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Il Touring racconta il viaggio di sette ragazzi (e di molti altri amici) lungo il sentiero più lungo del mondo

Va' Sentiero, capitolo 29. L'ovest della Sicilia, tra le Madonie e Trapani

di 
Stefano Brambilla
15 Giugno 2021
Il Touring Club Italiano sostiene Va' Sentiero, il progetto di sei ragazzi che da maggio 2019 hanno iniziato a percorrere tutto il Sentiero Italia. Alla pagina www.touringclub.it/vasentiero tutti gli articoli dedicati al cammino, con resoconti periodici e approfondimenti sulle varie tappe. Seguite anche voi Va' Sentiero!


Incredibile è l'Italia: e bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l'Italia”. Così scriveva Leonardo Sciascia ne ll giorno della civetta. E se tutta l'Italia regala sempre storie sorprendenti e paesaggi uno diverso dall'altro, la più grande isola del Paese è forse in-credibile per i tanti luoghi che rimangono alle spalle delle glorie della Magna Grecia, delle trasparenze delle isole minori, degli splendori del barocco. La spedizione di Va' Sentiero, partita da Messina e in arrivo a Trapani dopo aver percorso tutta la dorsale settentrionale siciliana, ce ne ha offerto una prova concreta: perché sia nel primo tratto, sui Peloritani e l'Etna, sia nel secondo, tra Nebrodi e Madonie, ha attraversato luoghi quasi inediti, comunque sempre al di fuori dei percorsi più battuti, ricchissimi di "veracità" altrove scomparse. E anche quest'ultima parte, che li porterà a terminare il cammino lungo il Sentiero Italia dell'isola, ne è un'altra riprova. 

Avevamo lasciato i ragazzi a Montemaggiore Belsito, ai piedi delle Madonie. "Una tappa lunga ci ha portati fino a Ciminna" inizia a raccontare Diego "percorrendo colli coltivati e montagne verdi. Mi ha colpito soprattutto la stazione ferroviaria di Montemaggiore Belsito, sulla linea tra Agrigento e Palermo, davvero persa in mezzo al nulla. E poi, attraversato il fiume Torto, il falsopiano costellato di campi di grano". Il sentiero Italia conduce anche a un punto panoramico sul lago di Caccamo, fino poi a inoltrarsi fra le cime del Monte Rotondo e del Cozzo Maragliano. "Alla fine, discesa ripida verso Ciminna: un bel momento scenografico, al tramonto, con l'abitato davanti".

Tappa Montemaggiore > Ciminna. Foto Diego Marmi
 

Tappa Montemaggiore > Ciminna. Foto Diego Marmi

"Sembrava che il vento pettinasse i campi". A raccontare la tappa da Ciminna a Cefalà Diana è ancora Diego, che si sofferma sulla descrizione di un paesaggio quasi sconfinato: "sulla sinistra avevamo uno strapiombo e dei campi immensi, a destra il borgo di Ciminna: un panorama molto bello, con il sentiero che poi passa su una cresta e gli uccelli che ti volano accanto". Anche una volta arrivati a Cefalà Diana lo scenario non era meno impressionante: "dalle rovine del castello, sopra il paese, il paesaggio era mozzafiato... ci siamo fermati per un attimo nella piazzetta all'ingresso del castello, poi siamo scesi piano piano nel paese, sorridendo ai bellissimi vecchietti che giocavano a carte e ai ragazzini che rincorrevano il pallone". Il castello è un edificio normanno risalente al XII secolo; Cefalà Diana è nota anche per le sorgenti, utilizzate fin dai tempi dei romani e poi senz'altro dai normanni, che fanno ora parte della Riserva naturale orientata Bagni di Cefalà Diana e Chiarastella.

