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Il nostro inviato racconta i luoghi del Giro d'Italia 2021. Tappa 9, l'Abruzzo raccontato da una testimonial d'eccezione

Le Voci del Giro: a L'Aquila con la scrittrice Donatella Di Pietrantonio

di 
Gino Cervi
16 Maggio 2021
Per tutto maggio 2021, il sito del Touring Club Italiano - in collaborazione con Hertz - segue il Giro d'Italia edizione numero 104 (Torino, 8 maggio - Milano, 30 maggio). A raccontarci i luoghi del Giro d'Italia 2021 è Gino Cervi, scrittore e giornalista, nonché cultore di storia del ciclismo, curatore di guide turistiche Tci e autore di volumi di storia dello sport (tra cui i recenti Il Giro dei Giri e Ho fatto un Giro). Seguiteci lungo le strade del nostro Bel Paese! A questa pagina trovate tutte le puntate.

Donatella Di Pietrantonio scrive da sempre, ma da una decina d’anni, prima con la pubblicazione dei suoi romanzi (Mia madre è un fiume, 2011; Bella mia, 2013), e soprattutto dopo il grande successo de L’Arminuta (2017), la scrittura, e quello che circonda questa attività – interviste, presentazioni, festival – è diventata un secondo mestiere. Perché il primo rimane quello di dentista pediatrica a Penne, provincia di Pescara, cittadina collinare sospesa a metà tra le costa adriatica e, alle spalle, le grandi montagne dell’Abruzzo. Donatella Di Pietrantonio ci vive da quando aveva dieci anni, dopo essere nata ad Arsita, un altro borgo quasi alle pendici del monte Camicia, versante orientale del Gran Sasso, in provincia di Teramo. Ma un altro luogo biografico molto caro a Donatella è proprio L’Aquila, il capoluogo regionale, dove ha vissuto negli anni dell’Università e nei cui pressi terminerà la tappa di oggi del Giro, interamente abruzzese e del tutto montana: da Castel di Sangro a Campo Felice, l’altopiano sulla catena del Sirente-Velino. 


Il laghetto di Campo Felice, punto d'arrivo della nona tappa del Giro d'Italia
 
Allora abbiamo chiesto proprio a Donatella di farci un poco da guida “sentimentale” all’Abruzzo, e in particolar modo proprio a L’Aquila: «Ho un rapporto molto stretto con la mia terra. Il paesaggio, geografico e naturale, entra come un personaggio in ogni mio romanzo. In particolare L’Aquila, i suoi luoghi e la sua gente, sono proprio il tema di Bella mia, il secondo romanzo che ho pubblicato, e che scrissi negli anni immediatamente successivi al terremoto, come per rispondere a una specie di urgenza narrativa. All’Aquila ho studiato durante i miei anni universitari. Ero una ragazza e trovai in quella città l’accoglienza e l’affetto di una dimensione urbana vivibile, sostenibile, almeno per me che provenivo dalla campagna».
 
Donatella si sente però intimamente abruzzese: «Sì, ho sempre vissuto nell’Abruzzo interno. E non posso prescindere da quella straordinaria varietà di paesaggi che offre la mia regione. Le colline dolci del primo entroterra e sullo sfondo la maestosità, l’imponenza delle grandi montagne. Ma L’Aquila mi è rimasta nel cuore. È una città leggendaria, piena di suggestioni, come quel numero magico, il 99 che ritorna nelle chiese, piazze, nelle novantanove cannelle delle fontane. Perderla dopo il terremoto è stato un dolore fortissimo, per la ferita immensa alla materialità del luogo, e alla sua antica storia di arte e architettura, ma soprattutto per il trauma inflitto ai suoi abitanti e alla loro socialità. Una socialità che di primo acchito sembra riservata, persino un po’ scontrosa, ma che in fretta si rivela generosa e aperta».


La Fontana delle 99 Cannelle a L'Aquila restaurata post terremoto - foto Getty Images
 
E cosa ne è adesso di quella città, a oltre un decennio dal terremoto? «Per la prima volta, dopo tanto tempo, mi sento ottimista. È stato fatto tanto, e anche molto bene in questi ultimi anni. La città ha ripreso forma e, sorprendentemente, il suo antico centro storico torna a risplendere. Molti interventi la stanno rendendo quasi migliore di prima, più vivibile e più funzionale. Alcune storture, e alcune brutture, del passato sono state eliminate e il luogo torna a ridare quel fascino che l’ha contraddistinta prima. Ora però la vera scommessa è riportarci gli abitanti. Perché sono passati tanti anni e molta gente nel frattempo si è riorganizzata la vita fuori dal centro storico. Ma L’Aquila, a parte la sua bellezza, ha sempre vissuto della presenza sociale dei suoi abitanti: il Corso, i Quattro Cantoni, il Castello, piazza Duomo sono sempre stati luoghi condivisi. Quando ero studentessa, e non esistevano ancora i cellulari, senza dover prendere appuntamenti, sapevi che a una certa ora, e in un certo luogo, poteva essere i Quattro Cantoni oppure “a Capo Piazza”, avresti trovato gli amici che cercavi. La città era come il prolungamento all’aperto di casa tua».
 
