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Le meraviglie della Via Flaminia, nelle Marche / parte 2

di 
Roberto Copello
7 Giugno 2020
 
L'hanno percorsa i legionari romani e i soldati cartaginesi, gli invasori barbari e i pellegrini medievali, le truppe pontificie e l'armata napoleonica, insieme a tanti personaggi importanti, da Giulio Cesare a san Pier Damiani, da Goethe a Mussolini, da Churchill a Enrico Mattei. E continuano a imboccarla gli automobilisti che dal nord delle Marche vogliono andare a Roma risparmiando in benzina e pedaggi. Insomma, la Via Flaminia, che fu la prima e a lungo l'unica via di comunicazione fra Roma e il nord Italia, era e resta la strada più diretta fra la Capitale e la costa adriatica che va da Fano a Rimini. Fatta costruire dal console Gaio Flaminio fra il 220 e il 219 a.C. raccordando strade preesistenti, l'arteria non solo taglia la penisola dal Tirreno all'Adriatico, ma attraversa anche 22 secoli di storia e religioni, di arte e archeologia. Borghi e chiese, fiumi e canyon, campi coltivati e aree naturali ne fanno una sorta di museo all'aperto, meta per un turismo di scoperta: quanto c'è di meglio per la crescente voglia di luoghi appartati e tranquilli, poco noti, magari persino isolati. Lo ha compreso il progetto Maps La Via Flaminia, che con la collaborazione di Tu Qui Tour ha scommesso sul potenziale che ha il tratto marchigiano dell'antica arteria consolare: esplorabile in auto o in moto, in bicicletta o, perché no, a piedi, la Via Flaminia mostra che le Marche non sono soltanto la loro costa o le loro città più famose.
 

Ecco la seconda parte, da Fossombrone a Cagli.

 
Dopo Fossombrone, il Metauro piega a nord ovest in direzione di Urbino. La Flaminia invece risale il suo affluente Candigliano, in direzione di compatti bastioni rocciosi, in apparenza impenetrabili, fra i quali però s'intravvede una crepa di cielo. Si arriva a una diga che trattiene un lago artificiale, placide acque verde turchese su cui incombono vertiginosi speroni rocciosi. Siamo alla celebre gola del Furlo, vera cruna dell'ago lungo la Via Flaminia, nella quale il fiume si incunea per circa tre chilometri. Dal tempo dei romani fino all'Ottocento il fascino della gola era ancor più selvaggio: non c'erano diga e lago, e la strada correva alta su uno strapiombo di cui non si vedeva il fondo. Famosa soprattutto è la petra pertusa, il forulus o “buco” da cui deriva Furlo, la galleria fatta tagliare da Vespasiano nel 76 dopo Cristo, lunga 38 metri e larga sei, con in alto ancora la lapide romana, sopra la chiesetta della Maddalena. Nelle pareti interne, poi, si possono notare i segni lasciati nel calcare dai picconi di schiavi e operai.


La gola del Furlo - foto Getty Images

La galleria più antica però non è questa, è quella aperta dall'altra parte nel 217 avanti Cristo dal console Flaminio: forse la più antica galleria stradale del mondo, ultimo diaframma da far cadere per collegare Roma a Fano, Pesaro, Rimini. Per riuscirvi, prima bisognò tagliare altissime pareti di roccia tra i monti Paganuccio e Pietralata e realizzare muri di sostruzione alti 60 metri che facessero tenere l'altezza alla strada consolare. Fu un'opera ciclopica, assai più di quella realizzata nel 1936 dalle guardie forestali fasciste, quando modificarono la sommità del Pietralata per riprodurre un gigantesco profilo di Mussolini lungo 180 metri: intendevano onorare e ringraziare il Duce perché in un albergo di Acqualagna faceva sosta ogni volta che da Roma tornava in auto nella sua Romagna. Il profilo di Mussolini fu poi abbattuto negli anni '50, anche se resta ancora in parte intuibile guardando bene alla cima della montagna. 