L'ospitalità per la sera è arrivata da Antonio, 28 anni: "un incontro molto bello, Antonio un grande personaggio. Ci ha raccontati che è uscito presto di casa per girare il mondo; poi, a un certo punto, è tornato in Sicilia, ha ripreso in mano la casa del nonno e si è messo a produrre un liquore d'alloro secondo una antica ricetta di famiglia. Cerca anche collaborazioni con piccoli produttori della zona per realizzare oggetti e cibi a base di alloro". Il liquore di Antonio si chiama dalloro e il brand "Casa Allora": come si legge sul sito, "è un progetto fondato sull'esaltazione della bellezza nella lentezza, nel saper fare artigiano, nella cura dell'eccellenza contrapposta alla standardizzazione industriale".⁠


Tappa Ciminna > Cefalà Diana. Il borgo di Ciminnà. Foto Diego Marmi


Tappa Ciminna > Cefalà Diana. Antonio di Casa Dallora. Foto Diego Marmi

Una giornata calda accoglie i ragazzi nella tappa fino a Masseria Rossella. "È la tappa del bosco della Ficuzza" spiega Martina "la più grande riserva della Sicilia occidentale: il percorso del giorno era tutto compreso nell'area protetta". "La riserva naturale orientata Bosco della Ficuzza, Rocca Busambra, Bosco del Cappelliere e Gorgo del Drago è un'area naturale protetta situata nei comuni di Corleone, Godrano, Marineo, Mezzojuso e Monreale" ricorda Francesco "e fu risparmiata dal disboscamento perché territorio impervio, poco adatto all'agricoltura. Oggi conserva estesissimi boschi di querce, tra cui lecci, sughere, roverelle e l'endemico cerro di Gussone". Al suo interno anche una piccola reggia: "è la Real Casina di Caccia di Ficuzza, un palazzo reale costruito a partire dal 1799 per il re Ferdinando III di Sicilia".

Tornando alla tappa, percorso dapprima semplice, nel bosco, ma quando i ragazzi sono usciti dall'ombra... "è diventato difficilissimo" ride Martina "erba alta, caldo, sentiero che scompariva sotto i nostri piedi... non ti nascondo che ci siamo un po' demoralizzati. Meno male che a distrarci sono comparsi la Rocca Busambra, bellissima, il rilievo più alto dei monti Sicani con i suoi 1613 metri, e poi grandi distese di sulleti in fiore: la sulla, coltivata per il miele e per molte proprietà, diventa rossa soltanto nel mese di maggio, siamo stati fortunati!". Fine tappa alla Masseria Rossella, un agriturismo di charme nell’agro di Piana degli Albanesi "un posto raffinato, immerso tra i frutteti, dove ci siamo bevuti una birra fredda... sentendoci davvero inadeguati di fronte a tutte le persone che erano lì per una ricorrenza, noi provati dal cammino e loro tutti eleganti!". 


Tappa Cefalà Diana > Lago Scanzano. Foto Diego Marmi​


Tappa Cefalà Diana > Lago Scanzano. Foto Diego Marmi​

LA CULTURA ALBANESE E LA TRADZIONE DELLA TERRA
Dicevamo di Piana degli Albanesi. "La nuova tappa ci ha portato fino alla cittadina" ricorda Yuri "con un percorso breve e piacevole, che porta a godersi dall'alto la vista sul paese, con il suo bel lago, e sulle montagne circostanti per poi scendere tra le case". L'arrivo è stato particolarmente interessante: "abbiamo festeggiato con un cannolo gigante! E poi via in giro per il borgo insieme ad alcune persone dell'Amministrazione Comunale, alla scoperta dei tanti monumenti e soprattutto della peculiare cultura del luogo". Piana degli Albanesi deve infatti il suo nome alla popolazione albanese che si stabilì qui gradualmente a partire dalla fine del XV secolo, in seguito all'invasione della penisola balcanica da parte dei turchi-ottomani. "Si tratta del più grande stanziamento arbëreshë italiano" ricorda Francesco, "dove da secoli risiede la più popolosa comunità albanese d'Italia". "E non ci si mette molto a capirlo" spiega Yuri "basta sentire la gente, che parla una lingua completamente diversa dai dialetti siciliani che avevamo sentito i giorni precedenti". 
 
Segno tangibile della cultura albanese la Cattedrale ortodossa: "qui si tramanda l'arte greco-bizantina" spiega Francesco "niente statue, soltanto raffigurazioni". E poi le tante storie raccontate nel museo civico Nicolò Barbato, dedicato al territorio, che presenta gli oggetti della civiltà contadina, i costumi albanesi, le testimonianze della vita quotidiana. "Ci sono diverse sezioni dedicate ai documenti sulla strage di Portella della Ginestra", continua Yuri, "un momento fondamentale della storia del paese ma anche un momento importante per la neonata Repubblica italiana: la portella è un valico a sudovest del paese, dove il 1 maggio 1947 il Bandito Giuliano sparò contro la folla di contadini riuniti per celebrare la festa dei lavoratori, provocando undici morti e numerosi feriti. Mi ha colpito come anche le persone giovani del paese fossero ben informate su quell'episodio, che tanto ha fatto parlare per via dell'efferatezza e dei dubbi in merito ai mandanti". 

