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Tra villini liberty, teatri andati in fumo e ricordi di giardini, in un quartiere nato dal nulla dopo l'Unità d'Italia

A Roma, alla scoperta dei segreti del Rione Prati

di 
Raffaele Focarelli
12 Maggio 2020
Passione Italia. A fronte del forte momento di difficoltà che il Paese sta attraversando e per ricordarci tutti insieme che possiamo essere uniti anche a distanza, il Touring lancia Passione Italia, una campagna per promuovere il territorio italiano e le sue bellezze. Un invito a tutti a “viaggiare da casa”, per scoprire e riscoprire ciò che ha da offrire il nostro Paese, semplicemente dal computer o smartphone. Scoprite tutti i contenuti sulla sezione dedicata del sito e sui nostri canali social. E contribuite alla mappa della bellezza con #passioneitalia #mappadellabellezza.     
 
In quest'articolo il nostro socio volontario Raffaele Focarelli ci porta alla scoperta del rione Prati a Roma, ricchissimo di storie e curiosità, meta di passeggiate organizzate lo scorso anno del Club di territorio della Capitale.
 

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Prati è uno dei quartieri umbertini di Roma più affascinanti; è stato così già dalla sua nascita subito dopo la presa di Roma. Parte del suo successo è certamente dovuto alla sua posizione: il Tevere lo divide dall’antica città rinascimentale rendendola visivamente vicina ma difficile da raggiungere. Fino alla costruzione dei nuovi ponti post-unitari, a fine Ottocento, per raggiungere Prati o si faceva un lungo percorso passando da Ponte di Castello (oggi ponte Sant’Angelo) ed attraversando il Rione Borgo o ci si avventurava su piccole e instabili barchette, che fungevano da traghetto. Noto era il «ferro-botte» del barcaiolo Toto Bigi, detto “Bocalone” per la sua abitudine a fare grandi bevute. Il traghetto di Toto era al porto di Ripetta ed era individuabile dalla scritta: «Qui ci passa la barchetta».

Fino alla presa di Roma del 1870 Prati di Castello era un’area agricola alle spalle di Castel Sant’Angelo, in epoca romana fu luogo di delizie, poiché vi erano grandi e lussuosi giardini patrizi. Nel medioevo vi erano campi ed orti dove, non di rado, vi si accamparono gli eserciti nemici che assediavano la città. Era anche il luogo dove tradizionalmente ci si recava per fare merende e bisbocce seduti sull'erba o sulle panche delle osterie rustiche. È forse per questa atavica associazione allo svago che il Rione diventò, dall’inizio, sede di luoghi deputati al divertimento. 

Il primo Piano regolatore di Roma Capitale, del 1873, non comprendeva l’edificazione di Prati ma, per il forte interesse dei proprietari dei terreni, fu prevista una speciale deroga con un progetto esterno al piano. Ricorda Italo Insolera:  “...Prati fu gettato nell’avventura della speculazione: nel 1873 i terreni del Consorzio dei Proprietari di Prati valevano da 3 a 7 lire al metro quadrato; dieci anni dopo saranno valutati a 75 lire” (Roma moderna). Sarà il Piano del 1883 che inserirà ufficialmente l’area nel progetto urbanistico della città. 

La Giunta Comunale di Roma dettò una indicazione precisa per il nuovo quartiere: evitare la visuale prospettica della cupola di San Pietro. Siamo nell’Italia post-unitaria, con governi laici ed anticlericali, un Papa che si sentiva ingiustamente ed arbitrariamente espropriato del suo Stato e un re scomunicato; rapporti non certo facili tra Chiesa e Stato. Questo spiega perchè le lunghe vie del quartiere furono tracciate in modo da evitare la prospettiva della cupola vaticana.

