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Tra decine di novità che escono ogni giorni alcuni libri rischiano di venir dimenticati. Ecco dieci usciti lo scorso anno da salvare

Dieci libri di viaggio da portare nel 2020

di 
Tino Mantarro
10 Gennaio 2020
Il mercato editoriale è una brutta bestia. Sforna talmente tanti nuovi titoli che non si riesce più a raccapezzarsi, figurarsi a trovare il tempo di leggerli. Così travolti dal flusso continuo delle novità rischiamo di perderci volumi belli e interessanti che sono usciti solo qualche mese fa.

Nel mondo dei libri di viaggio le uscite sono meno, ma sempre tante. Alcune, strillate come capolavori, non passeranno certo alla storia. Altre uscite in sordina magari per editori che non trovano troppo spazio negli inserti della domenica meritano invece di essere lette, o avere una seconda chance in libreria e sui vostri comodini: non sia mai che quest'estate decidiate di andare a Kaliningrad, o in Giappone. Questo è un elenco del tutto parziale e personale di dieci libri di viaggio usciti nel 2019 che a nostro giudizio meritano di essere letti, se ve li foste persi. Aspettando le novità del 2020...
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1. Una mappa per Kaliningrad di Valentina Parisi, Exòrma edizoni
Nei ricordi liceali Kalinigrad, almeno nella sua versione alla tedesca – Königsberg – è la città dove nacque Kant. Fine di quel che mediamente sappiamo su questa antica città commerciale affacciata sul Baltico. Eppure questa exclave russa stretta tra la Lituania e la Polonia, base missilistica ultrasegreta e dunque offlimits durante gli anni dell’Unione Sovietica, città che per anni è stata considerata un vero porto delle nebbie, luogo di malaffari di ogni sorta, tedesca nella memoria antica, russa nei fatti e nelle cose, è un luogo pieno di storie che varrebbe la pena raccontare. Come quella delle sigarette Jin Ling prodotte legante per il mercanto interno dalla Manifattura Baltica Tabacchi: una replica delle Camel con un muflone sul pacchetto giallo e destinata al contrabbando….
 
Storie come quella che racconta Valentina Parisi che va a Kaliningrad non a cercare Kant e la sua tomba, ma i ricordi del nonno che durante la Seconda guerra mondiale con migliaia di altri italiani era stato fatto prigioniero dopo l’8 settembre ed era finito in un campo di lavoro nazista, in questo caso nello Stalag 1A di Stablack a pochi chilometri dalla città. Ci va perché suo nonno ogni Natale mentre la Teresina gli serve il vitel tonné lui torna con la mente a quei mesi trascorsi a Kaliningrad, alla sbobba disgustosa che davano i tedeschi, alle notti senza luna in cui andavano di nascosto a cercare le patate nei campi. Costruito con uno stile narrativo che ricorda Sebald, oscillando spesso tra racconto personale e approfondimento storico, riflessioni e divagazioni (come la storia dell’ippopotamo Hans sopravvissuto ai bombardamenti del 1945) e arricchito di fotografie, Una mappa per Kaliningrad permette di scoprire che Königsberg, la città bifronte, è ben più della città dove è nato Kant.
 
2. L’assassino dalla città delle albicocche di Witold Szablowski, Keller editore
Brilla di personaggi da tutto il variegato paesaggio umano della Turchia il reportage letterario di questo autore dal nome ovviamente impronunciabile (Sz insieme, che cosa difficile) che rinnova la ricca tradizione di racconto dei luoghi che da decenni è la matrice della letteratura polacca, o almeno di quella che arriva fino a noi. Volutamente laconico nello stile, ma sempre finemente ironico senza mai scadere nell’arroganza, Szablowski racconta questo Paese che non è mai né troppo Oriente né troppo Occidente tessendo le fila di dozzine di storie, da Mehmet Ali Ağca, l’attentatore del Papa, alle implicazioni politiche dei baffi che portano gli uomini turchi. Lo fa incontrando decine di persone di ogni strato sociale e città, ascoltandole e dandogli letteralmente voce, riprendendo in parte l’espediente letterario di una giornalista scrittrice che non è polacca, il nobel Svetlana Aleksievič. Ne esce il ritratto di un Paese che si dibatte tra spinte moderne e assai filo occidentali e un islamismo di ritorno che santifica Ataturk ma dimentica il laicismo che questi portava avanti.
 