Fuori dal museo, una sorpresa. "Il signor Giorgio, 85 anni, vice presidente della proloco di Piana degli Albanesi, ci ha cantato in modo appassionato "O bukura morea", ovvero "Oh bella Morea", una canzone albanese: un momento davvero struggente, anche perché il testo esprime il sentimento di un albanese lontano dalla patria". Serata con aperitivo in paese, "anche se è una cittadina piccola, non supera i seimila abitanti, non ti dico quanti giovani conviviali e vivaci, siamo rimasti davvero stupiti!".


Cattedrale ortodossa di San Demetrio Megalomartire. Piana degli Albanesi. Foto Sara Furlanetto


Giorgio Ferrara, 85 anni, vice presidente della proloco di Piana degli Albanesi. Foto Sara Furlanetto​

Di nuovo in cammino verso Masseria Dammusi, a monte dell'abitato di San Giuseppe Jato. "Una tappa breve, panoramica, bella, in cui abbiamo sofferto il caldo" racconta Giacomo "lungo un sentiero caratterizzato da rocce rossastre. Siamo arrivati nel primo pomeriggio alla masseria, presa d'assalto per il weekend. Così abbiamo fatto una delle nostre pazzie... e siamo scappati al mare! In 40 minuti, con il furgone, eravamo sulla spiaggia di Mondello, per me un luogo caro dove ho tantissimi ricordi. Bagno rigenerante e poi, sulla via del ritorno, stop al Duomo di Monreale, dove tutti sono rimasti strabiliati per via degli incredibili mosaici dell'interno".

Alla masseria accoglienza di Emanuele e della compagna. "Un luogo davvero spettacolare" continua Giacomo "pensa, all'inizio del Novecento ci abitavano cento famiglie, era proprio il fulcro di tutto il territorio: c'era anche una scuola. Poi dagli anni Sessanta ha perso la sua importanza, a causa delle nuove riforme agrarie, e negli anni è stata riconvertita come struttura ricettiva e di ristorazione, oggi di proprietà del nipote dell'antico proprietario: il nome attuale è Casale del Principe". "La masseria ha in un certo senso fatto nascere San Giuseppe Jato" precisa Francesco "visto che al suo interno non c'era più spazio per le persone, fu fondato un nuovo abitato". Dopo una cena "fantastica", rigenerante e fresca notte in tenda davanti alla masseria. 


Tappa Piana degli Albanesi > Masseria Dammusi. Foto Sara Furlanetto


Tappa Piana degli Albanesi > Masseria Dammusi. Foto Sara Furlanetto

"Che caldo impressionante... eravamo a maggio e già si soffocava". A Giacomo la tappa da Masseria Dammusi ad Alcamo non piaciutà granché. "Dopo un paio d'ore di cammino mi sono accorto che ero stanco e spossato... in più mi ero separato dagli altri e chi ti incontro? Cinque cani slegati, dall'aspetto poco simpatico... per fortuna avevo in mano un torsolo di mela, che ho gettato ai cani: e loro sono corsi a prenderlo, lasciandomi stare. Un episodio che non ha contribuito alla mia diffidenza verso questi animali... i cani sono gli unici animali che lungo il nostro cammino ci hanno recato problemi! Zecche a parte, naturalmente...". Proprio quando Giacomo pensava di chiamare qualcuno in aiuto, visto che non si sentiva in grado di procedere, ecco che la provvidenza si è manifestata sotto forma di Mohamed. "Un ragazzo che è arrivato in motorino e mi ha chiesto se volevo un passaggio: l'aria fresca e una dormita all'ombra ad Alcamo, oltre a uno spuntino rigenerante, mi hanno rimesso in sesto". 

