Scopri il mondo Touring

Un reportage per entrare nel mondo dei bambini soldati e nella storia di un Paese bellissimo tormentato dalla guerra

Parole in viaggio. I giovani vagabondi dell'Uganda

di 
Tino Mantarro
20 Agosto 2014
Leggendo un reportage di viaggio si cercano tante cose: avventura, passione, divertimento, empatia e verità. Non vuoi sapere vita, morte e miracoli di chi sta al potere, quelli si trovano sui libri di storia. Si cerca un racconto di prima mano di mondi lontani e diversi, zone periferiche che magari mai visiterai, ma che stuzzicano la fantasia e la voglia di scoprire. E poi, chi lo sa, prima o poi non è detto che uno non decida di partire con un libro sotto braccio. Per questo abbiamo selezionato dieci reportage per dieci settimane. Dieci scoperte del mondo partendo dalle pagine di un libro letto a casa o, ancora meglio, in viaggio. Ecco la quarta tappa.
 
Mentre la sera polverosa scende sulla cittadina di Gulu, nella regione degli Acholi nell'Uganda del Nord, piccole figure camminano svelte a bordo strada. Arrivati in città si accucciano dove possono, per terra, su un giaciglio improvvisato e si mettono a dormire. Hanno sei, sette anni, forse dieci. Sono bambini e bambine dei villaggi vicini che la sera vengono a dormire in città. I genitori li mandano via perché temono che possano arrivare i ribelli dell'Esercito del Signore di Joseph Kony e rapirli. Scappano dalla Savana, dall'incubo di venir rapiti e finire a ingrossare le fila dei soldati bambini che combattono la guerra paranoica di Kony contro il governo ugandese. Tra loro c'era Samuel, scappato dall'esercito straccione di Kony e adesso chiuso in un centro di recupero dove il reporter polacco Wojciech Jagielski lo incontra e inizia a raccogliere la sua storia. E nel raccontare la sua storia illumina quella recente dell'Uganda, una storia fatta di colpi di stato, di scontri etnici, di ferite post-coloniali e lacerazioni famigliari, presidenti paranoici e guerriglieri unti dal Signore.
 
Una storia terribile che però Jagielski riesce a rendere con una scrittura a suo modo lirica anche mentre racconta le peggiori stragi. Così sarà perché è polacco, sarà perché si parla di Africa, ma viene automatico pensare ai racconti di Kapuscinski, alle pagine di Ebano in cui descriveva un Continente alla ricerca di una propria via raccontando le storie minime di quelli che incontra per strada. Ecco, anche in Vagobondi Notturni (Nottetempo,pag 436, 20€) c'è molta strada e molta gente incontrata. Ma soprattutto c'è in abbondanza quella rara dote dell'empatia che segna la differenza tra un reportage che ti rimane in testa e uno che leggi e poi dimentichi. C'è il tentativo evidente di comprendere la storia di questo Paese devastato da una guerra continua e l'interesse per la psicologia dei ragazzi soldati: cosa pensavano mentre uccidevano? Cosa sentivano quando camminavano per giorni nella Savana? Cosa pensa di loro la gente dei villaggi?
 
Ed è un bel modo di raccontare, quello di Jagielski: costruisce un affresco profondo partendo da piccoli brandelli di storia, ma non perde mai di vista la complessità delle cose, la cornice storica e sociale di quel che vede sotto i suoi occhi. E lo fa continuando a porsi domande sul suo mestiere, sul nostro modo occidentale di vedere le cose, sul loro modo locale di interpretarle. Nel mentre riesce anche a raccontare la bellezza naturale del Nord Uganda, lo strano fascino di Kampala, l'atmosfera delle lande popolate dagli Acholi, la quiete prima della pioggia serale, l'umidità delle notte, l'aria coloniale dell'Acholi Inn, l'albergo di Gulu dove a bordo soggiornano i generali che hanno abbandonato l'Esercito del Signore. Vagabondi Notturni con le sue oltre 400 pagine è un ottimo libro. Un libro scritto tenendo sempre in mente che «in certe situazioni fare domande per un giornalista è come chiedere la carità». E se qualcuno ti fa la carità deve usarla bene, come Jagielski ha saputo fare.
 
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