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Il nostro inviato racconta i luoghi del Giro d'Italia 2021. Tappa 21, l'arrivo nel capoluogo lombardo

Le Voci del Giro: a Milano, per parlare di dialetto e bicicletta con il cantautore Claudio Sanfilippo

di 
Gino Cervi
30 Maggio 2021
 
 
Per tutto maggio 2021, il sito del Touring Club Italiano - in collaborazione con Hertz - segue il Giro d'Italia edizione numero 104 (Torino, 8 maggio - Milano, 30 maggio). A raccontarci i luoghi del Giro d'Italia 2021 è Gino Cervi, scrittore e giornalista, nonché cultore di storia del ciclismo, curatore di guide turistiche Tci e autore di volumi di storia dello sport (tra cui i recenti Il Giro dei Giri e Ho fatto un Giro). Seguiteci lungo le strade del nostro Bel Paese! A questa pagina trovate tutte le puntate.
 
 
Milano è la casa del Giro d’Italia e oggi il Giro torna a casa. Lo ha fatto quasi sempre nella sua lunga storia. Alla fine del suo viaggio di tre settimane la Grande Nave Rosa attracca in piazza Duomo, cuore del cuore della città. Ci arriva da Senago, ai bordi del Parco delle Groane per poi inurbarsi senza soluzione di continuità nell’hinterland nord della metropoli, Cormano, Cusano, Bresso, Cinisello Balsamo, Sesto San Giovanni. Della campagna di un tempo non sopravvivono, come relitti, che i toponimi: Cascina Traversagna, Cassina Nuova, Cascina Battiloca…


L’ultima tappa è una cronometro individuale. Per quasi tutti i corridori sarà una passerella, dal momento che pare che per la classifica generale «les jeux sont faits» - primo l’inca Bernal, secondo il caruso Caruso, terzo Yates che, probabilmente non riuscirà ad anagrammare il suo cognome per diventare... “The second coming”.  Saranno rilassati e felici di finire la loro fatica ma non avranno molto di che ammirare e distrarsi intorno, dal punto di vista del paesaggio. Tutta un’altra Milano, ad esempio, vedeva Delio Tessa, poeta e, nell’occasione, ciclista che più o meno cento anni fa, montava in sella e faceva il percorso inverso. E su per la Comasina, la strada che esce da Porta Volta e punta verso nord, attraversava campi e prati bei pasciuti, come seduti dentro la nebbia, a mollo tra le fila dei gelsi e di mucchi di letame, cascine e casci notti, paesi e paesotti. Era una mattina grigia di ottobre, senza il volo di un passero, e senza sole. È l’inizio della poesia di De là del mur, un capolavoro di poesia in movimento, cinema espressionista vestito di dialetto milanese. 

Oggi è una mattina di fine maggio e con tanto sole. Per capire se esiste, e resiste, un qualcosa di immateriale che appartiene a una Milano che si sente anche se non si vede, ho fatto due chiacchiere con Claudio Sanfilippo, cantautore, poeta e narratore. Buona parte della sua produzione, soprattutto musicale, ha scelto proprio il milanese come lingua del cuore e strumento espressivo. «Sono cresciuto nella Milano popolare anni Sessanta, che era una Milano intrisa di mescolanze, anche familiari. Quando andavo a casa dei miei nonni paterni sentivo parlare il catanese, mentre a casa mio padre, siciliano di origine, e mia madre parlavano tra di loro il milanese. Mio padre, Piero, faceva il pasticciere e mia mamma, la Jone, l’operaia. Nasco in zona Città Studi ma alla fine delle elementari, primi anni Settanta, ci trasferiamo al Gallaratese. Una città cresciuta in mezzo al nulla; casermoni che crescono prima che facciano le strade. Eravamo al confine della campagna. Da ragazzino andavo alla stadio di San Siro attraversando i prati».



