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Il nostro inviato racconta i luoghi del Giro d'Italia 2021. Tappa 2, le terre piemontesi del riso

Le Voci del Giro: a Novara, per la magia delle risaie e un teatro tornato a nuova vita

di 
Gino Cervi
9 Maggio 2021

Per tutto maggio 2021, il sito del Touring Club Italiano - in collaborazione con Hertz - segue il Giro d'Italia edizione numero 104 (Torino, 8 maggio - Milano, 30 maggio). A raccontarci i luoghi del Giro d'Italia 2021 è Gino Cervi, scrittore e giornalista, nonché cultore di storia del ciclismo, curatore di guide turistiche Tci e autore di volumi di storia dello sport (tra cui i recenti Il Giro dei Giri e Ho fatto un Giro). Seguiteci lungo le strade del nostro Bel Paese! A questa pagina trovate tutte le puntate.
 
 
Se si potesse tirare una corda tesa dal palco di corna del cervo in bronzo che svetta alla sommità del tetto del salone centrale della palazzina di caccia di Stupinigi fino alla statua di Cristo Salvatore posta in cima alla cupola della basilica di San Gaudenzio a Novara (126 m) sarebbe una linea d’aria orizzontale di poco più di cento chilometri, ininterrotta da nessuno ostacolo di sorta.

La seconda tappa del Giro d’Italia 2021 è ancora tutta piemontese e lascia Torino dalla residenza sabauda per puntare, dopo aver fatto un largo giro a sud del capoluogo, verso la pianura orientale, lambendo appena le colline del Monferrato. È una tappa di pianura. E di acque. Quelle che probabilmente scenderanno in forma piovana in questo 9 maggio, e quelle che a un certo punto incontreremo oltre il Po, nella pianura vercellese e novarese: la terra delle risaie. Ha scritto anni fa Sebastiano Vassalli, novarese d’adozione, che questa terra è «un pezzetto di delta del Mekong trapiantato nel cuore d’Europa».


La cupola di San Gaudenzio a Novara - foto Stefano Brambilla

LA TERRA DELLE RISAIE: UN'ESTETICA ESSENZIALE
Sono andato a chiedere a un’altra novarese di adozione, Lucilla Giagnoni, attrice e autrice teatrale, direttrice artistica del Nuovo teatro Faraggiana di Novara, di raccontarmi questo pezzo di Mekong padano. «Sono arrivata a vivere qui a quindici anni, arrivando da Firenze e dalla Toscana, da paesaggi completamente diversi, forse i più bei paesaggi del mondo, talmente belli che sembra quasi banale doverli raccontare. Qui non c’era nulla. O almeno mi sembrava che non ci fosse nulla. Poi anni dopo, quando stavo per diventare madre in questa terra che mi aveva accolto nel suo “nulla”, mi sono chiesta, io che da bambina disegnavo paesaggi punteggiati di cipressi e casolari gialli con le persiane verdi, che cosa mia figlia avrebbe potuto disegnare quando gli avrebbero chiesto di disegnare un paesaggio. Allora ho iniziato a studiare meglio questo luogo, scoprendolo poco a poco, e comprendendolo a poco a poco mi sono ritrovata ad amarlo».

Non è stato un percorso facile, come tutti i percorsi di conoscenza: «La pianura di risaia è un paesaggio che non si manifesta immediatamente nella sua bellezza. Anzi, a prima vista, pare sempre la negazione di qualcosa. Sebastiano Vassalli, che viveva in una cascina, nell’incipit del suo romanzo forse più famoso, ambientato proprio in questa terra, diceva che dalle finestre di casa vedeva il nulla. Questa negazione la si trovia addirittura nel nome del capoluogo di questa provincia, Novara, una città che inizia con NO. C’è una certa differenza abitare a Siena, e vedere le targhe che ti dicono sempre SI e vivere e abitare a NOvara...». Ma non è proprio così vero che questo è un paesaggio di assenza. O meglio, non è sempre vero. «In questi giorni di inizio maggio è il momento che la pianura di risaia manifesta la sua natura più specifica: quella di essere un NON-mare, o un mare “a quadretti”. È il momento in cui le risaie vengono allagate e la terra presenta come uno vasto specchio quadrettato di arginelli, filari di pioppeti e linee di canali, in cui si riflette da lontano la sagoma materna del Monte Rosa. È in questo momento un paesaggio di un’estetica essenziale, minimalista, quasi zen».  