IL PALAZZACCIO E LA BAMBOLINA

La nostra passeggiata inizia a Piazza Adriana, davanti alla Casa Madre dei Mutilati e Invalidi di Guerra , uno dei pochi edifici costruiti nel quartiere sotto il regime fascista. Iniziata nel 1925 su progetto di Marcello Piacentini fu successivamente ampliata e terminata nel 1936 con la costruzione della facciata verso il lungotevere. Il palazzo fu voluto dall’Associazione Nazionale dei Mutilati e Invalidi di Guerra, costituita nel 1917 per riunire tutti gli invalidi della Grande Guerra; oggi ospita alcuni uffici del Ministero della Giustizia.

La Casa Madre dei Mutilati e Invalidi di Guerra, Roma

Il grande palazzo bianco che gli sorge affianco e prospetta sul Lungotevere è il “Palazzaccio”, così lo chiamarono ed ancora lo chiamano i romani a ricordo della sua funzione: sede dei Tribunali. Dalla prospettiva di Piazza dei Tribunali, antistante il Palazzo e prospicente il Tevere, si coglie in pieno l’imponenza dell’edificio coronato dalla grande quadriga bronzea di Ettore Ximenes. Oggi il Palazzo ospita la Corte Suprema di Cassazione. Completamente rivestito in travertino poggia su una struttura in cemento armato. Edificato su terreni alluvionali, rischiò di crollare negli anni ’70 per la sua massiccia e pesante mole. La sua costruzione fu travagliata sin dall’inizio, nel 1889, quando l’architetto Guglielmo Calderini subì pesanti critiche: evidente fu da subito che costi e tempi non sarebbero stati rispettati. Il peso eccessivo del palazzo comportò una variazione del progetto in corso d’opera, e l'edificio perse così parte del piano di coronamento. Solo dopo 22 anni, nel 1911, il re Vittorio Emanuele III lo inaugurò.

Il "Palazzaccio", sede della Corte Suprema di Cassazione, Roma - foto Wikipedia Commons

Durante i lavori di scavo per le fondazioni vennero alla luce diverse tombe e reperti archeologici; in particolare fu ritrovata, accanto ai resti di una giovane donna, Crepereia Tryphaena, una bellissima bambolina d’avorio con le articolazioni snodabili, che è oggi esposta nel Museo Centrale Montemartini di Roma. Allora il ritrovamento della giovane romana con accanto la sua bambola commosse molto i romani.


La bambolina di Crepereia Tryphaena - foto Wikipedia Commons

UNA TERRAZZA AFFACCIATA SUL TEVERE
Continuando la nostra passeggiata sul Lungotevere incontriamo la Chiesa del Sacro Cuore del Suffragio. La sua facciata bianca in stile neogotico è opera dell’architetto Giuseppe Galando, è ricoperta di guglie e statue ed è tutto realizzato in cemento. È chiamata il “Piccolo Duomo”, evidente il richiamo estetico alla marmorea facciata del Duomo di Milano. Fu costruita per volontà del padre missionario Victor Jouet che morì prima della inaugurazione del 1917. All’interno della Sacrestia si trova il Museo delle Anime del Purgatorio, singolare ed originale  raccolta di particolari e suggestive “testimonianze” della presenza di queste ultime.
 
Subito dopo arriviamo alla via principale del primo nucleo rionale, edificato a cominciare dal 1873: la via Vittoria Colonna; dal momento della realizzazione, e per tutta l’epoca monarchica, fu la via Reale. Secondo i proprietari delle aree edificabili, questa strada doveva rappresentare il punto di accesso principale al quartiere, collegando il nuovo abitato con l’antico Rione di Campo Marzio attraverso il prolungamento costituito dal ponte di ferro di Ripetta, realizzato e inaugurato nel 1879. Era una connessione provvisoria in attesa della realizzazione del ponte Cavour, previsto dal piano regolatore del 1883. Malgrado l’attraversamento fosse a pagamento (5 centesimi), essendo privato il finanziamento della costruzione, era sempre molto affollato di persone e di carrozze che, spesso, facevano la fila per transitare; ne sono testimonianza le foto d’epoca e i filmati dei Fratelli  Lumière. 

