L'autunno è tempo di vendemmia per chi, come i protagonisti di questa storia, hanno fatto del vino una ragione di vita. Vuol dire fatica, tra la raccolta e la pigiatura quando la si fa, come in questo caso, con i piedi in piccoli catini, come una volta. Ma "la fatica e la passione che c'è dentro un bicchiere di vino, aiuta a gustarlo di più" come dice Nino Perrino, un personaggio (e una storia) tutta da scoprire.

«Dopo la terza media non avevo più voglia di studiare, diciamo che la scuola non faceva per me. Mi piaceva troppo la campagna, vivere all’aria aperta, lavorare nella vigna». Era il 1961 quando Antonio “Nino” Perrino, allora quindicenne, scelse di dedicarsi all’uva e al vino. Sessant’anni dopo è ancora qui, ad accudire i suoi grappoli sul pendio che affaccia sulle case di pietra e il celebre ponte romano di Dolceacqua, borgo gioiello Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, in Val Nervia. E da quando, in quel lontano 1961, chiese a suo padre di poter lasciare i banchi di scuola e diventare vignaiolo, le cose nell’azienda agricola Testalonga non sono cambiate granché.

«Mio padre – racconta Antonio – è mancato sei anni dopo il mio arrivo in azienda, così ho continuato insieme a mia mamma Mariuccia, che ha lavorato con me fino a quasi novant’anni. Il vino lo faccio ancora come ho imparato da loro. Non solo non c’è chimica in nessuna parte della lavorazione, ma l’uva viene raccolta a mano e pigiata con i piedi, esattamente come si è sempre fatto. Nei primi anni 90 ho provato a “modernizzarmi” un pochino. Avevo preso una graspatrice, ma mi sono accorto che per il nostro vino il lavoro a mano era comunque meglio». L’azienda Testalonga è una delle 32 della Val Nervia che producono il Rossese di Dolceacqua, il vino tipico di questa parte del Ponente Ligure, e preservarne le caratteristiche dalle intrusioni della modernità è una missione per Antonio. Ad iniziare, appunto, dalla pigiatura con i piedi in piccoli catini, «uno dei momenti che dà più soddisfazione nel nostro lavoro».

Una vera vocazione quella di Antonio che, viste anche le piccole dimensioni della sua vigna – circa due ettari – si può dire che curi personalmente ogni singolo grappolo. «I nostri vitigni hanno mediamente 40 anni di età, alcuni superano i 70, e sono tutti coltivati ad alberello in sette appezzamenti che vengono vendemmiati separatamente. Per la fermentazione e l’affinamento utilizziamo solo botti di legno da 500 litri. In cantina poi non ci sono operazioni di alcun tipo, solo travasi. Nelle botti non viene utilizzato alcun lievito selezionato, la fermentazione è spontanea e senza controllo della temperatura, con rottura del cappello manuale tre volte al giorno». Oltre all’uva, insomma, l’unico ingrediente è il tempo. Il rossese deve maturare circa un anno nei tonneaux di rovere prima di poter diventare quel vino raro e prezioso che è sempre più difficile riuscire a comprare. «I produttori di rossese sono pochi, ci conosciamo tutti tra di noi, siamo amici. All’anno complessivamente vengono prodotte circa 350mila bottiglie. Noi siamo una piccola realtà, produciamo circa duemila bottiglie all’anno. Il vino che facciamo lo vendiamo tutto, anzi, spesso viene ordinato l’anno prima, anche perché ormai le nostre bottiglie, nonostante siano così poche, arrivano fino dall’altra parte del mondo». Così, può capitare di trovare bottiglie Testalonga negli Stati Uniti, in Canada, in Giappone, anche in Corea. «È iniziato tutto un po’ di anni fa, quando il mio vino arrivò in un noto ristorante di Torino. Poco dopo venne da me una persona che mi propose di venderlo negli Stati Uniti. Adesso ormai circa il 70% di quello che vendiamo finisce all’estero».

Insieme al rossese, Testalonga produce anche un vermentino, la cui produzione è un altro indizio della filosofia dell’azienda.  Il vermentino di Antonio Perrino si chiama, infatti, Bianco Testalonga: «Abbiamo dovuto rinunciare alla doc vermentino perché il nostro vino ha un colore diverso da quello canonico. L’uva è 100% vermentino ma viene prodotto con una vinificazione che prevede una macerazione sulle bucce per 5 giorni e un successivo affinamento nelle botti di rovere. Ne risulta un vino che è più torbido del classico vermentino e tende quasi all’arancione». Artigianalità e tradizione prima di tutto. Anche a costo di dover chiamare il proprio prodotto in modo diverso. Del resto, cambiare sistema, abbracciare la modernità, cercare di aumentare produzione e resa significherebbe snaturare il vino che Nino produce da quando era in pratica ancora un bambino. Ora, insieme a lui, in azienda c’è sua nipote Erica, laureata in giapponese, con esperienze professionali internazionali, convinta dalla magia di Dolceacqua, dalla passione di Antonio e dalla bellezza di queste vigne tra mare e montagna a cambiare vita. «È una grande soddisfazione lavorare con mia nipote. Grazie a lei abbiamo piantato qualche pianta in più, che tra un paio di anni potrà permetterci di produrre qualche bottiglia in più». Restando però fedeli a se stessi, convinti che il motto “Il vino si fa in vigna”, non sia soltanto uno slogan da marketing pubblicitario, ma una pratica reale e necessaria. Una convinzione evidente anche nelle etichette dei vini Testalonga, create negli anni 80, quando è iniziata la vendita delle bottiglie al dettaglio, rimaste uguali fino ad oggi e così lontane dall’immaginario “country chic” delle produzioni contemporanee. «Le nostre etichette con carta da pacco e grafica essenziale sono come noi: rustiche e semplici».

Per dimostrare quanto questo sia vero Antonio Perrino invita anche i suoi clienti a visitare insieme a lui i suoi vitigni di Arcagna e Casiglian, sopra Dolceacqua, perché «per poter apprezzare un vino, è meglio sempre vedere il terreno in cui è cresciuto e le persone che lo hanno prodotto. Vedere la fatica e la passione che c’è dentro un bicchiere di vino aiuta a gustarlo di più».

Per dare un’occhiata da vicino alla produzione Testalonga e al lavoro di Antonio e Erica Perrino si può visitare la loro pagina Facebook.

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Testo: Luca Tavecchio - Foto: Az. Agricola Testalonga