Risaie del Novarese - foto Stefano Brambilla

Tra qualche settimana questa laguna ad assi cartesiani si colorerà di un tenero verde, quello delle piantine di riso che, maturando sotto il sole estivo, diventano bionde e poi dorate, fino al momento del raccolto a settembre. Poi, per il resto dell’anno questo angolo di pianura ritorna nella dimensione del vuoto, poco più che una terra smossa. Dietro a questa apparente dimensione di sottrazione, c’è però, al contrario, una secolare storia di affermazione antropica. Lucilla Giagnoni per lungo tempo, nel suo lavoro di drammaturgia narrativa ha studiato e poi messo in scena le storie di trasformazioni sociali ed economiche che hanno plasmato queste terre. Sono le storie della mondine, le lavoratrici delle risaie che per decenni e decenni nel Novecento hanno rappresentato una delle esperienze più incisive nella lotta per i diritti del lavoro delle donne. 

«La Marchesa Colombi [pseudonimo di Maria Antonietta Torriani] nel 1877 ha scritto un romanzo di denuncia, "In risaia", pubblicato a puntate sul “Corriere della Sera” che sarà portato in parlamento per dare voce allo scandalo del massacrante sfruttamento delle lavoratrici delle risaie. Un documento di fortissimo impatto sociale da cui sono partita in questo mio percorso di conoscenza e comprensione di questa terra che mi ha accolto e nella quale ho scelto di vivere. Da lì in poi altri miei lavori e altri miei spettacoli hanno parlato di una sorta di terra di mezzo dove tutti passano ma dove quasi nessuno si ferma. Un po’ come gli eserciti di passaggio che per secoli hanno incrociato questa pianura, per farne campo di battaglia e di razzia, in genere per portare sventure ed epidemie. E instillando così nel sangue della gente del posto quell’ancestrale senso di diffidenza e sospetto nei confronti dello straniero: «Ci sono tre domande che fanno i contadini di queste parti: “Chi è cul lì? Da duè cal vegna? Cus’è cal voeur”, chi è, da dove viene e cosa vuole».


Risaie del Novarese - foto Stefano Brambilla

IL CANALE CAVOUR, OPERA MEMORABILE
Lucilla Giagnoni partendo da Riso amaro, uno degli archetipi cinematografici di questo mondo ormai perduto, passando per l’epopea novarese editoriale deagostiniana di Atlante, è arrivata fino La chimera di Vassalli, ormai un classico del Novecento, che racconta la storia minima di Antonia, una ragazza di pianura accusata di stregoneria negli anni immediatamente precedenti alla scena dei Promessi sposi manzoniani. Ma c’è, tra i lavori più recenti, anche un testo che ci parla di un luogo che oggi incroceremo, e che in parte di accompagnerà nel corso di questa seconda tappa: il Canale Cavour. «S’intitola Tutto e solo di braccia e di badile ed è la storia della costruzione del Canale Cavour e del suo ideatore, l’agromensore vercellese Francesco Rossi che a metà Ottocento sfruttò il leggero declivio della pianura, da sud verso nord, soli 35 cm al chilometro, per far defluire le acque del Po da Chivasso e incanalarle per oltre 80 chilometri verso il corso del Ticino. Una straordinaria via d’acqua che mutò il paesaggio e l’economia delle terre del Vercellese, del Novarese e della Lomellina, contribuendo con una straordinaria, monumentale opera di ingegneria idraulica a farle diventare quello che oggi ancora sono. Insieme a Francesco Brugnetta abbiamo raccontato l’ideazione e la realizzazione in soli tre anni di questa grande opera, un’opera grande e bella, fatta bene e che ha fatto bene, perfettamente armonizzata con la natura che attraversa in modo discreto e utile».