Alla sera, la scoperta di Valdibella, nelle campagne di Camporeale. "Una realtà molto interessante" spiega Sara. "Massimiliano Solano ha ideato una prima forma di cooperativa nel '94, nell'ottica di creare una rete tra produttori biologici, cercando di scardinare il metodo agricolo al tempo dominante. Antonio Accardo ha ereditato il mestiere dal padre e si è unito fin da subito all'iniziativa di Massimiliano. Da allora lavorano per mettere in contatto i piccoli produttori con il mercato". "Ci sono riusciti attraverso la trasformazione" continua Francesco "la cooperativa fa da mediatore, i piccoli produttori non vendono più all'ingrosso ma trasformano. E i prodotti sono eccellenti, dalla timilia - una antica cultivar di grano duro - al vino fino al latte di mandorla". In particolare, i ragazzi hanno intervistato Rino ed Erina, un tempo ottici e ora contadini partecipanti alla cooperativa. "I contadini più contenti di sempre!" sorride Sara. "Ci hanno detto che non tornerebbero mai indietro, sono talmente orgogliosi delle loro produzioni, che curano personalmente. Erina è un'innestratrice richiesta". Persone energiche ed entusiaste, che fanno fede a quanto afferma Valdibella sul suo sito: "Se oggi produciamo vino, grano e pasta, mandorle e olio, ortaggi e legumi, è solo perché all’interno della nostra cooperativa ci sono donne e uomini che sanno superare la propria individualità per unirsi a un progetto comune e cooperativo".


Alcamo. Foto Sara Furlanetto


Rino ed Erina della Cooperativa Valdibella. Foto Sara Furlanetto

A SEGESTA: DI TEMPLI, SORGENTI E BOULDERING
Una tappa ricca di luoghi e di persone, quella tra Alcamo e Segesta, tra le province di Palermo e di Trapani. A raccontarla è Andrea. "Abbiamo attraversato tutto il centro di Alcamo, quasi una sfilata lungo la via dei negozi, tra le bancarelle di pesce e le piazzette... poi, come siamo usciti dal paese, ecco un pallone: ci siamo messi ovviamente a palleggiare - Francesco si sarebbe portato poi il pallone per 20 chilometri - peccato che Diego tra uno stop e l'altro abbia fatto volare il suo cellulare, che si è spento... e un guidatore di furgone senza navigatore in una terra sconosciuta, beh, non è proprio una bella cosa!". Dopo i primi tratti sull'asfalto, i ragazzi hanno incontrato Francesco e il nipote Giuseppe della associazione Bosco Angimbè, nata nel 2013 a Calatafimi Segesta per promuovere la natura, l'educazione ambientale e la valorizzazione del territorio. Francesco e Giuseppe hanno dapprima condotto Va' Sentiero alle Terme di Segesta: "belle pozze naturali all'interno di un canyon, continua Andrea, e mai mi sarei immaginato di imbattermi in acqua sulfurea così calda... nella prima in cui ci siamo buttati la temperatura sfiorava i 40 gradi, ma era nulla al confronto di un'altra pozza all'interno di una grotta, dove sembrava di essere dentro a una sauna! Scavando sotto le rocce si trova anche del fango che fa bene alla pelle: ovviamente ci siamo cosparsi tutti e l'abbiamo lasciato asciugare al sole".


Tappa Alcamo > Segesta. Terme di Segesta. Foto Sara Furlanetto


Tappa Alcamo > Segesta. I ragazzi alle Terme di Segesta. Foto Andrea Buonopane

Poi deviazione dal Sentiero Italia verso il bosco Angimbè, che ha dato nome all'associazione e che "prende il nome dalle gebbie, cioè dalle cisterne" interviene Francesco: "una parola araba, come molti altri termini siciliani legati all'agricoltura, visto che furono gli arabi a portare varie pratiche agricole sull'isola". "È una delle zone boschive tra le meglio conservate della Sicilia" continua Andrea "davvero affascinante, ricca di sugheri: l'associazione organizza incontri, seminari, escursioni per valorizzare quest'area inconteminata ed insegnare le proprietà delle piante medicinali, oltre a creare un luogo adatto per le famiglie e per chi andare a cavallo". La tappa è continuata tra piante di nespole e di arance: "qui la varietà è la ovaletto di Calatafimi, un nome che deriva dalla forma del frutto: le abbiamo assaggiate nell'aranceto di zio Cola, un signore sordomuto che tramite gesti ci ha fatto capire che eravamo i benvenuti e potevamo prendere i frutti dagli alberi". Tramonto al tempio greco di Segesta, che benché nascosto da alcune impalcature non ha mancato di impressionare i ragazzi per la posizione e la struttura perfettamente conservata fin dal V secolo avanti Cristo. 


