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Il nostro inviato racconta i luoghi del Giro d'Italia 2021. Tappa 14, salite e silenzi della Carnia con Luigi Maieron

Le Voci del Giro: in Friuli, sulla parete dello Zoncolan

di 
Gino Cervi
22 Maggio 2021
Per tutto maggio 2021, il sito del Touring Club Italiano - in collaborazione con Hertz - segue il Giro d'Italia edizione numero 104 (Torino, 8 maggio - Milano, 30 maggio). A raccontarci i luoghi del Giro d'Italia 2021 è Gino Cervi, scrittore e giornalista, nonché cultore di storia del ciclismo, curatore di guide turistiche Tci e autore di volumi di storia dello sport (tra cui i recenti Il Giro dei Giri e Ho fatto un Giro). Seguiteci lungo le strade del nostro Bel Paese! A questa pagina trovate tutte le puntate.
 
Oggi ci attende lo Zoncolan. La montagna più minacciosa del Giro, un altare da scalare con devozione e rispetto. Ci si prepara al rito partendo dalla dolcezza dei colli veronesi, tra le vigne di Amarone, Valpolicella e Garganega della tenuta di Massimago, un angolo di paradiso prima della scalata al Purgatorio, sempre per portarci dietro la Commedia.
 
L’abbiamo già visto per la Romagna toscana. Ci sono regioni che cui non basta dare un confine amministrativo. La delimitazione burocratica non rende merito di geografie e storie che si sono stratificate nel secoli. Ad esempio, dove inizia la Carnia, l’estremo lembo settentrionale del Friuli? C’è una ballata di Luigi Maieron, che si intitola Argentina. Racconta di una storia di emigrazione e ritorno, una delle tante che si possono raccontare di questa terra, appunto estrema, che per anni e anni ha spinto la sua gente a cercar fortuna lontano, spesso dall’altra parte del mondo. La canzone ha un’aria e un ritmo allegro, la fisarmonica carnica duetta col bandoneòn, ma mette in scena lo straniamento tragicomico di un emigrante che ritorna dopo quindici anni e trova tutto cambiato: il paese, la casa, la famiglia… Non resta che il vino per annegarsi dentro. Per molta gente di questa terra la sorte sembra segnata fin dalla geografia: si combatte da sempre «contro un destino avaro / e infatti si sa che la Carnia comincia ad Amaro».
 
Amaro, in effetti, è un paese si trova poco a nord della confluenza tra Fella e Tagliamento, alle porte di Tolmezzo, e può essere considerato l’anticamera della Carnia. E a Luigi Maieron, che si definisce l’ultimo musicante della Carnia – anche se qualche suo amico gli consiglia, scaramanticamente, di definirsi “il penultimo” – ho chiesto di introdurmi in questa terra.
 
Luigi Maieron
 
«Sono nato nel 1954, figlio di una ragazza madre, Cecilia, di sedici anni, che faceva la musicante, figlia lei stessa di musicanti. Scorrazzava per la Carnia, e senza patente, in sella alla vecchia Gilera di mio nonno Pio. Sono cresciuto con i nonni, ma già quando avevo quattro o cinque anni mi portava con lei e con la sua fisarmonica, in giro per feste e osterie. La musica per me è una questione di DNA. Ci sono nato in mezzo. Poi, naturalmente, la mia formazione musicale ha attinto ad altre fonti, ma sono sempre rimasto fortemente radicato a questa terra, e a questa tradizione popolare. Per vivere ho fatto altri lavori, ma la musica è sempre stata il luogo, e il tempo, in cui ho provato a esprimere il meglio di me stesso».
 
La carriera musicale di Luigi Maieron ha trovato sul suo percorso occasioni che gli hanno aperto strade verso una certa notorietà: dall’attività di musicante “valligiano” è passato a produrre i primi album e a incrociare la sua vena musicale con quella del narratore, sulle pagine dei libri e sui palcoscenici di forme molto simili al teatro-canzone, dove al friulano, nella sua variante carnica – Luigi Maieron è di Cercivento, paese dal nome pieno di aria, di folate, di nuvole sospinte e di squarci di cielo – , si innesta anche l’italiano. All’inizio, una ventina di anni fa, sono state le produzioni con Massimo Bubola – un suo album, Si vif (Si vive, 2002) lo ha fatto conoscere anche grazie alla partecipazione al Premio Tenco, come sarà poi anche per il successivo album Une primavere (2008). Maieron, oltre che alla tradizione popolare, attinge la sua ispirazione anche alla letteratura “colta”, da Pasolini – sua una rilettura de I turcs tal Friul – a Rigoni Stern. Poi, l’incontro con Mauro Corona, dopo una serie di spettacoli di narrazione e musica (Due uomini di parola, 2006 e I fantasmi di pietra, 2010, ispirato alle storie di Erto e del suo spopolamento dopo la tragedia del Vajont), lo ha portato negli ultimi anni a scrivere due romanzi: il primo, a quattro mani con Corona, Quasi niente (2017), ha ricevuto molti riconoscimenti di pubblico e critica; il secondo, Te lo giuro sul cielo (2018), la storia della sua famiglia di musicanti, e in particolare di Cecilia Boschetti, la madre, ne ha confermato il talento di originale fabulatore.
 