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento questa area era una grande “terrazza” affacciata sul Tevere e con vista sulla città antica. Vedendola oggi, sempre congestionata dal traffico delle auto e con le “buche” dei sottovia del Lungotevere, sembra impossibile che qui si veniva a passeggiare, a sedersi ai caffè, a fare i bagni al fiume e a godere degli spettacoli teatrali o di varietà che, sul gusto parigino della Belle Époque, venivano rappresentati nei due teatri di quartiere. Il primo, progettato da Eugenio Venier, fu l’Alhambra, all’angolo tra via Vittorio Colonna ed il lungotevere dei Mellini. Aveva una sala molto vasta, rettangolare, sormontata da due gallerie, i posti di platea potevano essere tolti per trasformarla in pista da ballo, come avvenne il 2 gennaio 1880 data dell’inaugurazione. Il teatro fu realizzato in legno ed aveva una esotica copertura a cupolette. Nel 1902 un incendio lo distrusse e non fu riedificato.

Sull’area fu costruito, dall'architetto Luca Carimini, il palazzo per l’alsaziana famiglia Blumensthil, il cui primo rappresentante italiano fu Bernardo, imprenditore e cofondatore, nel 1880, della "Società Italiana per le Condotte d'Acqua”. Attualmente ospita la sede dell'Istituto Polacco di Cultura e dell’Ambasciata lituana. La facciata principale del palazzo è sul Lungotevere ed è caratterizzata da un elegante attico-belvedere incentrato nella loggia a timpano classico a tre serliane. L’entrata presenta un triplice ingresso sovrastato da un lungo balcone che poggia su quattro colonne. A piano terra del palazzo, nel 1924, fu aperto il Gran Caffè Esperia; venduto nel 1939 alla famiglia Ruschena cambiò il nome in Caffè Ruschena. Fu da subito uno dei più eleganti e raffinati luoghi di ricevimento della capitale, frequentato da celebrità come Fellini, Mastroianni, Sordi.


Il palazzo Blumensthil, Roma - foto Wikipedia Commons

IL TEATRO ADRIANO E LA CHIESA VALDESE
Continuando lungo la via si possono ammirare bei palazzi commissionati, alla fine del XIX secolo, dalle facoltose famiglie di imprenditori che avevano nella capitale i loro affari. Uno dei più pregevoli è palazzo Odescalchi-Simonetti, in un bello stile neorinascimentale. All’angolo tra la strada e Piazza Cavour sorge un altro palazzo di pregio, di forme vagamente parigine: è palazzo De Parente, realizzato in stile ecclettico da Gaetano Koch nel 1890. 

Raggiunta Piazza Cavour ci spostiamo al centro, sotto la statua di Camillo Benso Conte di Cavour che campeggia isolata e maestosa su un piedistallo ornato da simboli patriottici e risorgimentali della neonata Italia. La statua, opera dello scultore Stefano Galletti, fu posta qui nel 1895 con una solenne cerimonia inaugurativa alla presenza del re Umberto I e della regina Margherita. Lo sguardo corre tutto intorno e la maestosità della incombente facciata posteriore del “Palazzaccio” relega in secondo piano altri due interessanti monumenti: il teatro Adriano e la chiesa Valdese.  

Il Teatro Adriano fu realizzato su progetto di P. Rinaldi ed inaugurato nel 1898. L’attuale edificio è la seconda costruzione poiché la prima, realizzata in legno nel 1894, subì la stessa sorte distruttiva del teatro Alhambra. Andò a fuoco dopo solo sette mesi, la notte del 13 gennaio del 1895, subito dopo la rappresentazione del grande Ballo Excelsior (con un corpo di ballo imponente di circa 400 elementi che misero in scena le grandi invenzioni dell’Umanità come la pila di volta, la lampadina di Edison, il telegrafo, ecc.). Il vecchio edificio non sorgeva sul luogo dell’attuale ma su quello occupato oggi dalla chiesa Valdese. 