Tappa Alcamo > Segesta. Francesco (fondatore associazione Bosco Agimbè) e Giuseppe. Foto Sara Furlanetto


Tappa Alcamo > Segesta. Il tempio di Segesta. Foto Sara Furlanetto​

La serata di luna piena (e poi parte del giorno successivo) è trascorsa nella vicina Ummari, ospiti di Giorgia e Davide del b&b Polvere di Stelle. "Ci hanno accolto con una bellissima grigliata di pesce" racconta Andrea "e ci hanno raccontato la loro storia. Dunque, Davide, originario del Varesotto, nato in Svizzera, aveva sempre frequentato la Sicilia da ragazzo perché suo padre è della provincia di Trapani; poi, dopo un lungo periodo di assenza, ci era tornato per andare ad arrampicare... innamorandosi delle bellezze dell'entroterra. Un colpo di fulmine, tanto da decidere di lasciare il lavoro in cantiere e di trasferirsi insieme alla sua compagna Giorgia: trovano un rudere, aprono un b&b, cominciano ad accogliere persone amanti dell'arrampicata e dell'aria aperta. Davide ci ha continuato a ripetere: il mare è bello due mesi all'anno, ma la campagna è bella 12 mesi all'anno! Il suo obiettivo è anche quello di avvicinare i trapanesi all'arrampicata, dove questo sport è davvero poco diffuso". 

In particolare, Davide e Giorgia si dedicano al bouldering, una disciplina che prevede l'arrampicata su massi, a mani nude: "lo scopo è quello di aggirare il masso per arrivare sulla cima" spiega Andrea. "E nei pressi di Ummari hanno trovato un'area perfetta per praticare questo sport, in un bosco di eucalipti dall'atmosfera autraliana sono nascoste formazioni rocciose perfette: il luogo si chiama Bosco Scorace, e Davide e Giorgia l'hanno tutto ripulito, facendone la loro seconda casa... abbiamo provato anche noi a scalare i massi, con vari risultati - Diego è stato il più bravo! - ma in generale è stato molto divertente vedere in azione loro e i loro amici. Un bell'esempio di giovani che hanno mollato tutto per passione e per la voglia di tornare alle origini, di dar valore al territorio". 


Bosco Scorace. Tentativi di boulder con i ragazzi di Scorace Boulder. Foto Sara Furlanetto​


Davide e Giorgia del B&B Polvere di Stelle ad Ummari. Foto Sara Furlanetto​

SCOPELLO, LO ZINGARO ED ERICE
"Partiamo da Polvere di Stelle un po' malinconici" ricorda Martina "ci siamo trovati davvero bene dai ragazzi di Varese... Ma subito abbiamo incontrato nuovi compagni di viaggio: i ragazzi di The Climate Route, un progetto che nasce dall’idea di sensibilizzare la popolazione italiana sulla crisi climatica e in particolar modo vuole focalizzare l’attenzione sull’Artico. La spedizione, che partirà nel 2022, intende documentare gli effetti del cambiamento climatico sulle comunità dalla Marmolada fino allo stretto di Bering. Un'idea nata nel 2020, quando una cisterna in Russia è collassata per lo scioglimento rapido del permaforst e ha riversato 20mila tonnellate di gasolio in un fiume artico, spingendo i ragazzi a fare qualcosa di concreto. Con loro abbiamo condiviso il traguardo dei primi 500 chilometri di Va' Sentiero nel 2021!".

La tappa da Segesta è arrivata a Scopello, un luogo simbolo della Sicilia nordoccidentale con la sua tonnara e i suoi faraglioni. "Si sentiva l'aria d'estate e il profumo di mare, quel giorno... È stato bello arrivare a Scopello, con i suoi colori bianchi e blu, ci sentivamo quasi in vacanza! Abbiamo festeggiato a suon di albicocche e birra e poi abbiamo incontrato Marco Manini, cantante di Les Enfants, che aveva suonato per noi a Visso alla fine del primo anno di Va' Sentiero". Serata ospiti dell'azienda agricola Acquaviva, "ancora gestita da persone arrivate dal nord Italia... incredibile! In realtà loro sono trapiantati da molti anni in Sicilia, dove si è formata una piccola comunità un po' hippy, che ha condiviso con noi le fave dell'orto, schitarrate e balli davanti al fuoco". 