Un paesaggio della Carnia / foto Getty Images
 
La Carnia, le sue valli, la sua gente sono il fondale naturale della musica e dei racconti di Maieron: «Mio nonno Pio, musicante, mi raccontava che quel giorno di gennaio del 1954 in cui sono nato io, a Cercivento, fuori si sentiva il lupo. Io sono cresciuto con ricordo avventuroso della mia venuta al mondo. La Carnia è una terra selvatica dove la gente ha fatto della resistenza un caposaldo. Dove la gente si è formata con la fatica come compagna naturale. La fatica era un deterrente per i pensieri “ballerini”, quelli che ti distraggono dalla vita di tutti i giorni, dedicata anima e corpo alla sopravvivenza sostanziale. La vita dei carnici assomiglia, se vuoi, a quella dei ciclisti: che devono stare concentrati sui pedali e sulla strada, devono ascoltare i propri muscoli, aprire i polmoni per arrivare in cima alla salita. La fatica aiuta però anche a riordinare i pensieri, a metterli nella giusta gradazione di importanza. La strada insegna che anche quando sembra di non farcela, alla fine a qualcosa arrivi sempre, anche con il tuo passo, il passo che il tuo corpo, allenato alla fatica, ti insegna».
 
Forse allora può essere vero che le salite, quindi le montagne, questa vita arrampicata e sempre un po’ in bilico, siano l’essenza di questa terra. «La Carnia è anche un posto dove il senso del vero, dell’appartenenza, della tradizione ha radici profonde e ti riempie di sostanza. Non si è mai facilmente ottimisti da queste parti, ma il passo, lento e regolare, “dello scarpone”, o se vuoi della pedalata, è quello che ci contraddistingue. Io mi ci ritrovo in tutto questo. Questo senso antico mi appartiene, anche perché mi arriva direttamente dai miei nonni, che mi hanno cresciuto: pensavo che questo mi avesse fatto perdere “la mia generazione”. Ma oggi ho scoperto che non è così: quei valori antichi, arcaici oggi hanno una modernità incredibile, proprio per la sua abitudine ad andare al centro delle cose. E questo io provo di trasferire nelle mie canzoni, nei miei racconti: cerco le vite, cerco le storie di questa terra così come sono, nella loro elementare essenzialità. Non c’è niente di meglio nella scrittura che entrare nelle vite delle persone e, attraverso le loro storie, senza troppe argomentazioni intorno, raccontare cosa significa “stare al mondo”.
 
Un paesaggio della Carnia / foto Getty Images
 
Ho chiesto a Luigi Maieron di indicarmi uno o più luoghi in cui questa essenzialità umana, e morale, si rifletta emblematicamente nelle cose, in un borgo, in un sentiero, in un paesaggio della Carnia: «Al mio paese, Cercivento, c’è un posto: la fucina di Checco, una bottega di fabbro che, fino al 1970, in cui sono state prodotti migliaia e migliaia di attrezzi da lavoro che sono andati nelle mani di chi ha lavorato per secoli in queste valli. Ancora adesso che ci entri dentro, respiri lo spirito di un popolo.
 
Un altro luogo simbolo è Givigliana, una frazione del comune di Rigolato: un posto impervio, dove ormai abitano solo sette o otto persone. Era il paese di un mio amico poeta, Pieri Pincian. La storia di Givigliana è rappresentata da un immenso murale dipinto sul campanile del paese. È stato come volere fermare in immagini le voci di un paese che ormai è tutto silenzio. Infine, un altro luogo di intensa spiritualità, è il Santuario della Madonna del Monte Castellano, sopra Raveo. Qui, luogo di culto popolare, per via dell’apparizione della Vergine, è uno di quei posti in cui, che tu creda o meno, ti sembra di poterti riconciliare con quello che assomiglia davvero a un “posto dei miracoli”».
 
Un balcone in Carnia / foto Getty Images
 
Luigi ha anche un ricordo del ciclismo, e del Giro in particolare: «Lo Zoncolan è pure lui un santuario del ciclismo. La gente vi si accosta proprio come in un pellegrinaggio. Per un carnico l’arrivo della tappa in cima allo Zoncolan è quasi un omaggio al culto per la fatica che questo popolo pratica da sempre. Una specie di filosofia popolare che identifica la gente di qui. Se poi devo ricordare un corridore, non posso dimenticarmi di Pantani, che aveva la stessa tenacia, la stessa spigolosità della gente di qui, abituata a convivere senza complimenti con la fatica più aspra. Pantani avrebbe potuto essere un carnico d’adozione». La Carnia, Pantani e la voce di Luigi Maieron. Aveva ragione a dire di lui che «se una quercia potesse cantare avrebbe la voce di Luigi Maieron».
 
 
 
Il "Giro del Touring" è realizzato in collaborazione con Hertz, storico partner di mobilità dell'associazione, che ha messo a disposizione di Gino Cervi un'auto ibrida per seguire le tappe della Corsa Rosa. Per conoscere le convenzione riservate da Hertz ai soci Tci basta consultare la pagina dedicata.

I volumi Touring sul Giro d'Italia scritti da Gino Cervi: Il Giro dei Giri e Ho fatto un Giro.