Si passa il cancello dove la scritta “Arbeit macht frei” (il lavoro rende liberi) suona come una presa in giro, l'ennesima tortura e si ricorda di averla vista in più di un film o di un documentario. Lì erano immagini, girate in presa diretta ma in un “bianco e nero” che sa di lontano. Qui si varca una recinzione in filo spinato, in filo spinato vero, e ha inizio uno dei musei più scioccanti. Lunghe file di baracche (bloki) in mattoni, in molte delle quali sono esposti gli oggetti personali appartenuti ai detenuti e sottratti loro al momento dell'ingresso in questo luogo dove la morte era sistematizzata, come in una fabbrica. Montagne di apparecchi ortopedici, occhiali, borse, valige e scarpe, spaiate, moltissime minuscole, testimonianza più forte di qualsiasi parola. E ancora la baracca con il laboratorio dove si conducevano esperimenti di sterilizzazioni su cavie-umane con nessuna voce in capitolo. Il blocco della morte, dove per la prima volta fu impiegato il gas “Zyklon B”, ideale per lo sterminio di massa. Il muro, contro cui furono uccisi oltre 20mila prigionieri con una pallottola alla nuca. E, fuori dal recinto, i forni crematori. Il monumento alle vittime (1967) si trova nel campo di Birkenau, a 3 km, in una cittadina dal nome che fa chiudere lo stomaco tanto è forte il paradosso: Brzezinka, il “Boschetto di Betulle”. Qui, altre baracche e la rampa della morte sulla quale i prigionieri venivano avviati al bagno, fatti denudare, ammassati nelle camere a gas e inceneriti nei forni. Un museo fuori dal comune, perché fuori dalla logica umana è stata l'apertura di questi campi. Lo si visita perché si sente un obbligo morale, si avverte di doverlo fare, per capire un po' di più di quella che è stata la pagina più buia della storia del Novecento.