La costruzione della chiesa Valdese iniziò nel 1911 su progetto degli architetti Rutelli e Bonci. Terminò nel 1913 e fu inaugurato con culto solenne il 8 febbraio 1914. È un vero centro religioso polifunzionale, con sala per conferenze, biblioteca, aule per riunioni, palestra, appartamenti per i religiosi e le loro famiglie e una sede per l'assistenza sociale. Lo stile è neoromanico con elementi decorativi in stile Liberty. Caratteristica è la facciata, posta tra due corpi cilindrici che hanno il compito di raccordarla ai palazzi attigui riprendendone gli elementi decorativi. Interessante è la lunetta che sormonta il portale centrale, decorata con un mosaico policromo, realizzato da Evandro Monticelli su disegno di Paolo Paschetto: raffigura il simbolo del Valdismo, un candelabro sormontato da una candela accesa e poggiante sulla Bibbia, con intorno il motto in lingua latina “Lux lucet in tenebris”.


La Chiesa Valdese, Roma - foto Getty Images

DI VILLINO IN VILLINO, SULLE ORME DEL LIBERTY
Andiamo ora alla scoperta dei villini storici costruiti nel quartiere tra la fine dell’Ottocento e il primo ventennio del Novecento. Percorrendo via Federico Cesi attraversiamo una area urbana ricca di palazzi moderni: sono il frutto dei piani regolatori degli anni Sessanta del Novecento quando le norme urbanistiche emanate allora dal Comune permisero la demolizione di vecchi villini o palazzine per realizzare nuove costruzioni, con un favorevole aumento delle cubature. Alcuni costruttori romani non si lasciarono sfuggire l’opportunità. 

Arrivati alla zona dei villini focalizziamo il nostro interesse su quelli di stile liberty. Nel periodo della Belle Époque questo stile fu salutato come grandemente innovativo perché improntato a caratteri di modernità, in antitesi con l'eclettismo degli stili imitativi che lo avevano preceduto (in Italia l’Umbertino). Fu espressione di una cultura modernista che trovò particolare applicazione nell’uso di “nuovi” materiali come l’acciaio o il cemento armato o altri. A Roma lo stile Liberty si presenta con manifestazioni stilisticamente meno definite rispetto alle grandi città europee. Molto ha influito il condizionamento di un passato artistico grandioso, in particolare classico e barocco, ma soprattutto il peso delle potenti commissioni edilizie municipali di allora, dominate da esponenti della cultura eclettica e poco inclini al linguaggio modernista. 
 
Ammiriamo il villino Cagiati (1902) in via Virginio Orsini 25, realizzato da Garibaldi Burba, con pregevoli decorazioni liberty, in maiolica e/o affresco, a motivi floreali e frutta intrecciantesi con motti latini; bellissime le cancellate ed il gazebo in ferro battuto con decorazioni a tralci di vite. 


Villino Cagiati, Roma - foto Morganti

A pochi passi di distanza, in via dei Gracchi 291, il villino Vitale (1909) di Arturo Pazzi e, in via Alessandro Farnese 3, il villino de Pirro (1900) di Claudio Monticelli. Tre villini liberty molto diversi nell’aspetto, a testimonianza della forte influenza e condizionamento che gli stili classici italiani hanno avuto sul liberty romano, ma con una ritrovata unità stilistica nella moderna decorazione a piastrelle ed affreschi delle parti ornamentali. Continuando la nostra camminata arriviamo al particolare villino liberty Macchi di Cèllere (1904) in viale Giulio Cesare 31, sempre di Garibaldi Burba. Questi villini hanno tutti subito restauri e rifacimenti ma il loro aspetto originario è ancora facilmente riconoscibile.


Villino de Pirro, Roma - foto Selbmann

IN RICORDO DI TERESA
Dall’altro lato di via Giulio Cesare sorgono le Caserme realizzate alla fine dell’Ottocento. Le quattro caserme, in stile “neo-rinascimentale”, furono costruite tra il 1883 ed il 1886. Le prime due, “Caserma Cavour”  e “Caserma Nazario Sauro”, sono oggi sede di Tribunali ed uffici collegati tra cui il Tribunale Ordinario Civile di Roma. Segue la caserma “Luciano Manara”, già “Regina Margherita”, attuale sede del centro di selezione dei volontari delle Forze Armate e per ultima quella che fu la caserma “Vittorio Emanuele II”: oggi intitolata alla Medaglia d’oro “Capitano Orlando De Tommaso”, è sede della scuola allievi carabinieri di Roma. 