LE AQUILE DEL FURLO
Ben prima di Mussolini, e forse prima ancora dei Romani, al Furlo sono di casa le aquile reali, che sulle pendici calcaree del monte Paganuccio hanno uno dei siti di nidificazione più importanti dell'Appennino, con alcuni nidi ricavati nella roccia di caverne naturali affacciate sul vuoto. Lo sanno bene i birdwatcher che quasi ogni giorno vi puntano i loro binocoli e teleobiettivi. Ci sono addirittura delle telecamere fisse per monitorare i comportamenti dei rapaci, seguiti come star di Hollywood, dall'accoppiamento alla cova dei pulli. Popolarissima è stata l'aquila Elena, che ha volteggiato per 40 anni come una regina sopra al Furlo, dando alla luce ben 35 aquilotti e venendo persino salvata nel 2004 dopo che aveva mangiato un ratto avvelenato da veleno per topi. Nel 2017, quando i birdwatcher ormai la chiamavano “Penna Bianca” per via delle tante piume incanutite, l'aquila Elena non è più comparsa accanto all'abituale compagno (che aveva molti anni meno di lei). Forse è morta, o forse è stata cacciata dalla giovane rivale che da allora ha preso il suo posto. E la nuova coppia presto si è rivelata altrettanto feconda: nell'aprile 2019 nel nido sul Paganuccio si è schiuso un uovo con una femmina che gli ornitologi hanno chiamata Katy, poi nell'aprile 2020 sono nati altri due pulli.
 
L'intera area sopra al Furlo è protetta da una Riserva naturale statale. Il sentiero 449 che risale fino a un panoramico balcone sulla gola consente di ammirare le aquile più da vicino, annidate su pareti calcaree dove si anfrattano pianticelle endemiche come la rarissima Moehringia paulosa, dai bianchi fiori abbarbicati sulla roccia, presente solo qui e nelle gole della Rosa e di Frasassi in provincia di Ancona. Arrivati al rifugio del Furlo, si può poi proseguire sul sentiero 440B, attraverso boschi di pino nero, in un'area geologica famosa per il suo giacimento, tra i più ricchi d’Europa, di ammoniti fossili, molluschi cefalopodi a conchiglia ritorta che vivevano nei mari del Mesozoico, da 225 a 65 milioni di anni fa (alcune di queste ammoniti hanno preso nome proprio dal Furlo, dai generi Furloceras e Furlites alla specie Taffertia furlensis).


La gola del Furlo - foto Gorini
 
SAN VINCENZO AL FURLO, LA PREZIOSA BADIA
Oltre la galleria, appena fuori dal ventre grigio del Furlo, si sbuca nell'idillio di una conca verde, con gli alberi, il fiume e le case disposte come in un quadro di un paesaggista settecentesco. Fra la strada e l'aia di una fattoria si erge la semplice facciata a capanna di una chiesa: la badia di San Vincenzo al Furlo. Da fuori non si direbbe, e invece questo è un gioiello. Sorto nel IX o X secolo e dedicato a san Vincenzo, vescovo di Bevagna martirizzato nel 303 d.C., fu la chiesa dell'abbazia benedettina dove abitarono nell'XI secolo glorie della Chiesa medievale come san Romualdo e san Pier Damiani, che proprio qui vi scrisse la Vita Beati Romualdi. Distrutta da un incendio, la chiesa fu ricostruita nel 1271, come si legge in un'iscrizione in lettere gotiche sull'architrave del portale di ingresso, sovrastato da un arco a tutto sesto con lunetta traforata.

L'interno, a una sola navata (in origine erano due), è nudo e bianchissimo, appena interrotto dai pochi affreschi quattrocenteschi di scuola umbro-marchigiana rimasti sulle pareti: la chiesa insomma appare come una grande nicchia, una vera immersione nella luce, quasi un annuncio di pace. Quindici gradini di una scalinata centrale salgono a una tribuna sopraelevata, il presbiterio dove un finestrone nell'abside illumina altri affreschi quattrocenteschi. Al di sotto si scende invece alla cripta, probabilmente la parte più antica della badia.


L'abbazia di San Vincenzo - foto Gorini
 
ACQUALAGNA. IL TARTUFO E MATTEI
Passare dalle gallerie del Furlo alla luminosa navata della badia è stato come passare dal buio alla luce, dal chiaro allo scuro. Che è poi quanto fa il tartufo di Acqualagna, il famoso tartufo bianco, che nasconde il suo candore nell'oscurità della terra. È la ragione per cui Acqualagna va famosa e per cui viene visitata: gustare il tartufo, quello bianco come quello nero, e magari anche acquistarlo.


Acqualagna - foto Gorini

Acqualagna infatti è leader nazionale nella ricerca, produzione e commercializzazione del tartufo. Il mercato all'ingrosso, che qui ha sede, commercializza circa i due terzi dell'intera produzione nazionale, mentre all'epoca di raccolta delle diverse specie di tartufi si svolgono la fiera nazionale del tartufo bianco (ottobre e novembre), la fiera regionale del tartufo nero pregiato (penultima domenica di febbraio) e la fiera regionale del tartufo nero estivo (il 14 e 15 agosto). La città inoltre ha ora un didattico e interattivo Museo del tartufo.


