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Emma Larkin racconta il Paese asiatico ripercorrendo i passi (e i libri) dello scrittore britannico

In Myanmar con George Orwell

di 
Tino Mantarro
24 Marzo 2020
Quando viaggiare non è un’opzione praticabile per i motivi che tutti sappiamo ed è giusto fermarsi e stare in casa finché l’onda non sarà passata. E dalla poltrona del salotto, dalla sedia in balcone, dal comodo del proprio divano si può comunque continuare a muoversi con la mente mettendo in pratica quello che i britannici chiamano “armchair travel”, ovvero la lettura di libri di viaggio. Reportage che permettono una innocente evasione in compagnia di chi è partito per saziare la sua curiosità o lo spirito d’avventura ed è tornato per raccontarlo. Racconti di prima mano di mondi lontani e diversi, esperienze ricche di passione, empatia e divertimento spesso in zone periferiche che magari mai visiterete, ma che stuzzicano fantasia e voglia di scoprire. E poi, chi lo sa, non è detto che a emergenza finita, non si decida di partire con un libro sotto braccio per visitare i luoghi di cui si è letto in questi giorni…
 
Ecco la quindicesima tappa
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Quando il Myanmar si chiamava ancora Birmania tra intellettuali e uomini di lettere circolava una battuta. «George Orwell non ha scritto solo un romanzo sul nostro Paese, ma tre: una trilogia che comprende Giorni Birmani, La Fattoria degli animali e 1984 ». Il primo racconta di prima mano il periodo coloniale inglese, quello in cui il giovane Eric Arthur Blair (vero nome dello scrittore britannico) vestito con un'uniforme color kaki e stivali scintillanti. Il secondo invece racconterebbe “la via birmana al socialismo”, ovvero il primo periodo della dittatura militare che prese il potere nel 1962. L'ultimo, 1984, invece dipingerebbe con visionaria accuratezza l'evoluzione del governo autoritario birmano sotto il generale Than Shwe.
 
 
Nel lungo periodo della dittatura le opere dello scrittore inglese, proibite, circolavano in versioni pirata, libretti economici copie dei tascabili Penguin, pagine gonfie di umidità tropicale, sporchi e malridotti dal tanto sfogliare. Meno di dieci anni fa, quando la transizione verso la recente apertura non era pensabile, sulle bancarelle si trovavano edizioni fotocopiate (ma con la copertina plastificata) che a un prezzo accessibile rendevano disponibili i libri di Orwell. Tra i volumi piratati che si incontravano per le strade di Yangoon/Rangoon si trovavano anche copie clandestine di Finding George Orwell in Burma, della giornalista americana Emma Larkin, tradotto in Italia da Add editore nella sua collana Asia, con il titolo di Sulle tracce di George Orwell in Birmania.
 
 Un libro particolare, qualcosa che si colloca in un'area compresa tra racconto di viaggio, saggio storico e biografia letteraria: un testo che costituisce una preziosa testimonianza di una dittatura autoritaria, raccontata a tratti con lo stile dello stesso Orwell. Saltando di continuo tra gli anni Venti in cui Orwell visse in Birmania – prese servizio nel 1922 e abbandonò la polizia di Sua Maestà nel 1928 – e gli anni in cui la scrittrice compie le sue ricerche sul terreno (la prima edizione è del 2004) Emma Larkin viaggia tra Yangoon, Mandalay, il delta del fiume Irrawaddy, Moulmein (dove Orwell era di stanza all'inizio) e Katha, l'ultima cittadina dove fu assegnato e dove ambientò il suo primo romanzo, Giorni Birmani. Luoghi che da allora non sono cambiati di una virgola.

«A parte il fatto che ovviamente non esiste più il governo coloniale, le città dove lavorò non sono cambiate molto ed è questo che mi ha spinto ad andare in Birmania la prima volta: il Paese è stato sotto il governo militare dal 1962 e da allora completamente tagliato fuori dal resto del mondo. Così non ha subito il frenetico sviluppo edilizio tipico del Sudest asiatico, come è successo per esempio per la vicina Thailandia» spiega la scrittrice.
 
 «Questo aver preservato i luoghi come erano è, in un certo senso, l'unico merito della dittatura, ammesso che sia un merito. Però ci permette di comprendere meglio Orwell, e immedesimarci nel suo soggiorno birmano, perché quel che racconta in Giorni Birmani è quel che ancora si può vedere oggi. Quando visiti Moulmein, ti accorgi che ha conservato quell'atmosfera di vecchio mondo. Questo è ancor più evidente a Katha, nella regione dell'Upper Burma: una località davvero remota, posta alla fine della ferrovia» racconta. Luoghi fino a pochi anni fa difficili da raggiungere, specie per un giornalista occidentale. La Larkin, che pubblica sotto pseudonimo, per scrivere il suo libro ha viaggiato in incognito imparando a indossare in pubblico la stessa maschera che i birmani sono stati costretti a indossare negli anni della dittatura.
 
Una situazione che quasi vent'anni dopo, nonostante formalmente la dittatura abbia passato la mano, è in parte ancora la stessa. Anche perché 50 anni di regime militare non si cancellano in un attimo. «Non c'è una modo veloce di dimenticare una dittatura che controllava ogni aspetto della vita politica, economica, sociale e culturale del Paese. Tutto in Birmania era strettamente censurato e sorvegliato. La maggioranza dei birmani, a parte quelli veramente anziani, o molto molto giovani, non hanno altra esperienza che la dittatura. L'eredità di quel periodo durerà anni: ci vorranno generazioni e generazioni per disfarsi dal suo impatto negativo, sia socialmente che psicologicamente». Una società quella birmana, rigidamente controllata e assoggettata alle follie del potere, che assomigliava tremendamente a quella raccontata da Orwell in 1984 e nella Fattoria degli animali. «Credo ci sia stata una interessante, inspiegabile, simmetria tra i suoi libri e la storia birmana per un lungo periodo di tempo» concorda Larkin.
 
 
«Ma non credo che possiamo limitarci ai concetti orwelliani, quando vogliamo comprendere quel che è successo in Birmania negli anni della dittatura» specifica. Anche perché lo scrittore non aveva previsto quel che poi sarebbe successo: le dittature a un certo punto finiscono. E quando finiscono la letteratura, paziente e immortale, si prende la sua rivincita. «In questo momento i libri di Orwell sono liberamente disponibili in Myanmar. Anzi, nel 2012 sono state pubblicate le traduzioni in birmano di 1984 e Giorni Birmani, che hanno anche vinto i premi letterari più importanti del Paese».
 
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