Prendete un colle... No, non una montagna: un semplice, piccolo colle, magari addirittura a breve distanza dal mare. Metteteci sopra delle case, strette strette fra loro attorno alla sommità. Circondate il tutto di un giro di mura turrite. Anzi, no, non badate ad economie: di cinte murarie fatene almeno due, concentriche. Poi, al di sopra di tutto, elevate una bella rocca teatro di intrighi e battaglie, con il suo alto torrione centrale, un mastio possente quanto basta per dare l'idea di chi comanda e tenere alla larga i malintenzionati. Ecco, ora allontanatevi quanto basta per dare un'occhiata al risultato: ci può essere qualcosa di più “medievale”, almeno secondo l'immagine che tutti ci portiamo dentro di quelli che a lungo ci hanno detto essere secoli bui, e che invece splendevano di arte, di genialità, di passione? Mancherebbe solo da immaginarvi una storia d'amore cortese e impossibile, una di quelle vicende medievali, appunto, alla Tristano e Isotta, Lancillotto e Ginevra, Abelardo ed Eloisa... E invece no! Quel borgo e quella rocca e quella love story, emblematici di un medioevo ideale, esistono davvero. Dove? A Gradara, appena dietro Cattolica, Gabicce, la Riviera adriatica. Insomma, a due passi dalle spiagge dove a migliaia si crogiolano al sole senza avere l'idea di quale romantico splendore si trovi a breve, brevissima distanza, nell'immediato entroterra, appena oltre l'autostrada A14. Per fortuna, ad attirare tanti altri, più curiosi e sensibili, c'è la struggente storia di cui dicevamo poc'anzi: quella degli amanti impossibili Paolo e Francesca.

Gradara, dunque. Gradara chiusa e aperta, racchiusa dalla lunga cortina trapezoidale delle mura trecentesche, rinforzate da numerose torri quadrilatere, ma anche aperta in posizione panoramica come poche, con lo sguardo che dai 142 metri di altitudine del colle (va beh, potete anche aggiungervi i 30 metri del mastio...) scende verso la verde valletta del fiume Tavollo e si allunga verso nord e verso est, a cercare la linea dell'orizzonte, oltre il nastro lucente del mare. Uno scenario bellico, dal Medioevo fino all'altro ieri, come provano le bianche lapidi delle tombe simmetricamente disposte nel Cimitero Inglese, in realtà Cimitero di Guerra del Commonwealth o Gradara War Cemetery, nel quale a un chilometro dal centro storico sono sepolti 1191 soldati Alleati morti nell'autunno 1944 fra Romagna e Marche nei combattimenti lungo la vicina Linea Gotica. E uno scenario anche da film, verrebbe da dire. E infatti Gradara e la sua Rocca sono stati spesso il set di riprese cinematografiche, che hanno visto la presenza, fra gli altri, di attori e registi come Tyron Power, Orson Welles, Roberto Rossellini.

Si entra a Gradara da un'ampia porta fortificata, la verticale Porta dell'Orologio, ornata da stemmi sforzeschi del 1464 e aperta nella cinta difensiva. Oltre la porta, che fino al 1697 era munita di fossato e ponte levatoio, in piazza V Novembre si trovano subito sulla sinistra il Municipio e la piccola chiesa del Santissimo Sacramento, voluta dalla duchessa Vittoria Farnese nel 1597 ma riedificata completamente nel 1750, quando vi fu trasportato il cranio e le spoglie di san Clemente, martire romano del II secolo, reliquie conservate in una teca di cristallo. La chiesa ha una pala d’altare, del 1597, attribuita al pittore urbinate Cimatori e un bell’organo a mantice del '700.