3. Una passeggiata nella zona di Markijan Kamiš, Keller editore
Zaino in spalla e sacco a pelo, come una giovane marmotta in campeggio in un campo nucleare, per anni Markijan Kamiš dieci, venti volte l’hanno ha preso una maršrutka a Kiev e scendeva nei pressi della Zona, accanto al filo spinato. Filo spinato che segna il confine della Zona d’esclusione che si estende per un raggio di 30 chilometri dal reattore di Chernobyl, parte in Ucraina, parte nel sud della Bielorussia: oltre 2mila chilometri quadrati, grande quanto il Lussemburgo. Terra inquinata, abbandonata a forza, vigilata dalla polizia, frequentata per anni solo da scienziati e dal personale obbligato a farlo. Terra che ci si immagina bruciata dalle radiazioni, rasa al suolo dall’onda d’urto; se non fosse che le radiazioni non bruciano e l’onda d’urto non c’è stata. O meglio, è stata invisibile e non l’ha fermata un segno tracciato dall’uomo: di qui sì, di là no. Un segno che quelli come Markijan Kamiš attraversano senza paura semplicemente per andare a campeggiare, camminare e rilassarsi nella Zona. Tra di loro si chiamano stalker, in inglese, qualcosa traducibile come turisti illegali, anche se forse è meglio esploratori, maniaci, o cercatori. Cercatori di cosa? «Della pace, del silenzio assoluto che trovo lenitivo, dei cieli stellati come non si vedono altrove, di una natura sovrabbondante». Un altro modo, picaresco e avventuroso, di vedere Chernobyl e quel che resta del più grande disastro ambientale del secolo scorso.
 
4. Confine, di Kapka Kassabova, Edt edizioni
C’è un punto nel Sud dei Balcani dove Bulgaria, Grecia e Turchia si incontrano, un punto dove le loro traiettorie geografiche convergono e le loro storie divergono. Negli anni del comunismo era una terra inaccessibile, un confine militarizzato che era il punto di scontro di tre visioni del mondo. Quel punto del mondo è racconta dalla bulgara Kapka Kassabova in Confine. Un punto dove, dice Kassabova, «i confini fanno il loro compito, dividendo». Ma un punto che, come ogni confine, è un segno tracciato dall’uomo, dunque è anche poroso, permeabile: segnato da incontri e passaggi, non solo da scontri. Perché in definitiva il confine con il suo semplice esser lì è un invito a passare, ad oltrepassare la linea, ad andare a vedere se di là è meglio. Con una lingua intima e quasi poetica che può spiazzare, con una facilità per le descrizioni quasi topografiche, nel libro della Kassabova si viene come rapiti dalla pagine, dal ritmo della scrittura che alle volte ricorda quella dei vecchi cantastorie della tradizione orale, e dai tanti racconti – spesso fantastici, spesso mitologici – che la scrittrice ha raccolto andando sul campo a bordo di una vecchia Renault. Un libro assai bello. Bello perché in ogni pagina Kassabova esercita curiosità e ironia, oltre a una indubbia capacità di trasmettere le atmosfere e di riflettere sui dettagli per illuminare qualcosa di ben più complesso, ovvero la Storia. Quella che da queste parti di confine nel sud dei Balcani è passata e continua a passare a frotte.
 
