La val Còlvera è una piccola valle friulana fra le falesie calcaree e i boschi brillanti delle Prealpi Carniche. Qui si trova Frisanco, borgo Bandiera Arancione del Touring Club Italiano, che si sviluppa in numerose borgate e frazioni, spesso molto piccole ma suggestive.

Una caratteristica della valle è che sembra che l’aria fresca che l'attraversa porti con sé uno stimolo creativo altrove sopito o scomparso: qui, infatti, nascosti tra le case alte e strette in pietra arenaria, sotto un portico o un ballatoio, creano e lavorano numerosi artisti e artigiani, ispirati dal panorama e dalla tranquillità del territorio. Raccontiamo la storia di due di loro.

Carlin con una delle sue opere - Foto: Museo da li mans di Carlin
Carlin con una delle sue opere - Foto: Museo da li mans di Carlin

Il sogno di Carlin

"Qui sembra di vivere un po’ fuori dal mondo, in una fiaba. A volte mi immagino che esca un folletto da dietro un albero”. Carlo Beltrame, residente a Frisanco, porta lo stesso nome del nonno, classe 1912 e soprannominato Carlin.

Carlin ha respirato forse per primo quest’aria creativa della val Colvera. “Faceva il carpentiere, uno di quelli che sapeva costruire un po’ di tutto” racconta Beltrame. “È andato in pensione all’età di 60 anni. Da allora ha avuto un unico obiettivo: costruire in miniatura il suo paese come era nella prima metà del Novecento”.

L'interno del Museo -  Foto: Museo da li mans di Carlin
L'interno del Museo - Foto: Museo da li mans di Carlin

A uno a uno, tutti gli edifici del borgo e della vallata, anche quelli scomparsi, sono rinati sotto le sapienti mani di Carlin: rigorosamente in scala 1:10 e rispettando i materiali utilizzati per gli originali, dai mattoni delle case ai legni degli strumenti agricoli. “Sembrava impossibile che con le sue grosse dita riuscisse a realizzare i più minuti dettagli… e invece! Fino agli ultimi giorni della sua vita ha ricostruito chiese e battiferri, stavoli e carbonaie, senza stancarsi mai. È morto poco prima di compiere cent’anni”.

La straordinaria opera di Carlin è oggi conservata nel museo “Da li mans di Carlin”, inaugurato nel 2006 nella ex latteria di Frisanco. Soprattutto i dettagli dei mobili, delle stoviglie, degli attrezzi lillipuziani lasciano di stucco: sembrano essere usciti dalla casa di un… folletto.  

Qui maggiori informazioni sul museo.

Dettaglio di una casa - Foto: Museo da li mans di Carlin
Dettaglio di una casa - Foto: Museo da li mans di Carlin

Clarissa custode di una tradizione

Tra tutte le borgate del Comune, Poffabro è quella più leggiadra, un gioiello dell’architettura friulana di montagna. Qui si visita anche la mostra dell’associazione Scarpeti, custode della memoria della vallata, che presenta tradizionali manufatti in legno, ricami e lavori di cucito e gli scarpeti, della cui tradizione la giovane Clarissa Rosa Gobbo è diventata custode.

Clarissa Rosa Gobbo nel suo laboratorio a Poffabro
Clarissa Rosa Gobbo nel suo laboratorio a Poffabro

"In friulano la parola significa proprio scarpe” spiega Clarissa Rosa Gobbo “ma in realtà non sono scarpe qualunque: gli scarpeti tradizionali sono fatti a mano, ricoperti di velluto, a volte con la suola di gomma (in questo caso sono usati per lavorare), altre volte con la suola di stracci (e allora sono indossati nei giorni di festa). Ogni vallata ha la sua variante: la nostra, in val Colvera, ha un ciuffetto sulla tomaia”.

Scarpeti tradizionali
Scarpeti tradizionali

Gobbo, poco più di trent’anni, ci introduce nel suo laboratorio: compaiono scarpeti di tutti i tipi, da quelli tradizionali con il velluto nero ad altri reinterpretati in chiave moderna, sgargianti di mille colori, alcuni anche ricoperti di jeans. “Ho iniziato a fabbricarli quattro anni fa” racconta “avevo sempre visto la mia nonna e la mia bisnonna che li facevano, ma non avrei mai pensato di farlo diventare un lavoro. Poi ho visitato una mostra sugli scarpeti di tutte le famiglie della valle e mi sono detta… perché non provare? Anche perché qui ormai non c’è quasi più nessuno che li fa”.

L’idea ha avuto successo: Gobbo riceve richieste da tutta la regione e anche dall’estero e ha dovuto coinvolgere mamma (nativa di Poffabro) e papà (di Casasola) nella produzione, “altrimenti non riesco a star dietro alle richieste: ci vogliono 9 ore di lavoro per un paio di scarpeti, sperando che vada tutto per il verso giusto…”. Prossimo passo: aprire un negozio a Poffabro, per mostrare a chi passa per le vie del borgo cosa vuol dire reinterpretare la tradizione da parte di una nuova generazione.

Per maggiori informazioni, ci sono il sito e la pagina Facebook.

Scarpeti tradizionali
Scarpeti tradizionali