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Visita della Chiesa della Pinta e della Soledad e agli Oratori di San Mercurio e di Santo Stefano Protomartire

Fabio Rocca
Sabato, 17 Novembre, 2018

Visita a quattro oratori palermitani

 

            Il 10 novembre si è svolta la visita a quattro luoghi sacri palermitani. La nostra guida, Maria Luisa Montaperto, ha illustrato di volta in volta la storia degli edifici, la loro decorazione e il loro status attuale.

            La prima tappa è stata la Chiesa di Santa Maria dell’Itria o della Pinta. La prima denominazione tradisce l’origine bizantina (da Odigitria, colei che mostra il cammino) del luogo sacro, che era dislocato poco distante. Allorché nel 1620 il viceré de Castro decise di far edificare la porta che da lui prese il nome, all’inizio della via che copriva (e copre tuttora) il fiume Kemonia, l’edificio fu abbattuto e ricostruito poco distante.  In questo fu trasferita nel 1649 la Confraternita della Pinta, prima allocata nella chiesetta omonima sul piano del Palazzo, il cui nome derivava dalla presenza di una tavola “depinta”, raffigurante l’Annunziata. In questa chiesa nel 1539 era stato rappresentato l’Atto della Pinta, una sorta di sacra rappresentazione commissionata dal viceré dell’epoca, Ferrante Gonzaga, al benedettino Teofilo Folengo. Questo spettacolo, in cui larga parte aveva la musica, fu rimaneggiato e replicato più volte nel corso del secolo in occasioni solenni (arrivo di nuovi viceré, ambasciatori, incoronazioni di sovrani in Spagna).  La tavola, da poco restaurata, si può oggi vedere sull’altare maggiore della chiesa. Sotto il profilo artistico, è da segnalare la decorazione in stucco, realizzata intorno al 1682 (allorché la chiesa fu ancora una volta ricostruita) da Giuseppe Serpotta, fratello maggiore di Giacomo.

            Siamo poi passati al vicino oratorio di San Mercurio. Anche questo luogo sacro è l’esito di varie costruzioni, succedutesi nel tempo e non più utilizzate, anche perché site a una quota più bassa, esposta a inondazioni del vicino Kemonia. La chiesa odierna fu concessa nel 1572 dal Senato alla Compagnia della Madonna del Deserto o della Consolazione in S. Mercurio, che si prefiggeva di assistere nel trapasso gli ammalati del vicino Ospedale Grande (sito a Palazzo Sclafani). La chiesa, cui si accede mediante una scenografica scalinata a tenaglia, è dotata di un vestibolo, in cui si può ammirare il Ruolo dei Governatori della Compagnia, e di un’aula spaziosa, dove si tenevano le adunanze. Importante la decorazione a stucco, opera di un giovane Giacomo Serpotta: un tripudio di putti ed elementi fitomorfi, che arricchiscono le pareti, il cappellone e le finestre. Sulla controfacciata l’organo tra stucchi raffiguranti angeli musicanti; il bel pavimento in maiolica risale al secondo decennio del XVIII secolo.

            La terza tappa della nostra visita è stata la cappella di Nostra Signora della Soledad, appartenente ancor oggi alla Spagna (come la chiesa di S. Eulalia dei Catalani). Essa è di fatto l’unico elemento superstite dell’antica chiesa di S. Demetrio, concessa nel 1580 ai Padri dell’ordine della Trinità. Nel 1590 iniziarono per cura della Congregazione di Nostra Signora della Soledad le processioni dei misteri del Venerdì Santo, come usava in terra spagnola: la statua della Vergine annichilita dal dolore era portata per le strade, seguita dai confrati che si flagellavano a sangue. La ricca confraternita fu in grado di finanziare l’impegnativa decorazione a marmi mischi, minuziosamente descritta da Gaspare Palermo a metà Ottocento e che ancor oggi si può ammirare, perché la cappella fu risparmiata dalle bombe che nel 1943 distrussero tutto il resto della chiesa. I necessari lavori di ripristino furono effettuati a spese della Spagna nell’immediato dopoguerra. Oggi essa è gestita dalle suore Teresine.

            Infine abbiamo visitato l’oratorio di Santo Stefano Protomartire, di fronte al Monte di Pietà. Esso fu costruito dai Genovesi presenti a Palermo nei primi anni del Seicento. Importante il ciclo pittorico realizzato dal pittore genovese Bernardo Castello. Delle 15 tele, con scene della vita del Santo e il suo martirio, ne rimangono oggi otto, custodite al Museo Diocesano. La decorazione in stucchi si deve a Giacomo Serpotta e al figlio Procopio. Rimane il pavimento maiolicato ottocentesco, mentre gli arredi lignei (i sedili intorno all’aula, quelli destinati ai Superiori e ai sacrestani) sono andati dispersi o trafugati.  Dopo anni di chiusura e di degrado, l’oratorio è stato reso agibile e quindi concesso all’Associazione Extroart, che ne va completando il restauro e lo gestisce per eventi, concerti, mostre.

M. Antonella Balsano