Passa spesso inosservata, proprio sotto l’indicazione di viale Giulio Cesare ad angolo con via Carlo Alberto dalla Chiesa, la targa apposta in ricordo di Teresa Gullace, uccisa il 2 marzo del 1944 da un soldato tedesco, mentre insieme ad un gruppo di donne manifestava per avere informazioni dei propri familiari rastrellati pochi giorni prima e rinchiusi nell’attuale Caserma Manara. Tale episodio scatenò una serie di rappresaglie da parte dei partigiani ed è rimasto nella memoria cittadina. Roberto Rossellini prenderà spunto dalla Gullace per il personaggio della Sora Pina, interpretata da Anna Magnani nel film Roma città aperta.

UNA FONTANA SCANDALOSA E UNA CHIESA TRAFORATA DI STELLE
Lasciamo viale Giulio Cesare e le sue caserme per dirigerci a Piazza dei Quiriti, con la sua bella fontana, e la pregevole chiesa di S. Gioacchino. I palazzi che circoscrivono la piazza furono realizzati tra gli anni ’80 e ‘90 dell’Ottocento. Al centro della piazza un giardinetto di forma circolare, nel mezzo del quale, nel 1928, fu posta la Fontana delle Cariatidi progettata dallo scultore Attilio Selva. La composizione dell’opera è di ispirazione rinascimentale con l’aggiunta di elementi baroccheggianti: si articola in tre vasche sovrapposte sostenute da basamenti di composizione artistica diversa. Il secondo basamento è di certo il più scenografico: quattro grandi figure femminili nude sedute, le Cariatidi, che, con le braccia sollevate, sostengono un catino quadrilobato al cui centro zampilla l’acqua da una grossa pigna. All’epoca la fontana fu considerata “scandalosa” per la presenza delle quattro statue di nudo femminile e si dice che questo fosse il pretesto addotto da Mussolini per “dimissionare” il Governatore di Roma Ludovisi che l’aveva commissionata.


La Fontana delle Cariatidi, Roma - foto Selbmann

La bella chiesa di S. Gioacchino è particolare, è una “Chiesa Pontificia” cioè di proprietà del Papa. Fu offerta in dono dai cattolici di tutto il mondo a Papa Leone XIII (al secolo Gioacchino Pecci) in occasione del 50° anniversario della sua ordinazione sacerdotale. Fu lo stesso Pontefice ad approvare il progetto ed affidare la costruzione all’ingegnere Raffaele Ingami, sotto la direzione dell’Abate francese Antonio Brugidou. Il progetto originale non prevedeva la grandiosa cupola che fu aggiunta per la gran quantità di offerte ricevute. Non fu realizzato il campanile che invece era previsto. Iniziata nel 1891, la chiesa fu inaugurata il 20 agosto 1898 e da subito affidata ai Padri Redentoristi, tutt’ora titolari.

La facciata della chiesa è preceduta da un portico, sostenuto da sei colonne corinzie in granito rosso, su cui poggia la trabeazione che sostiene l’attico ornato da uno splendido mosaico (opera di Virginio Monti) che rappresenta l’”Adorazione Riparatrice” del mondo cattolico. Sopra l’attico la grande statua di San Gioacchino è posta su un basamento in pietra che riporta lo stemma di Leone XIII. Il portale centrale è affiancato da due colonne di marmo rosa donate dallo Zar di Russia. La grande cupola è realizzata con ossatura in ferro e rivestimento esterno in alluminio (primo utilizzo all’esterno di questa lega leggera e resistente) ed è traforata da grandi stelle che fanno piovere la luce all’interno del tempio dove viene diffusa da decine di stelle più piccole.