La Basilica di Collemaggio a L'Aquila restaurata post terremoto - foto Getty Images​
 
Ho chiesto a Donatella come ha vissuto, a distanza di anni, il dolore della tragedia del terremoto: «Ho scoperto di avere un rapporto strettissimo con quel luogo. Il terremoto è stato come un lutto familiare. All’Aquila ci ho vissuto da giovane donna e ho scoperto, provando a rielaborare quel lutto anche attraverso la scrittura, di avere un rapporto quasi filiale con quella città. Sono convinta che con i luoghi della nostra vita si instaurano relazioni sentimentali. Il luogo di nascita, quello in cui si cresce, o quello nel quale ci si prepara all’età adulta, come è stata per me L’Aquila, non è solamente un luogo fisico. È una trama di relazioni e di affetti di cui negli anni riconosci lo spessore, la qualità. Prima ricordavo la dimensione “casalinga” della città ai tempi della mia esperienza universitaria. Così come era una città-casa è stata anche una città-famiglia. Ora quella dimensione di relazioni, di sentimenti partecipati è tutta da ricostruire. E sarà forse molto più difficile che ridisegnare piazze e strade, ricostruire chiese e palazzi. Ma, come ho già detto, sono fiduciosa».


L'Aquila dopo terremoto del 2009 - foto Getty Images​
 
Donatella Di Pietrantonio scrive e racconta con uno stile molto asciutto, essenziale, che va al cuore delle cose e delle storie. Questo non significa che le parole, in questo tessuto narrativo, non assumano significati a intensità variabile, e talvolta non rivestano un valore simbolico più evidente, o portatore di un senso non esclusivamente oggettivo. «Credo che uno scrittore possa esprimere il radicamento al proprio territorio in più modi. A me piace fare entrare i luoghi della mia vita nelle storie che racconto secondo scenari discreti, senza però insistere nel descrittivismo. A volte mi bastano pochi elementi. Ad esempio credo di essere molto legata agli elementi della natura. Fin dal mio primo romanzo, assimilavo i personaggi della mia storia a riferimenti naturali. Era evidente già dal titolo: Mia madre era un fiume. Del resto il primo ricordo che ho legato alla scrittura è un albero. A scuola ci avevano affidato il solito compito di fare una descrizione di quello che vedevo. Frequentavo ancora le elementari e abitavo nella mia prima casa di Arsita. Rimasi ore e ore a guardare un albero fuori di casa. Era un faggio e il suo tronco era interamente avvolto dall’edera che si era arrampicata tutta intorno. Rimasi suggestionata da quel connubio, che non sapevo se era un gesto di amore o di sopraffazione di una pianta infestante su un’altra, che subiva quell’abbraccio. Chissà quale simbolo cercavo nella mia mente di bambina. Sì, posso dire che l’albero è rimasto un elemento naturale molto forte, simbolico, nella mia scrittura. Un albero cambia col mutare delle stagioni. Fiorisce, si riempie di foglie, fa ombra, e poi in autunno si spoglia, si ischeletrisce. Nel corso del tempo, anche nell’arco di una sola stagione, ci racconta di un continuo cambiamento e, al tempo stesso, ritorno».


Il faggio monumentale di Pontone, in Abruzzo - foto Getty Images
 
Donatella Di Pietrantonio continua, anche in questi anni in cui il mestiere di scrittrice è diventato molto più che un’attività del tempo libero, a lavorare come dentista pediatra. Ed è contenta di continuare a coltivare due mestieri: «Da qualche anno è più faticoso, certo. Ultimamente ho deciso di ridurre a tre giorni a settimana la mia presenza in ambulatorio, per avere più tempo da dedicare alla scrittura. Ma confesso che andrò avanti fino a quando ce la farò, sono molto gelosa della mia indipendenza. Vorrei provare a conservare il piacere e la libertà di scrivere quando mi sento pronta, e quando ne sento davvero il bisogno. Come ho detto, non è sempre possibile e non sarei sincera se dicessi che non mi abbia molto gratificato che i miei libri vengano pubblicati, venduti e letti da molte persone. Però so quanto è importante preservare la libertà della scrittura. E quindi mi tengo stretto il mio mestiere di dentista». 
 
Ho chiesto a Donatella che memoria ha del Giro d’Italia, se ce l’ha. «Non ho mai visto passare la corsa, ma mi ricordo con molta tenerezza quando il Giro passava dall’Abruzzo: noi bambini della contrada ci riappassionavamo improvvisamente delle nostre vecchie biciclette. C’era un gran fermento: sfrecciavamo con le nostre piccole biciclette, abbastanza scassate a dire il vero, ma ci sentivamo parte di qualcosa, qualcosa che riguardava la nostra terra. E imitavamo con i nostri mezzi la gara. Un altro ricordo è legato alla passione da tifoso di ciclismo di mio padre. Erano gli anni Sessanta e all’epoca era molto famoso un corridore abruzzese, Vito Taccone. Mio padre non perdeva una tappa alla TV e partecipava in modo molto appassionato. Un altro campione che amava moltissimo era Felice Gimondi. Ricordo ancora l’esultanza per le sue vittorie o il disappunto, condito da qualche colorita e non proprio devota espressione, quando qualcosa andava storto al suo campione».
 
L’Abruzzo, quello che sta nel cuore a Donatella Di Pietrantonio, si appresta oggi ad accogliere il Giro, tra le sue montagne più famose. Oggi splende il sole, il vento muove le nuvole sui profili dei crinali, verdi di boschi, grigi di pietra, bianchi dell’ultima neve di primavera. Prima di sera, dopo l’arrivo a Campo Felice, planeremo su L’Aquila. Se saremo fortunati cattureremo l’ultima luce del giorno sull’inimitabile ricamo di Collemaggio.


Il "Giro del Touring" è realizzato in collaborazione con Hertz, storico partner di mobilità dell'associazione, che ha messo a disposizione di Gino Cervi un'auto ibrida per seguire le tappe della Corsa Rosa. Per conoscere le convenzione riservate da Hertz ai soci Tci basta consultare la pagina dedicata.

I volumi Touring sul Giro d'Italia scritti da Gino Cervi: Il Giro dei Giri e Ho fatto un Giro.