5. Senza salutare nessuno di Silvia dai Pra’, Laterza
«Romeo Martini di Giacomo, nato Marinicich, anni 41, infoibato a Vines, Istria, il 5 ottobre 1943». Difficile fare i conti con il passato famigliare se nessuno ne parla, del resto è sempre stato difficile parlare delle foibe nel nostro Paese. Silvia dai Pra’ da adulta va in Istria, a Santa Domenica di Albona, per ricostruire tra silenzi e reticenze (“perché hanno fatto cose orrende in quegli anni, da entrambe le parti” è il leit motiv delle risposte a mezza bocca), la storia di un pezzo della sua famiglia. Lo fa per capire il perché della sorte toccata al nonno Romeo, italiano d’Istria: era un fascista, aveva pestato i piedi a qualcuno, era semplicemente “un ricòn” e dunque in vista? Un’indagine storica che passa dal diario intimo all’indagine collettiva di un capitolo spinoso della storia italiana, condotta senza pregiudizi, con tono quasi poetico. Un’indagine che ha il pregio, raro e per nulla scontato, di essere scritta bene.
 
6. Macchia di Esther Kinsky, Il Saggiatore
Questo libro della scrittrice tedesca Esther Kinsky è tante cose insieme: in parte racconto d’osservazione, in parte esperimento di psicogeografia, in parte diario intimo, in parte romanzo. Sia quel che sia come genere letterario e stile (del resto, who cares?), Macchia regala pagine dense e leggere come la nebbia invernale, pagine ben scritte in cui racconta, con capacità da topografo ed eleganza nelle osservazioni, paesaggi e località periferiche di quell’Italia che raramente finisce in copertina, come Olevano Romano, Chiavenna e Comacchio e tutta la bassa ferrarese. Un libro che cerca nei luoghi uno specchio per l'anima, un'anima triste e sensibile, un'anima attenta e capace di vedere.
 
7. Il morto nel bunker di Martin Pollack, Keller editore
La piccola storia della famiglia Bast è intimamente legata alla grande storia del Novecento in Europa centrale, con tutte le guerre e tragedie che l’hanno segnata. E da una tragedia apparentemente minima, il ritrovamento di un cadavere in un bunker al confine del Brennero, parte questa indagine storica serrata nel ritmo, documentata nelle cose e dettagliata nel racconto, dove gli eventi della grande storia si mischiano alla vita famigliare. Un libro forte, denso, essenziale nelle parole, profondo nelle riflessioni. Un libro in cui l’austriaco Martin Pollack ritrae la storia della sua terra – la Stiria Inferiore – della sua famiglia e della sua vita privata ricostruendo l’inferno del figlio nella vita del padre, per anni ufficiale della Gestapo. Un libro che andrebbe fatto leggere a scuola, per capire davvero come la banalità del male alle volte si annidi dentro casa.
 
8. La bellezza del Giappone segreto di Alex Kerr, Edt
Se coltivate il mito della bellezza delicata del paesaggio naturale giapponese, tutto giardini ordinati, ciliegi in fiore, casette di legno, laghetti che si increspano neanche quando tira la bora, allora leggete il libro di Alex Kerr. Leggetelo prima di partire, così non poterete dire che non vi avevano avvisato. Quel paesaggio alla Hokusai, tutto aceri rossi e signorine con l’ombrellino, tetti di paglia e case di legno, tegole e bambù, quel paesaggio lì non esiste quasi più, e scusate lo spoiler. I giapponesi se lo sono letteralmente mangiato nel secondo Dopoguerra sotto una colata di cemento chiamata progresso. Alex Kerr – che in Giappone ha vissuto fin da piccolo – ha fatto in tempo a vederne gli ultimi scampoli, a gridare allo scempio, a comprare una casa sull’isola di Shikoku e ad amare davvero il Giappone, la sua cultura tradizionale e il suo paesaggio naturale. Un paesaggio che non c'è più, racconta. Perché anche quello che si vede e all'occhio inesperto pare quanto di più naturale ci sia è invece artefatto, manomesso dall'onnipresente mano dell'uomo. Amando tutto quel che era Kerr ha ben pensato di farne un libro che ne tramanda con amore la memoria. Un libro di uno straniero che ha avuto successo anche in Giappone, cosa assai rara.
 