San Gioacchino, Roma - foto Getty Images​

UN QUARTIERE "IMBEVUTO DI IDEE NUOVE"
Ci incamminiamo verso via Cola di Rienzo, arteria principale del quartiere. Questa parte è una delle più integre ed omogenee; qui è possibile cogliere in pieno l’atmosfera di un quartiere umbertino: decorosi palazzi squadrati, generalmente a cinque piani, uniformi e monotoni, allineati a schiera su lunghe vie rettilinee che si incrociano ad angolo retto.
 
Raggiunta via Cola di Rienzo, il maestoso edificio che ci troviamo davanti è l’Istituto Nazareth, fatto costruire da madre Louise Vignon, Superiora Generale della Congregazione delle Religiose di Nazareth, venuta a Roma dalla Francia per sollecitare il Pontefice alla nomina del Protettore della Congregazione. Leone XIII nominò il cardinale Parrocchi, che volle la realizzazione di una nuova casa per la Congregazione individuando l’attuale area. La Madre Generale non ne fu entusiasta ma rassegnata, lo dimostra il seguente brano tratto da una sua lettera alle consorelle in Francia: 
“Questa fondazione dal punto di vista umano è spaventosa. Il quartiere Prati si presenta come un quartiere imbevuto di idee nuove. Vi sono tracciate strade larghe, dove le case cominciano ad innalzarsi quasi per incanto, ma non c’è posto per il Buon Dio. Nessuna richiesta di una chiesa in questo luogo, dove si fanno rivivere i nomi di Regolo, Germanico e Cola di Rienzo. Non siamo lontane da una grande piazza intitolata a Cavour. Vedrete cosa significa questo: noi avremo la nostra “Missione” in mezzo ad un ambiente ostile e a una lingua sconosciuta. È questo che abbiamo deciso di accettare, ma il Sacro Cuore ci proteggerà e Maria Immacolata ci aiuterà a respingere il serpente moderno”.

La costruzione, progettata dall’ingegnere Vincenzo De Rossi Re, ha severe forme gotico-lombarde; iniziata nel 1887, durò tre anni. Nel 1889 venne terminata la Cappella che, consacrata all’Immacolata Concezione, svolse per diversi anni la funzione di parrocchia del rione Prati dove non erano presenti chiese, poiché il Comune anticlericale di allora non sovvenzionò la costruzione di chiese; quelle che furono realizzate lo furono su iniziativa e finanziamento di enti religiosi. Nell’ottobre del 1890 una piccola comunità formata da quattro religiose e dodici educande si insediò nel nuovo istituto Nazareth di Roma, dedicato alla educazione di giovani fanciulle. Ai primi due piani erano allestite le aule scolastiche, un intero piano era destinato alle alunne interne e l’ultimo piano era riservato alle religiose. 

PATTINARE IN TERRAZZA
Continuiamo la nostra camminata lungo via Cola di Rienzo; negli anni Venti del Novecento i grandi caseggiati che costeggiano la strada e l’omonimo slargo si riempirono di negozi di moda, di ricercatezze culinarie, di caffè e di locali di spettacolo che tutt’oggi, con il naturale avvicendamento del tempo, caratterizzano ancora la zona.

Procedendo verso piazza Risorgimento incontriamo la facciata posteriore del mercato rionale di piazza dell'Unità. È uno dei mercati coperti storici della città, in un edificio degli anni Venti con quattro identiche torrette angolari e due monumentali ingressi a serliana contrapposti (uno sulla piazza e l’altro su via Cola di Rienzo), ciascuno affiancato da due graziose fontane. La curiosità di questo edificio è che, fino alla seconda guerra mondiale, sulla terrazza di copertura era allestita una pista di pattinaggio, prima del genere in Europa.

La passeggiata si conclude a piazza Risorgimento, accesso al Rione dalla zona di Borgo e del Vaticano. Per la prima volta vediamo il “Cupolone” in tutta la sua magnificenza. 


Il gruppo Touring durante la passeggiata per il rione Prati
 
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