Sulla destra, oltre la Porta dell'Orologio, invece una piccola porta fa salire ai Camminamenti di ronda, che consentono una spettacolare idea d'insieme e dall'alto del borgo e della assai scenografica Rocca quadrilatera, con le sue torri angolari e il coronamento di merli su beccatelli. Lo sguardo spazia poi, verso nord est, ai bei campi coltivati nella valletta del fosso Taviolo, più a destra e più lontano al promontorio di Gabicce e all'Adriatico, quindi all'entroterra marchigiano, al Monte Titano, al Montefeltro. La cinta muraria di Gradara è lunga in tutto circa 700 metri ed è intercalata da 14 torri quadrate, merlate e a gola interna: se ne percorre il primo tratto, a sud ovest, per circa 300 metri, fino al bastione poligonale scarpato aggiunto nel corso del Quattrocento per resistere ai colpi delle armi da fuoco, da poco inventate. Staccato dalla Rocca, il torrione occidentale della cinta esterna pare essere l'unico originale, ovvero non ripreso dai restauri effettuati negli anni Venti del XX secolo.

Ridiscesi alla Porta dell'Orologio, si imbocca quindi la via principale, via Umberto I, che sale ripida e diritta, tra botteghe e basse case, in parte medievali e in laterizio, proprio come le mura. Ai lati della via principale si staccano diverse viuzze, a spina di pesce. Si supera il Palazzo Rubini Vesin, severa dimora signorile edificata a inizio Settecento dall'arcidiacono Giacomo Rubini: in passato sede del Municipio, è oggi utilizzata per mostre ed eventi culturali. Si oltrepassa il Museo Storico di Gradara, privato, al cui interno si può visitare una delle tante grotte sotterranee scavate dentro la collina. Si arriva quindi alla seconda porta, stretta fra una torre e il campanile della chiesa parrocchiale di San Giovanni Battista, attestata già nel 1290 ma che si presenta nelle vesti che le diede il marchese Carlo Mosca Barzi a fine Settecento. Sorge proprio nel punto in cui le mura del castello si saldano con quelle del borgo: vi si ammirano all'altare a destra un Crocifisso ligneo quattro o cinquecentesco, una Santa Lucia di Giangiacomo Pandolfi (1607) e una pala d'altare settecentesca del pesarese G.A.Lazzarini. Curioso l'illusionistico Crocefisso ligneo che sarebbe stato scolpito da fra' Innocenzo da Petralia nella prima metà del Seicento: osservandolo da destra, dal centro o da sinistra, il Cristo appare prima sofferente, quindi agonizzante e infine morto.

Varcata la seconda porta, si entra nel cosiddetto Girone, ovvero la cinta interna di mura che divide il borgo dalla Rocca. Varcando una terza porta, ci si trova infine nella piazza d'armi del castello, alle cui stanze si accede da un piccolo avancorpo munito di ponte levatoio.

Prima di entrare, però, occorre capire le ragioni della fortuna della Rocca di Gradara, fortuna dovuta ieri alla sua invidiabile posizione, tra Marche e Romagna, tra il mare e le vallate, e oggi al proporsi come una delle strutture medievali meglio conservate d’Italia, tanto se vista da fuori quanto se visitata all'interno. A iniziare la costruzione di una fortificazione, ancora modesta rispetto a quello che la Rocca diverrà in seguito, furono i fratelli Pietro e Ridolfo De Grifo, che presero possesso di queste zone in barba al comune di Pesaro che ne deteneva i diritti di proprietà. Il primo nucleo della fortezza dunque fu da subito terreno di scontri tra il Papato e le più ambiziose casate marchigiane e romagnole. A impadronirsene furono presto gli ambiziosi Malatesta, o Malatesti, i cui diritti su Gradara vennero riconosciuti poi a cavallo fra Due e Trecento da una bolla che papa Bonifacio VIII, il papa successore di Celestino V, fece avere a Malatesta da Verucchio detto il Centenario. Fu questi, secondo alcune versioni, che avrebbe rafforzata la torre dei De Grifo, facendone il poderoso mastio poligonale che ancora si erge all'angolo nord est dell'attuale Rocca. Poi la stessa famiglia Malatesta intraprende la costruzione della Fortezza, cui aggiunge due cinte di mura, completate nel Trecento. Sono gli anni in cui, in una data che gli studi più recenti collocano fra il 1283 e il 1285, Paolo Malatesta e Francesca da Polenta vengono trafitti dalla spada di Giangiotto Malatesta.