 9. I signori delle mappe di John Noble Wilford, Garzanti
Uno dei primi planisferi realizzati, quello del fiammingo Abramo Ortelio, comparve in un libro chiamato Theatrum orbis terrarum, ossia il “teatro del mondo”, la messa in scena del nostro pianeta in una serie di mappe che lo raccontano come si racconta una bella storia. Ad affascinare e rapire non è solo l’innegabile magnetismo della mappe, ma anche la storia della cartografia, ovvero quel processo per cui uomini diversi a latitudini diverse e in epoche diverse hanno iniziato a immaginare lo spazio intorno a loro e a sentire il bisogno di rappresentarlo. Perché se oggi tra satelliti e fotografie tutto ci sembra semplice, quasi scontato, ci voleva certo un gran parto dell’immaginazione – all’epoca, prendiamo del geografo greco Tolomeo – per disegnare i confini delle terre allora conosciute in Occidente. Che la storia della cartografia sia affascinante lo racconta I signori delle mappe, la storia avventurosa dell’invenzione della cartografia, un volume di una ventina di anni fa scritto dal due volte premio Pulitzer John Noble Wilford e pubblicata da Garzanti. Wilford ha la capacità di raccontare tipica degli americani, capaci di alleggerire una lettura che potrebbe essere pesante con aneddoti e storie, così da rendere una materia che potrebbe essere ostica piacevole. Come perdersi contemplando una mappa.
 
10. Il libro dei vulcani d'Islanda di Leonardo Piccione, Iperborea
Ci sono libri che a raccontarli non si riesce bene a renderne la piacevolezza: bisognerebbe averli tra le mani e sfogliarli. Perché sono libri belli esteticamente, dalla carta e al piacere che dona toccarla alle illustrazioni raffinato, fino al formato. E anche perché sono libri assai strani, che non si sa bene come classificare. Scritto da un pugliese appassionato d’Islanda che collabora con il locale Museo dell’Esplorazione e scrive interessanti reportage narrativi, Il libro dei vulcani d’Islanda è un oggetto editoriale appunto strano ma di certo piacevole. Un libro che si può ben leggere come un breviario di viaggio ricco di storie antiche e recenti, spesso assai curiose, sempre molto interessanti, senza che per forza si decida di partire per l'isola che tanto va di moda in questi anni. Una raccolta di vicende accadute vicino a (o a causa di) vulcani, ex vulcani islandesi, ognuno introdotto da una scheda che ne spiega le caratteristiche geologiche e i rischi collegati a una sua eventuale esplosione.
 
BONUS. Il treno per Istanbul di Graham Greene, Sellerio
Non è una novità, anzi è stato pubblicato in inglese nel 1932 e tradotto in Italia per la prima volta nel 1961. Non è un libro di viaggio ma un romanzo, anche se il suo autore si era dilettato, come la maggioranza dei gentiluomi e letterati britannici di quei decenni nella scrittura di viaggio. Eppure Il treno per Istanbul di Graham Greene, ripubblicato lo scorso anno da Sellerio è un libro per chi ama il viaggio e un libro da portarsi in viaggio, e non solo perché nella sua elegante edizione blu entra giusto dentro la tasca della giacca. Perché è un libro ambientato sul più letterario dei treni, l'Orient Express. «Un treno che viaggia e attraversa mezza Europa, su questo treno un’umanità spaventata, insicura, dubbiosa, tragica e dolente. Il paesaggio fuori è invernale, innevato, poca luce quando ce n’è, rigido, freddo, deprimente. I destini dei personaggi si intrecciano fra gli stridori delle rotaie, le fermate nelle stazioni, sembrano tutti correre verso l’iceberg che li attende di lì a qualche anno» come scrive nella prefazione Antonio Manzini. Un treno dove si svolge una messa in scena dal ritmo teatrale in cui i personaggi, una ballerina, una giornalista, un ricco mercante ebreo, un comunista clandestino e un'altra manciata di personaggi che ti accompagnano. E poi c'è quell'odore dei vagoli letto che ti rimane impresso mentre sfogli e mentre leggi; quei paesaggi dell'Europa che scorre dal finestrino; il traghetto sulla Manica, le stazioni di cui ti immagini i bistrot... Insomma, c'è il viaggio. E leggerlo ti fa venir voglia di viaggiare ancora di più.