Il Museo del tartufo ad Acqualagna 

Ha sede nello stesso edificio dove nel 1906 nacque Enrico Mattei, il leggendario patron dell'Eni, che perse la vita precipitando con il suo aereo nella nebbia della Pianura padana. La sua casa natale oggi è anch'essa un piccolo museo, dove sono esposti l’ultima firma dell’ingegnere fatta prima di morire; il tappo della bottiglia di Champagne stappato nel 1953 all'atto di fondazione dell'Eni in corso Venezia a Milano, e poi alcuni effetti personali, come la scrivania rimasta intatta con i suoi occhiali e gli strumenti per la pesca, sua grande passione.


La scrivania di Mattei nel museo di Acqualagna - foto Gorini
 
VERSO IL MONTE CATRIA
A Smirra, deviando sulla sinistra e valicando il torrente Burano presso un vecchio mulino, si può salire fra prati e boschi su una strada bianca, verso Monte Martello. Dopo una decina di chilometri dove pare di essere fuori dal mondo, inatteso appare il corposo santuario rinascimentale di Santa Maria delle Stelle, che risale al 1495. Quasi sempre chiuso (un tempo tutta Cagli vi saliva l'8 settembre per la festa della Natività della Vergine), ingloba una celletta con l'antico affresco della Madonna che ha il manto azzurro trapuntato di stelle. La cappella detta “maestadella” è così piccola che un documento del 1585 disponeva che uomini e donne vi entrassero separatamente, per evitare contatti troppo stretti.

E fuori del santuario, guardando verso sud, neppure troppo lontano appare il “Gibbo che si chiama Catria”, la montagna citata da Dante nel canto XXI del Paradiso per via del celebre monastero benedettino di Fonte Avellana, dove vissero 76 tra santi e beati e da cui uscirono 54 vescovi. Con i suoi 1701 metri, il Monte Catria è il rilievo più alto della provincia di Pesaro.
 
CAGLI E OLTRE
Cagli è un altro bel borgo medievale, con tante chiese e la sua attrazione romana: il ponte Mallio, il cui arco di 11,66 metri di diametro è realizzato con 21 cunei di roccia, ben tagliati e posti a secco l’uno accanto all’altro. A Cagli, nel medievale Palazzo Pubblico poi trasformato nel 1463 dal famoso architetto senese Francesco di Giorgo Martini, ci sarebbe anche da visitare il Museo archeologico e della Via Flaminia, se lo trovate aperto.


Cagli - foto Comune

Dopo Cagli, la strada sale in un'altra gola con il fascino dell'orrido, la gola del Burano. Resta da far sosta al Ponte Grosso, di epoca augustea, quindi a Cantiano, il paese delle amarene, borgo Bandiera arancione Touring, e ancora a un altro ponte romano, a Pontericcioli. Infine il tratto marchigiano della Flaminia si conclude entrando in Umbria dove varca il passo della Schéggia, con i suoi 632 metri il più basso valico dell'Appennino centrale. Da qui si può proseguire per Roma. Oppure fare dietrofront ed esplorare le tante mete facilmente raggiungibili con deviazioni lungo la Flaminia marchigiana. Sarebbe un delitto rinunciare a vedere i favolosi bronzi dorati a Pergola o a visitare il Palazzo ducale di Urbino...
 
INFORMAZIONI
Un “catalogo” dettagliato di tutto quanto c'è da vedere nel tratto marchigiano della Via Flaminia è ora usufruibile grazie a Maps La Via Flaminia che nasce dal Progetto di Distretto Culturale Evoluto della via Flaminia “Flaminia Nextone”, sviluppato in partnership tra università, imprese e amministrazioni pubbliche (capofila il Comune di Fano). La riscoperta della via Flaminia avviene così come valore in grado di stimolare un impatto emotivo: il progetto si sviluppa a partire dal riconoscimento dell’unicità e del valore identitario del territorio attraversato dalla Via Flaminia, che fin dall’antichità ha rappresentato un importante asse di comunicazione e sede di fermento economico. In poche parole, viene veicolato il concetto di Flaminia come corridoio di eccellenza che da Roma corre a nord attraverso gli Appennini e si apre a ventaglio quando trova l’apertura della valle. Un concetto che consente di associare all’idea anche un’immagine dinamica: la riscoperta dei territori marchigiani. 

Per informazioni sul progetto: marketingflaminia.maps@gmail.com
Per informazioni turistiche: www.tuquitour.com/tour-operator