Tappa Segesta > Scopello. Foto Sara Furlanetto


Tappa Segesta > Scopello. Foto Sara Furlanetto


Tappa Segesta > Scopello. La "comunità" sorta intorno all'azienda agricola Acquaviva. Foto Sara Furlanetto

Un altro luogo simbolo del Trapanese è la riserva dello Zingaro, che si estende lungo un magnifico tratto di litorale scampato alla costruzione di una strada. "La storia è simbolicamente importante, perché l'area protetta è nata grazie a un movimento dal basso" spiega Francesco. "Nel 1976 erano già iniziati i lavori per la costruzione della litoranea da Scopello a San Vito Lo Capo, ma in seguito a una serie di iniziative del mondo ambientalista, culminate in una marcia di protesta nel 1980, l'Azienda Foreste Demaniali della Regione Siciliana si impegnò ad espropriare l'area dello Zingaro e successivamente venne istituita la riserva". "L'abbiamo attraversata tutta, da Scopello a Macari" continua Yuri "tra bagni in calette, salite sotto il sole, sentieri a mezza costa... Il luogo che mi ha colpito di più è stato Borgo Cusenza, un grumo di case dove si coltivavano cereali, e fino ai primi del Novecento, le 14 famiglie che vi vivevano avevano perfino una cantina per la produzione del vino. Le case sono state trasformate dalla Forestale in luogo di accoglienza: il panorama è incredibile, non ti dico la vista pazzesca sul golfo... sarebbe stato stupendo fermarci a dormire lì". La bella salita verso il passo del Lupo ha fatto scollinare il gruppo sul versante occidentale del capo e della riserva e non sono mancate altre sorprese. "Uno spettacolo" si entusiasma Yuri "con quelle rocce calcaree rossastre e il mare verde smeraldo... la discesa verso Macari è stata stupenda, forse ancora più bella del versante orientale". 

I ragazzi, negli ultimi mesi, hanno dormito in palestre, sacrestie, masserie, tende... ma mai dentro a una barca a vela. "È capitato grazie a Antonio e Bianca, che ci hanno ospitato nella loro barca ormeggiata a San Vito Lo Capo. Pensa, loro solitamente vivono nella barca... tranne in questo momento, visto che Bianca è in dolce attesa. Ma non vedono l'ora di tornare!". Altra barca il giorno dopo, in questo caso un catamarano: "Il gentilissimo Fulvio, un ex ingegnere ambientale in pensione, ci ha portato in gita in catamarano a Levanzo, una delle isole Egadi" prosegue Yuri "davvero un momento di relax bellissimo". Non sono mancati arancine e pitoni, nonché il cuscus di pesce per cui la zona è famosa...
 

Tappa Scopello > Macari. Lo Zingaro. Foto Sara Furlanetto​


Tappa Scopello > Macari. Borgo Cusenza. Foto Sara Furlanetto​


In barca a San Vito lo Capo. Foto Sara Furlanetto​

Anche la tappa successiva si è rivelata ricchissima di scorci spettacolari. "Da Macari il sentiero prosegue nella riserva, lungo il mare; poi a mezzacosta circumnaviga il monte Cofano, un promontorio di natura calcarea, dalla caratteristica forma triangolare, che raggiunge i 659 metri a picco sul mare" ricorda Sara. "Ha un po' l'aspetto di una montagna dolomitica... è come se le Tofane all'improvviso fossero state spostate in mezzo al mare!". Va' Sentiero ha camminato a ridosso delle pareti spioventi, tra un bagno e l'altro, insieme ai ragazzi di The Climate Route e a Fabrizio, che Sara conosceva dai tempi in cui abitava a Londra e studiava fotografia. "È stato tre giorni con noi e si è messo in gioco, visto che non aveva alcuna esperienza di cammini e montagne...".

