Turchia, Arabia, Egitto, Siria, Mesopotamia e Palestina. Territori lontani fisicamente, ma ancor più culturalmente da un continente, l’Europa, che ha sempre peccato di etnocentrismo. Il Museo dell’Oriente antico raccoglie oggetti provenienti dall’immenso territorio che costituiva l’impero ottomano, ne racconta l’arte, la storia e avvicina l’Occidente a un linguaggio artistico e scultoreo fuori dalle categorie con cui siamo abituati ad avere a che fare. Tra le antichità assire svetta l’obelisco di Adad-Nirari III (810-783 a.C.), con un bassorilievo in cui il re è raffigurato mentre prega davanti a emblemi di divinità, e i rilievi che decoravano la monumentale Porta di Ishtar, a Babilonia. Notevoli i reperti provenienti da Tell Halaf, da Ninive e da Assur. L’antica cosmologia mesopotamica, che rappresentava il mondo circondato dall’acqua, è raccontata dai bassorilievi dal “catino votivo” di Gudea, il più potente dei sovrani dell’epoca neosumerica (2144-2000 a.C.). Al re sumero di Lagash sono anche dedicate una bella statua e una porzione del fusto di una colonna. Da non perdere le altre statue di sovrani e governatori babilonesi. Straordinaria la collezione di iscrizioni cuneiformi, con pezzi che documentano tutte le civiltà fiorite in Medio Oriente e Anatolia durante l’età del Bronzo; la più antica risale al 2700 a.C. e costituisce il più antico esempio di scrittura conosciuto. Le ultime due sale sono dedicate alla civiltà ittita, con frammenti di sfingi, elementi decorativi di palazzi, porte di templi e la tavoletta che riporta il trattato di Qadesh, il più antico accordo di pace giunto fino a noi (1269 a.C.).