che i britannici chiamano “armchair travel”, ovvero la lettura di libri di viaggio. Reportage che permettono una innocente evasione in compagnia di chi è partito per saziare la sua curiosità o lo spirito d’avventura ed è tornato per raccontarlo. Racconti di prima mano di mondi lontani e diversi, esperienze ricche di passione, empatia e divertimento spesso in zone periferiche che magari mai visiterete, ma che stuzzicano fantasia e voglia di scoprire. E poi, chi lo sa, non è detto che a emergenza finita, non si decida di partire con un libro sotto braccio per visitare i luoghi di cui si è letto in questi giorni...
Ecco la quattordicesima tappa.
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Parlando di libri di viaggio poter dire che è un racconto onesto è già un bel complimento. E Pyongyang Blues di Carla Vitantonio (Add editore, pag. 288, 18 €) è assolutamente onesto nel raccontare la vita di un’espatriata in quel buco nero della nostra conoscenza che è Corea del Nord. Così ne esce un libro che non è la solita denuncia di quanto sia dittatoriale, spietato e un poco spostato il Kim di turno che governa da Presidente Eterno l’ultimo Paese davvero comunista del pianeta, ma un racconto di prima mano di come si vive da stranieri nel “Paese del Male”. E lo può essere perché Vitantonio ha vissuto per anni nel Paese asiatico, prima come insegnante di italiano all’università, poi come cooperante e capo di un progetto per la disabilità. E allora, trovatene un’altra con la stessa incredibile esperienza.
 
 
Il bello del libro è dunque proprio questo: per la prima volta – forse la seconda, dopo il fumetto di Guy Delise – soddisfa la sete dei curiosi che vorrebbe sapere come è davvero la vita a Pyongyang. Che cosa mangiano, dove fanno la spesa, come si comportano in pubblico, in privato, a scuola, al lavoro, i coreani del Nord? Che cosa sognano e come vivono? Domande di difficile risposta anche per chi lì ha vissuto, più che altro perché, si capisce leggendo, c’è davvero un mondo a parte dove sono confinati gli stranieri che vivono nella capitale della Corea del Nord. Un mondo e un sacco di filtri culturali, veri come direbbe un antropologo, o indotti dal regime.
 
Un mondo a parte chiamato villaggio diplomatico – un quartiere costruito negli anni Ottanta da operai dei Paesi fratelli, Germania Est e Polonia – dove sono letteralmente confinati gli espatriati, che nella loro vita fuori dalle mura sono seguiti dal loro Kim personale. Nel suo caso, un professore di italiano che ha la responsabilità di prendersi cura dello straniero e vigilare che non faccia nulla che non sia previsto o che vada troppo fuori dagli schemi di comportamento assai rigidi previsti dal governo: «un novello Virgilio, un angelo custode, una guida nel Paese dei balocchi, insomma: una spia».
 
 Pyongyang Blues è così il vivace e  ovviamente assai personale racconto di quattro anni di vita stanziale in Corea del Nord, dall’estate 2012 fino al 2016. Una vita scandita dai tagli di corrente, dalla mancanza d’acqua e da un ritorno al ritmo delle stagioni, che già di per sé è una notizia. Stagioni che cambiano la luce della città, gli odori delle strade – sono piuttosto penetranti nei mesi del kimchi, il cavolo fermentato base della cucina coreana – e le abitudini degli abitanti. Perché l’inverno, in cui tutti devono spalare la neve o sbrinare le strade (il sale non si usa, rovina le macchine è la giustificazione ufficiale), è davvero duro oltre il cinquantesimo parallelo.
 
Tutto è raccontato con verve e con un filo di sana ironia, qualità sconosciuta ai coreani (invero anche a quelli del Sud), ma che forse è l’unico modo per affrontare in modo relativamente sereno la vita in un Paese reale che sfocia spesso nel surreale e ancor più spesso sfiora vette di vera follia.
 
 
Anche perché puntualmente verso febbraio si rischia una crisi nucleare, con un acuirsi delle tensioni verbali verso l’esterno e delle ritorsioni verso chi vive nel Paese, con la minaccia di essere mandati via, il blocco dei conti correnti e altre amenità assortite che rientravano nel giro di qualche settimana, quando Kim finiva le schermaglie e si preoccupava di organizzare la nuova edizione dei Mass Games.
 
O come nell’anno della crisi dell’Ebola, che non c’entrava nulla con la Corea del Nord, ma era vista lo stesso come una minaccia per cui ogni occidentale che entrava nel Paese in base al suo passaporto (Paesi amici, Paesi nemici, Paesi incerti) veniva messo in stretta quarantena. Una vita “normale”, con picchi di grandi eventi, come il concerto dei Laibach, una non memorabile band slovena che nel 2015 è stata il primo gruppo occidentale a esibirsi nel Paese, o l’avventura di trovarsi per caso, nel caos di una parata, a cinque metri cinque proprio da Lui, quel Kim Jong-un che tremare il mondo fa.
 
Un libro interessante, onesto come un diario, o come una mail che mandi agli amici, in cui te ne freghi della censura – quella vera del coreano personale che legge le mail –, e quella che applica su di sé ognuno che si trova a vivere in una dittatura pervasiva. Perché c’è vita oltre alla propaganda, e adesso qualcuno l’ha raccontata.
 
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