Sotto il monte Cofano i ragazzi hanno visitato la grotta Mangiapane, la più grande delle grotte di Scurati, alta circa 70 metri, larga 13 e profonda 50, abitata fin dai tempi presistorici e poi diventata un piccolo insediamento dove risiedevano pescatori e contadini. "Un luogo pittoresco" ricorda Sara "che recentemente è stato anche il set dell'episodio Il ladro di merendine della serie televisiva Il commissario Montalbano". A seguire, pranzo con un'associazione locale e fine percorso a Custonaci. "Mi ha colpito molto la vista delle cave di Custonaci, dove si estrae il marmo perlato, che cominciano proprio a ridosso della grotta Mangiapane" continua Sara. "Dal sentiero che arriva lì se ne intravede solo una parte, invece da quello che avremmo fatto l'indomani la scena è impressionante! A detta di diversi giovani che abbiamo incontrato, le amministrazioni di Custonaci non hanno mai veramente puntato sul turismo, ma semplicemente vissuto di rendita (perché la zona di fatto è bellissima e si può vendere da sé)".


Tappa Macari > Custonaci. Foto Sara Furlanetto


Tappa Macari > Custonaci. Foto Sara Furlanetto


Grotta Mangiapane, a Custonaci, ai piedi del Monte Cofano. Foto Sara Furlanetto

Dopo averlo esplorato da sotto, vuoi non salire sulla cima del Cofano? Pronti, via: verso le 19 i ragazzi si sono rifatti lo zaino e di buon passo si sono messi in cammino, pronti ad affrontare i quasi 700 metri di dislivello. "Non volevamo perderci il tramonto dall'alto... e non ti dico l'adrenalina, siamo saliti tutti con un'energia incredibile, anche il buon Fabrizio alle prese con la sua prima cima! Siamo arrivati in vetta qualche minuto prima che il sole calasse nel mare, tra l'entusiasmo collettivo... e a sorpresa ci hanno raggiunti anche i ragazzi di The Climate Route, che ci seguivano ancora più di fretta!". La serata è terminata in una pizzeria di Custonaci, attorno a una tavola gigantesca organizzata dall'Amministrazione Comunale. 


Tramonto dalla cima del Monte Cofano. Foto Sara Furlanetto


Tramonto dalla cima del Monte Cofano. Foto Andrea Buonopane


Vista sulla costa e il monte Cofano rientrando a Custonaci da Trapani. Foto Sara Furlanetto

Ormai la fine della Sicilia si inizia a vedere: Trapani non è lontana che qualche chilometro. "Da Custonaci a Erice la tappa è bella, anche se per lunghi chilometri su strada asfaltata" continua Andrea "siamo passati dal piccolo borgo di Bonagia, frazione del comune di Valderice, dove spicca la vecchia tonnara, per poi affrontare l'ultimo strappo di 600 metri che permette di giungere a Erice, arroccata su uno sperone di roccia. Naturalmente la salita è capitata nell'ora più calda della giornata, come spesso succede... A distrarci dall'afa, il profilo del monte Cofano, lontano, quasi finto, e poi il turchese del mare; ma anche bellissimi asini che si facevano accarezzare e la scena di due serpenti neri in accoppiamento, tutti attorcigliati tra loro in verticale, che si sono subito sciolti quando mi hanno visto arrivare". 

Poi è apparsa Erice con il suo castello... e insieme a loro la consueta nebbia che avvolge la cittadina trapanese. "Incredibile, ce l'avevano raccontato, ma è difficile crederci fin quando sei lì" prosegue Andrea "giusto il tempo di tirare fuori il drone dallo zaino che tutto il panorama si è ricoperto di nuvole basse e ha cominciato a fare freddo... sembrava di essere stati catapultati nella Pianura Padana! Poi, a sera, un altro miracolo: dal nulla più assoluto, il cielo si è aperto e abbiamo ammirato un bellissimo tramonto". 


Tappa Custonaci > Erice. Foto Sara Furlanetto


Tappa Custonaci > Erice. Foto Sara Furlanetto

E l’altro monte, e l’altro monte ei vede,
l’Erice azzurro, solo tra il mare e il cielo
divinamente apparito, la vetta annunziatrice della Sicilia bella!