Ho chiesto a Sanfilippo quando inizia a farsi un’idea della città in cui vive e a tradurla in immagini nelle sue canzoni. «Il milanese mi ha sempre accompagnato, fin dalle prime canzoni. Anche ricorrendo a una lingua mista, ho sempre agganciato i miei testi a una voce interiore che per me è sempre stata il milanese. E attraverso quei suoni ho intercettato le atmosfere, oltre che le storie. Alla fine degli anni Settanta, quando cominciavo a scrivere canzoni e altre cose, la città era sul crinale del cambiamento. Io l’ho vissuto in diretta, seppure da giovane uomo, forse ancora con uno sguardo ingenuo. Forse me ne accorgo di più adesso, a distanza di quarant’anni, del significato radicale di quella trasformazione. Ma fin da quei primi anni ho sempre applicato una specie di metodo “fotosensibile”: cerco di farmi attraversare dai contesti che vivo e provo a trasporli in testi e in musica».

Non è però un caso che questa lunga sedimentazione creativa dà i suoi frutti nel 2005, quando esce il disco che forse più rappresenta la capacità di Sanfilippo di catturare il “genius loci” di Milano: I paroll che fan volà. Dove all’esercizio “fotosensibile” si combina la rielaborazione della grande tradizione letteraria, e musicale, cittadina. Non è un caso che siamo partiti da Delio Tessa, e in bicicletta, per arrivare fino a qui: suoni e immagini del grande poeta milanese si ritrovano, rigenerati, quasi naturalmente reimpiantati, nei versi di molte canzoni di Sanfilippo. A cui, peraltro non manca la capacità di incorporare il resto della tradizione cantautorale da Jannacci allo Svampa soprattutto brassensiano, ma anche i grandi modelli della ballata anglosassone e nordamericana.


«Milano è un destino a cui non posso sottrarmi. Il mio orizzonte di riferimento, per quel che riguarda il vissuto, si trova in buona parte lì. Non finisce lì, ovviamente. Ma credo nella sincerità della creatività artistica: io riesco a tradurre in versi e in musica quello che realmente ho vissuto e la mia vita è stata, ed è, incorniciata in quella città. Una città che, a mio avviso, si presta a essere raccontata e cantata con i modelli del folk-rock anglosassone: anche come sonorità e ritmica, il milanese si presta a essere tradotto nel solco di quella tradizione».

E il Giro, e il ciclismo a Milano? «Mio bisnonno Giosuè era grande amico di Tano Belloni, grande campione anni Venti. Mio padre era milanista e bartaliano, mentre da parte la famiglia materna erano tutti interisti e coppiani. Da queste contrapposizioni passionali è nata anche una mia canzone, Milan Coppi Guzzi e Alfa Romeo, che è un po’ uno spaccato popolare del tifo sportivo degli anni del dopoguerra. Con mio padre invece andavo a vedere le Sei Giorni alla Fiera e le riunioni al Vigorelli: mi ricordo Gaiardoni e Beghetto. Maspes non l’ho mai visto correre, però il papà del mio amico Gaspare aveva fatto l’allenatore di Maspes. Il ciclismo, infine, entra in un’altra mia canzone, Pavesi detto l’Avocatt, dedicata a Eberardo Pavesi, corridore dei primi del Novecento e poi per decenni direttore sportivo dei più grandi campioni, da Binda a Bartali, da Coppi a Baldini. Ho tradotto in canzone alcune pagine di un meraviglioso libro di Gianni Brera che prestò la sua penna per narrare la biografia del Pavesi. C’è molta Milano anche lì, soprattutto quella di Porta Romana, dove a fine Ottocento scorreva ancora il Redefossi». 
 
  
 
Il "Giro del Touring" è realizzato in collaborazione con Hertz, storico partner di mobilità dell'associazione, che ha messo a disposizione di Gino Cervi un'auto ibrida per seguire le tappe della Corsa Rosa. Per conoscere le convenzione riservate da Hertz ai soci Tci basta consultare la pagina dedicata.

I volumi Touring sul Giro d'Italia scritti da Gino Cervi: Il Giro dei Giri e Ho fatto un Giro.