I Malatesta, che avevano esteso il loro dominio fino a Rimini, spingendosi poi fino a Pesaro e Fano, furono molto legati a Gradara, che nel 1363 dotarono di statuti come libero comune. Sotto la loro signoria, la rocca fortificata a scopi bellici si trasformò in una splendida residenza, affrescata con pitture (purtroppo perdute) che illustravano le gesta degli antichi romani. Il dominio dei Malatesta su Gradara terminò nel 1463 quando Federico da Montefeltro, al comando delle milizie papali, espugnò la Rocca, affidandola con il territorio circostante ad Alessandro Sforza, che era fratello di Francesco Sforza, signore di Milano, nonché signore di Pesaro dal 1445. Si consolidava così il dominio della famiglia Sforza sull’intera zona di confine tra Marche e Romagna.

Fu quella l’epoca di maggior splendore per la Rocca, la cui importanza strategica era enorme. Fino al 1513 dunque il vicariato di Gradara restò agli Sforza di Pesaro, tradizionali alleati della Chiesa. A Giovanni Sforza, nipote di Ludovico il Moro e signore di Pesaro, papa Alessandro VI Borgia nel 1493 diede in moglie la figlia ancora quattordicenne, la celebre Lucrezia Borgia. Giovanni e Lucrezia, poco più di una bambina, soggiornarono spesso nella Rocca, che lo Sforza sottopose a un importante restauro nel 1494 proprio per ospitarvi la sposa. Nel 1497, però, con gli Sforza che stavano cadendo in disgrazia, il matrimonio fu sciolto dallo stesso Alessandro VI che lo aveva voluto: il Papa obbligò la figlia Lucrezia a firmare un documento in cui dichiarava che il matrimonio con Giovanni non era stato consumato. Così dal 1500 al 1503 la città di Pesaro e anche la Rocca di Gradara furono occupate dal fratello di Lucrezia, il giovane Cesare Borgia detto il Valentino, il condottiero la cui rocambolesca biografia avrebbe ispirato a Machiavelli la figura del Principe, e che il padre Alessandro VI aveva fatto cardinale e duca di Romagna.

Nel 1513 Papa Giulio II, salito al soglio pontificio, affida Gradara al nipote Francesco Maria II Della Rovere, la cui famiglia governerà il borgo e il castello fino al 1631. Dopo la morte di Livia Farnese, vedova del Della Rovere, la Rocca è amministrata dal Papato che la concede in enfiteusi al conte Santinelli, poi agli Omodei di Pesaro, quindi agli Albani e infine, nella seconda metà del Settecento, al marchese Carlo Mosca Barzi, di Pesaro, che restaura il Castello con un certo scrupolo archeologico: verrà sepolto, come da sua richiesta, nella chiesa parrocchiale di S.Giovanni Battista, situata entro la seconda cinta di mura. Poi nel XIX secolo, con l'Unità d'Italia e la fine del potere temporale dei Papi, Gradara diventa di proprietà comunale e la rocca cade in abbandono, fino a essere ridotta quasi a un rudere. Nel 1877 viene ceduta al conte Morandi Bonacossi di Lugo, che dà inizio a primi importanti lavori di ripristino: apre nuove finestre nei muri perimetrali, elimina il ponte levatoio e modifica la copertura della torre del mastio, sostituendola con una merlatura ghibellina. Sarà con l'ingegnere di origini bellunesi Umberto Zanvettori, che la acquista nel 1920 per tre milioni di lire dell'epoca, che la Rocca rinasce davvero, dopo che fra l'altro era stata danneggiata da un terremoto nel 1916: Zanvettori affida a due noti architetti di quegli anni, Ferrari e Giovannoni, il compito di restaurarla completamente, reinventando fantasticamente i suoi interni del Castello, con l'idea di ricreare gli ambienti in cui si svolgeva la vita di una corte rinascimentale, creando atmosfere di matrice parecchio dannunziana. Zanvettori però può godersi per poco tempo il frutto del suo restauro alquanto “interpretativo”. Nel 1928, poco prima di morire, vende la Rocca allo Stato italiano con la clausola che la vedova, Alberta Di Porta Natale, potesse continuare a usufruirne e ad abitarvi fino alla morte. Così accadrà, ed è così che la Rocca nel corso del XX secolo si è conservata alla perfezione, sino a quando, nel 1983, è diventata completamente accessibile al pubblico, che può accedere alle sue stanze arredate con mobili, opere d'arte e oggetti di uso domestico che restituiscono l'atmosfera di storie e leggende del passato, tra le quali la tragedia di Paolo e Francesca, cantata da Dante Alighieri nel V canto dell'Inferno.

