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"Una cosa divertente che non farò mai più": reportage dall’industria delle vacanze galleggianti

Crociere, la splendida versione di David Foster Wallace

di 
Tino Mantarro
16 Aprile 2020
Quando viaggiare non è un’opzione praticabile per i motivi che tutti sappiamo ed è giusto fermarsi e stare in casa finché l’onda non sarà passata. E dalla poltrona del salotto, dalla sedia in balcone, dal comodo del proprio divano si può comunque continuare a muoversi con la mente mettendo in pratica quello che i britannici chiamano “armchair travel”, ovvero la lettura di libri di viaggio. Reportage che permettono una innocente evasione in compagnia di chi è partito per saziare la sua curiosità o lo spirito d’avventura ed è tornato per raccontarlo. Racconti di prima mano di mondi lontani e diversi, esperienze ricche di passione, empatia e divertimento spesso in zone periferiche che magari mai visiterete, ma che stuzzicano fantasia e voglia di scoprire. E poi, chi lo sa, non è detto che a emergenza finita, non si decida di partire con un libro sotto braccio per visitare i luoghi di cui si è letto in questi giorni…
 
Ecco la ventiquattresima tappa.
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«Dall’11 al 18 marzo 1995 io, volontariamente e dietro compenso, mi sono sottoposto alla crociera “7 notti ai Caraibi” a bordo della motonave Zenith, una nave da 47.255 tonnellate di proprietà delle Celebrity crociere, una delle volte venti compagnie di crociera che attualmente operano fra la Florida e i Caraibi». Era una crociera extralusso, a bordo circa 500 americani e il doppio di equipaggio. «Cittadini americani maggiorenni e benestanti che chiedono all’ufficio relazioni con gli ospiti se per fare snorkeling c’è bisogno di bagnarsi, se l’equipaggio dorme e a bordo e a che ora è previsto il Buffet di mezzanotte». Tra questi cittadini americani c’era anche David Foster Wallace, uno che di domande ne fa poche ma ascolta tanto, osserva altrettanto, e poi – nonostante l’ansia – scrive. «Devo dire che ho vissuto il reportage commissionatomi con una sorta di fobia della prestazione». 
 
   Il reportage era destinato alla rivista americana Harper’s e nella sua versione “libro” è una delle migliori letture possibili sull’industria delle crociere in salsa americana. Perché in definitiva Una cosa divertente che non farò mai piùedito in Italia da Minimum Fax che nel 1998 ha avuto il merito di pubblicarlo quando pochi avevano sentito nominare DFW al punto che è stata la prima traduzione all’estero di una sua opera – è un gran libro, c’è poco da aggiungere.  
 
O ce ne sarebbe tantissimo, ma toglierebbe il piacere semplice e diretto della lettura. Perché come tutti i libri di David Foster Wallace anche questo è tante cose insieme: una satira spietata sull’opulenza e l’industria divertimento di massa, un’analisi altrettanto spietata della società americana di oggi, una pagina di humor ben riuscita, un saggio dei viaggi possibili all’interno dell’universo emotivo dell’autore. E soprattutto un assaggio – per chi non lo conoscesse – di come a un certo punto sulla scena letteraria americana è mondiale sia arrivato un uomo bianco americano – David Foster Wallace – che ha cambiato i canoni dello scrivere.
 
 
Un uomo che imbarcato su quella motonave ha «visto spiagge di zucchero e un’acqua blu limpidissima (...) e ha sentito il profumo dell’olio abbronzante quando è spalmato su oltre dieci tonnellate di carne umana bollente». Ma anche visto «tramonti che sembravano disegnati al computer e una luna tropicale che assomigliava più a una specie di limone dalle dimensioni gigantesche sospeso in aria che alla cara vecchia luna di pietra degli Stati Uniti d’America che ero abituato a vedere».

Ma che ha anche «partecipato (molto brevemente) a un trenino a ritmo di conga» e chissà quanto vergognandosi. Un uomo che ha scritto un libro talmente ben riuscito che quasi paradossalmente ti fa venire voglia di prenotare subito una settimana a bordo di una qualunque nave crociera, per capire se davvero è una cosa divertente che poi non farete più.
 
 
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