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ABBAZIA SANTA MARIA DEL BOSCO, GIULIANA, CHIUSA SCLAFANI

Fabio Rocca
Sabato, 13 Aprile, 2019

Gita sociale del Touring  Club Italiano

Club di territorio di Palermo del 13704/2019

Abbazia di S. Maria del Bosco, Castello di Giuliana, chiese di Chiusa Sclafani.

Recensione a cura del socio Beppe Petrone

 

E’ stata un’esperienza meravigliosa, un susseguirsi di sensazioni forti, oniriche e coinvolgenti. Il paesaggio innanzitutto, verdeggiante, con estesi boschi, ampi prati, tanti piccoli e tortuosi  fiumi e ruscelli, animali al pascolo. Un paesaggio antico e quasi incontaminato, reso ancor più “vero” da una strada tortuosa ed estremamente panoramica che ci ha portati , come prima meta , all’abbazia di santa Maria del Bosco.

“Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che

nessun maestro ti dirà” recitava  Bernardo di Chiaravalle nell’epistola 106, n 2.

Nell’isolamento del bosco, mistici eremiti e asceti hanno sempre ritrovato il luogo ideale per ritrovare se stessi. Così è stato anche per noi del Touring di Palermo. Viaggiare è un po’ sognare, alcune mete di un “viaggio” sono anche meta dell’anima, realizzazioni di un sogno , magari mai ben espresso, l ‘abbazia di santa Maria del Bosco ne è una conferma. Stupisce, nella sua grandiosità, la bellezza incontaminata della costruzione, gli incantevoli chiostri, gli splendidi e condivisibili adattamenti ad uso moderno e fruibili da parte dei proprietari, certamente amanti del bello, delle tradizioni, della storia, dei ricordi di famiglia. La storia e il paesaggio intorno a questo eremo, sono, a loro volta , un viaggio nel presente, nel passato e nell’immaginazione onirica. Basti pensare a come si formò nel 1280 circa questo monastero. Dapprima per un convergere spontaneo nel bosco incontaminato, vicino a Dio e lontano dagli uomini di monaci, viandanti, asceti, eremiti , in gran parte provenienti dalla Francia, dalla Germania e dal nord Italia, uomini “sognanti” la vera fede, giudicati quasi eretici e, per fortuna, poi assolti dall’Inquisizione. Solo in un secondo tempo, dopo il 1500, seconda rifondazione,l’abbazia divenne prima benedettina e poi olivetana e assunse il maestoso aspetto attuale, restando però sempre un luogo dell’anima.

Seconda meta , borgo e Castello di Giuliana, splendido nido d’aquila. Anche qui passato, presente, moti dell’anima, immaginazione onirica si confondono e si integrano.

Il borgo meriterebbe di essere inserito tra quelli più belli d’Italia proprio perché lontano dal tempo e dal mondo, solitario e accattivante. Anche per questo è stato un bene avere affrontato l’erta salita, conquistare il nido d’aquila, appunto.

Il castello domina buona parte della Sicilia occidentale e si staglia fiero nelle sue forme e nel suo restauro. Si respira il tempo passato, si sente la presenza di quel gran re che fu Federico III d’Aragona e della sua corte, illuminato  re di Trinacria , e non di Sicilia per ben 40 anni ,per volere papale. Fu lui il vero fondatore del borgo  e del castello e vi soggiornò a lungo.

Molto belli i dialoghi con la nostra guida che raccontava dei fuochi che si accendevano sulla sommità della torre, “fani” di antica memoria, per comunicare a vista con altre torri e castelli.

Chiusa Sclafani e le sue chiese sono state una vera sorpresa. Il tessuto urbano del paese, la sua autenticità, le sue case di pietra, gli slarghi con prospettive di chiese ed edifici civili antichi e restaurati. Un paese vivo, non abbandonato all’incuria del tempo e della gente. Di notevole bellezza la badia vecchia, sapientemente restaurata e vissuta  e con panorama stupendo sul paese di Giuliana . Inaspettata la bellezza della chiesa di san Sebastiano con i suoi merletti barocchi e il suo organo seicentesco .

Mi si permetta una personale digressione . Quel che più mi ha colpito, al di là della grandiosità della chiesa madre è stata la sacra immagine del viso di Gesù. Nella cripta dove è custodita ho osservato con ammirazione una vetrata  istoriata di recente fattura, splendido connubio di paesaggi, immagini e colori, raffigurante la donazione dell’immagine fatta dal Papa al religioso fondatore della chiesa.

Ho scoperto con grande emozione essere opera , leggendo la firma, del giovane artista Dario D’Oca, figlio di cari amici, artisti tutti a 360 gradi,  da generazioni. Per uno strano caso della vita , al rientro , in serata, ho avuto modo di complimentarmi con lui per la sua poliedricità  artistica , nel teatro del quale è direttore artistico, e dove ho assistito ad un concerto di nicchia. Si tratta della “Cantunera, fucina culturale” che gestisce insieme ai genitori. E’ stata la degna conclusione di una giornata particolare.

 

Beppe Petrone