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L'analisi del Centro Studi Tci per capire come saranno le vacanze 2020

Turismo e coronavirus: da dove vengono e dove vanno gli italiani in Italia

di 
Centro Studi Tci
26 Maggio 2020
Che la ripresa del turismo a livello globale a causa della pandemia di coronavirus sarà lenta ce lo confermano i dati recentemente pubblicati dall’Organizzazione mondiale del turismo che prevede per il 2020 un decremento dei flussi internazionali compreso tra il -58%, nell’ipotesi più ottimistica in cui la ripartenza avverrà a luglio, al -78% in quella più pessimistica in cui il comparto si riavvierà soltanto a dicembre. Del resto, non c’è Paese al mondo che non abbia applicato restrizioni alla mobilità internazionale, fatto che non ha precedenti nella storia del turismo, da metà Novecento in poi. Si tratta dunque di uno scenario assolutamente nuovo e inimmaginabile fino a pochi mesi fa con i numeri del 2020 che saranno molto più simili a quelli degli anni Ottanta: un’era geologica fa per il settore in cui gli spostamenti erano molto più ridotti – non esistevano le low cost – e le tecnologie non erano un fattore così presente e “facilitante” come succede ora.

Per questi motivi, anche alla luce della situazione che stanno vivendo l’Europa e l’Italia, è ormai un dato assodato che il turismo troverà la propria àncora di salvezza nel breve, e forse anche nel medio periodo, nei flussi domestici, negli ultimi anni forse un po’ dimenticati dalle strategie di molti Paesi che, complice la globalizzazione, avevano puntato molto (e giustamente) sull’internazionalizzazione della domanda. Tendenza rilevata anche da noi come abbiamo già messo in evidenza in quest'articolo. Oggi ci troviamo, invece, in una situazione rovesciata: il sistema turistico nazionale guarda le regioni come faceva sino a poco tempo fa con i mercati europei, con gli Stati Uniti, con il Medio Oriente o la Cina, ovvero come potenziali generatori di flussi in grado di stimolare dalla prossima estate la ripartenza del settore.



Dopo il 4 maggio – tanto atteso per l’avvio della fase 2 – la nuova data su cui tutti gli occhi sono puntati, soprattutto per chi lavora nel turismo, è quella del 3 giugno. A partire da qual momento infatti, se gli indicatori del contagio non dovessero costringere a una marcia indietro, ci si potrà spostare senza autocertificazione tra le diverse regioni: il turismo dunque sarà finalmente una concreta possibilità.

Quali saranno i potenziali effetti sul settore nel momento in cui gli italiani potranno nuovamente viaggiare e quali regioni possono “guidare” la ripresa turistica? Secondo i più recenti dati Istat (Figura 1), le prime cinque per residenti sono Lombardia (10 milioni di abitanti), Lazio (5,9 milioni), Campania (5,8 milioni), Sicilia (5) e Veneto (4,9): da sole rappresentano ben il 52% della popolazione italiana, composta da circa 60 milioni di persone. La numerosità degli abitanti, però, non è l’unico indicatore da considerare in questo caso. Sulla propensione al viaggio incidono anche altri fattori: economici, sociali e geografici. Sempre Istat ci dice infatti che, se mediamente un italiano effettua per i motivi più diversi 1,2 viaggi all’anno, a livello territoriale ci sono differenze marcate, soprattutto tra Centro-Nord e Sud: nel Nord-Est si registra un dato di 1,8, al Centro di 1,5, al Nord Ovest di 1,3, mentre al Sud (0,6) e nelle lsole (0,5) i dati sono molto più contenuti.


Figura 1 - La popolazione residente nelle regioni italiane al 1° gennaio 2019 (mln)

Effettivamente, guardando questa volta al numero di presenze generate in Italia dai residenti nelle diverse regioni, vediamo come la propensione al turismo generi una fotografia differente (rispetto al solo numero di abitanti) di chi in realtà traini il comparto (Figura 2): le prime cinque sono infatti Lombardia (46,7 milioni di presenze), Lazio (21,5 milioni), Veneto (20,4), Emilia-Romagna (19) e Campania (17,2) che “producono” da sole quasi il 60% delle presenze domestiche totali. Se consideriamo parallelamente i dati della spesa turistica degli italiani in Italia – da una nostra stima circa 65 miliardi di euro – i lombardi contribuirebbero per circa 14 miliardi, i laziali e i veneti per circa 6,5 miliardi ciascuno, gli emiliani-romagnoli per quasi 6 e i campani per poco più di 5 miliardi di euro.


Figura 2 - Presenze domestiche per regione di provenienza dei turisti – 2018 (mln)

Da più parti in queste settimane si è prevista una ripresa del settore grazie al turismo di prossimità: si tratta in realtà, guardando ai dati, di un fenomeno già ben consolidato in molte aree del Paese. Non assisteremo quindi a un cambiamento radicale nelle abitudini per una parte consistente di popolazione italiana; a mutare sarà il modo con cui ci si approccerà all’esperienza turistica (mascherina, distanziamento sociale, file, rilevazione temperatura corporea ecc). Delle prime cinque regioni citate in Figura 2, infatti, ben quattro hanno come prima destinazione di viaggio lo stesso ambito regionale di residenza (fa eccezione la Lombardia che è secondo mercato per i lombardi). In particolare, si segnala che un terzo delle presenze prodotte dai veneti e dagli emiliano-romagnoli resta all’interno delle rispettive regioni. Ciò si spiega con il fatto che sono molto estese ma anche perché quasi tutte dispongono di un affaccio sul mare, elemento trainante del turismo domestico. Non è un caso quindi che sia proprio la Lombardia a fare eccezione e ad avere come primo mercato l’Emilia-Romagna (Figura 3).


Figura 3 - Prime 3 regioni di destinazione dei residenti nelle prime 5 regioni per flussi domestici - 2018

A fronte dello scenario delineato, si pone infine la questione di quali strategie potrebbero mettere in campo le altre regioni del Paese – oltre chiaramente a lavorare sui rispettivi mercati interni, ma certamente dai numeri molto più contenuti rispetto a quelli di cui abbiamo parlato sopra – per proporsi alle principali regioni di origine dei flussi. Probabilmente occorrerà un’azione di sistema, anche extraturistico, per garantire la sicurezza sanitaria, ovvero per far in modo che localmente si possano reggere eventuali recrudescenze del coronavirus anche tra i turisti e, dall’altra, una di prodotto. Ciò significa reingegnerizzare quelli tradizionali per farli funzionare in sicurezza – ricettività alberghiera, servizi di spiaggia, ristorazione, servizi museali ecc. – e puntare parallelamente a prodotti che per caratteristiche intrinseche presentano oggi meno fattori di rischio legati al coronavirus – ovvero tutte le attività che hanno a che fare con il turismo attivo e lento, per esempio – ma che necessitano di adeguata promozione e di servizi accessori – soprattutto digitali – che li possano rendere facilmente fruibili dai turisti.