Il canale Cavour nel Novarese - foto Stefano Brambilla
 
Giagnoni confessa di preferire alla bicicletta la corsa a piedi: corre tutti i giorni, almeno per un’ora, dentro al paesaggio di terra piatta e di acque di cui abbiamo appena parlato. E di avere nei confronti della bicicletta, come la gente del posto al cospetto degli stranieri, un’ancestrale idiosincrasia. Ma della bicicletta e del ciclismo si porta dentro l’ammirazione per l’epoca mitica del dopoguerra, quella di Bartali e Coppi: «Il fascino altero e distaccato, e anche tormentato, di Coppi e quello nostrano e sanguigno di Bartali. Ma anche se non da praticante, anche per la bicicletta ho un’ammirazione incondizionata. È stato un miracolo avere inventato un marchingegno tale per cui tu usi la tua propria energia senza produzioni di scorie inquinanti. E poi ha una dimensione esatta della velocità, quella dimensione che ti consente di fruire di percezioni sensoriali a misura d’uomo: il vento, lo sguardo...».

LA NUOVA VITA DEL TEATRO FARAGGIANA
Giagnoni dal 2016 è la direttrice artistica del Nuovo teatro Faraggiana di Novara: «Penso che ci siano delle analogie tra la storia del nostro teatro e quella del Giro. È l’essere parte di una comunità forte intorno a un elemento cardine che è il territorio. Il Giro lo attraversa, un teatro sta fermo. Il teatro è uno di quei luoghi energetici dove gli esseri umani si ritrovano per “fare antenna”, un’antenna ricevente e un’antenna emittente. Il teatro è un santuario civile: ci si ritrova non per pregare qualcosa di diverso da noi, ma per guardarsi addosso, per conoscersi e riconoscersi per quello che si è. Ed è molto importante partecipare insieme ad altri, è una cosa che fa bene alla mente e al corpo perché libera energie e le mette in circolo e in risonanza. Il Teatro Faraggiana ha una storia particolare. È nato come teatro popolare a inizio Novecento ed era uno spazio civico, un dono alla città, senza palchi privati. Si aprì presto anche alle proiezioni cinematografiche e poi agli spettacoli di varietà. Quasi distrutto da un incendio, rimase chiuso per vent’anni ed è tornato in vita grazie a un’operazione di salvataggio civico, ad opera di una fondazione che lo ha salvato dal destino di diventare un multisala cinematografico. Abbiamo riaperto cinque anni fa e siamo volati subito, come vola la bicicletta. Poi da un anno il Covid ci ha colpito duro. Però abbiamo trovato il modo di far sentire ugualmente la nostra voce. Durante il lockdown della primavera 2020 ho letto sul palco, ogni giorno, un canto della Divina Commedia, cento giorni e cento canti. È stato il mio personale Giro d’Italia».


 
Le ho chiesto allora quale siano state, di tutte le tre cantiche, le fatiche più dure, le Cime Coppi che ha dovuto scalare: «Ce ne sono due. Il primo è il XXXIII dell’Inferno, il canto di Ugolino. Un uomo, un padre, un traditore che piange la morte dei propri figli: per me che sono donna dare voce a quel mostro, e senza togliergli nulla della sua mostruosità, è stata un’impresa rispettare quello che Dante fa. Ovvero aver pietà di lui. Lui resta mostruoso ma tu hai pietà di lui. E poi, il gran finale, l’ultimo canto del Paradiso, “Vergine madre, figlia del tuo figlio, / umile e alta più che creatura”, dove invece il femminile viene sublimato dalla congiunzione degli opposti: che dice nel profondo quale è il destino dell’umanità, ovvero dare armonia. Non conta vincere o perdere, ma unire».


Il "Giro del Touring" è realizzato in collaborazione con Hertz, storico partner di mobilità dell'associazione, che ha messo a disposizione di Gino Cervi un'auto ibrida per seguire le tappe della Corsa Rosa. Per conoscere le convenzione riservate da Hertz ai soci Tci basta consultare la pagina dedicata.

I volumi Touring sul Giro d'Italia scritti da Gino Cervi: Il Giro dei Giri e Ho fatto un Giro.