(La notte di Caprera – Gabriele D’Annunzio)

Erice è un borgo speciale. Un po' per lo sperone che appare "divinamente", un po' per la nebbiolina che si impossessa dei vicoli ogni sera, un po' perché passeggiando tra le vie del paese sembra di essere in Umbria o in Toscana. "Secondo Tucidide Erice fu fondata dagli esuli troiani, che unitisi alla popolazione autoctona avrebbero poi dato vita al popolo degli Elimi" spiega Francesco. "Insieme a Segesta era la città più importante degli Elimi, in particolare era il centro in cui si celebravano i riti religiosi": qui si venerava la "Venere Erycina", la prima dea della mitologia romana a somiglianza della greca Afrodite. Tra le molte altre peculiarità, il soprannome di "città della scienza", dovuto al fatto che dal 1963 è sede del Centro di cultura scientifica Ettore Majorana, istituito per iniziativa del professor Antonino Zichichi. E non mancano le glorie gastronomiche locali: come Maria Grammatico, la celebre pasticciera ericina che ha ripreso (o rubato, come dice lei) le ricette delle suore locali durante una sua permanenza in convento in giovane età. In particolare quella delle genovesi, "frolle ripiene di crema di latte, la cui forma ricorda quella dei cappelli dei marinai genovesi" spiega Francesco. "Abbiamo visitato il suo negozio e il suo laboratorio: la simpatica ottantenne Maria è davvero un personaggio, non si è mai voluta sposare e si è dedicata completamente alla sua arte, facendo della pasticceria una ragione di vita".


Erice, vista dal castello. Foto Sara Furlanetto


Erice, la pasticceria di Maria Grammatico. Foto Sara Furlanetto


Erice. Foto Sara Furlanetto

ARRIVEDERCI, SICILIA
Ed eccola, l'ultima tappa siciliana, quella che da Erice in qualche ora scende a Trapani. "Scendendo vedevamo tutti i luoghi attraversati nei giorni precedenti, da San Vito a Macari a Custonaci..." ricorda Diego. "Senza contare le saline di Trapani, che a fine percorso avremmo visitato insieme ai responsabili dell'oasi WWF: un paesaggio produttivo presente lungo la costa da tempo immemore, oggi importante anche per la sua biodiversità".

Ma Diego, prima di finire il racconto, vuole tirare anche qualche conclusione sull'esperienza di Va' Sentiero in Sicilia. "Guarda, quello da Erice a Trapani mi è sembrato un percorso quasi metaforico... ti spiego perché. La discesa dal monte verso la città ricorda l'ospitalità sicula, che abbiamo sperimentato innumerevoli volte nelle settimane sull'isola: spesso ci è sembrato di conoscere da lungo tempo le persone incontrate, tanto era facile entrare in contatto con loro. Le pietre incontrate in quest'ultimo tratto sono invece le difficoltà del territorio siculo che abbiamo incontrato nelle varie tappe: non troppe, a dire il vero, e comunque superabili passo dopo passo. E poi, ecco alla fine del viaggio la lunga e retta via nel centro di Trapani, che potrebbe simboleggiare una pista di decollo: nel senso che in Sicilia c'è ancora moltissimo spazio di manovra, sia a livello culturale sia a livello individuale. In queste settimane abbiamo incontrato varie imprese sostenibili e molte persone che hanno già colto il potenziale di questa terra, ma gli spazi "liberi", vuoti, ancora da occupare, sono così capillari e gli edifici da ristrutturare così frequenti che davvero chiunque voglia di investire sul territorio (ma anche su di sé) qui trova un terreno fertile. Ci è sembrato che ci siano grandi potenzialità, insomma, e una qualità della vita alta... Noi ci portiamo dietro ricordi di personaggi fantastici, squisitezza dei modi, grande ospitalità, ma anche l'idea che tanto si può ancora fare".

Arrivederci, dunque, Sicilia: da Messina a Trapani, passando per i Peloritani, l'Etna, i Nebrodi, le Madonie, i Sicani. Monti meno conosciuti, defilati rispetto agli stessi Appennini, eppure ancora vivi, veraci, ricchi di paesaggi speciali e di gente dagli occhi sorridenti. Oltre il mare, laggiù, c'è un'altra isola ad aspettare Va' Sentiero: appuntamento in Sardegna per un altro racconto delle montagne mediterranee.


Visita alla riserva WWF delle Saline di Trapani. Foto Sara Furlanetto


Trapani. Foto Sara Furlanetto


Saline di Marsala. Foto Sara Furlanetto