La visita vera e propria inizia superando il ponte levatoio e accedendo al Cortile d'Onore (a doppio loggiato rinascimentale con al livello inferiore archi a tutto sesto e colonne in travertino), su cui si affaccia il mastio o torre maestra, con l'ambiente della Sala delle Torture o Prigione, ricreata o forse creata ex novo da Zanvettori anche per ospitare la sua collezione di armi antiche (gran parte delle quali furono poi vendute negli anni 30). Si sale poi al piano nobile e agli ambienti, assai restaurati, di queste sale: Salone di Sigismondo e Isotta, Sala della Passione, Sala Malatestiana, Camerino di Lucrezia Borgia, Sala del Leone Sforzesco, Camera del Cardinale, Sala dei Putti, Sala Rossa, Sala del Consiglio, Camera di Francesca, Sala di Giustizia, Cappella gentilizia, Sala del Corpo di Guardia. Parecchie le opere d'arte, alcune originali della Rocca, altre provenienti dalla Quadreria comunale un tempo allestita presso il Municipio, nel borgo.

Da segnalare, in particolare, sono: le interessanti pitture all’interno del Camerino di Lucrezia Borgia; nel Salone di Sigismondo e Isotta, la Madonna con Bambino con i santi Domenico e Paolo e i Misteri del Rosario assegnabile alla bottega dei riminesi Bartolomeo e Benedetto Coda; i Giochi di putti dipinti da Francesco Zaganelli alle pareti dell’omonima Sala dei Putti; i preziosi e autentici soffitti lignei quattrocenteschi delle sale del Leone Sforzesco, del Cardinale e dei Putti. Un affresco con una Scena di battaglia (forse raffigura i Romani contro i Sabini), staccato dal loggiato verso il 1960 e ricollocato nella Sala del Consiglio, sarebbe stato fatto eseguire da Giovanni Sforza in onore delle giovane moglie Lucrezia Borgia, intorno al 1493: è attribuibile all’ambito del bolognese Amico Aspertini, che fu un eccentrico precursore del manierismo (è sempre Aspertini l'autore del fregio con Storie della Passione di Cristo, nella Sala della Passione). Nella Sala della Giustizia si ammira un altorilievo in legno policromo di scuola tedesca o altoatesina del Tre-Quattrocento, raffigurante I sette arcangeli, e una notevole pala di Giovanni Santi, il padre di Raffaello, che raffigura la Madonna con il Bambino e i santi Lorenzo, Sofia, Michele arcangelo e Giovanni Battista (1484).

I visitatori, ovviamente, si soffermano più a lungo nella Camera di Francesca, scenograficamente allestita da Zanvettori facendo riferimento alla tragedia di D'Annunzio, Francesca da Rimini: una tradizione, in verità assai recente, vorrebbe che qui si sia svolto l'atto finale della tragedia di Paolo e Francesca. Ai muri, c'è un trittico a fondo oro quattrocentesco raffigurante la Madonna col Bambino fra sant’Agostino (?) e san Sebastiano.

L'opera d'arte più importante del Castello si può ammirare a piano terra, prima di uscire sul cortile, nella Cappella, che l'ingegner Zanvettori fece ricavare nel 1921 nella Rocca. Dietro all'altare, che è ricavato da un antico sarcofago a bassorilievi, è adesso collocata una preziosa pala di terracotta invetriata a figure bianche su sfondo colorato, opera di Andrea Della Robbia risalente al 1480-1490. Rappresenta una Madonna con il Bambino, i santi Ludovico di Tolosa, Caterina D’Alessandria, Maria Maddalena, Girolamo, mentre nella predella sono raffigurati tre episodi: San Francesco riceve le stigmate, l’Annunciazione, Santa Maria Egiziaca riceve la comunione del deserto.

Testo di Roberto Copello; foto Comune e Thinkstock.

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