Scopri il mondo Touring

Si allarga il sito transnazionale “Antiche Faggete Primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa”

In Puglia e Calabria nuove antiche faggete sono tutelate dall'Unesco. Per la Calabria è il primo Patrimonio dell'Umanità della regione

di 
Stefano Brambilla
29 Luglio 2021
Qualcuno si ricorderà che qualche anno fa l'Unesco aveva incluso nei suoi "Patrimoni dell'Umanità" alcune faggete italiane. Il World Heritage Site di cui stiamo parlando è un sito transnazionale, chiamato “Antiche Faggete Primordiali dei Carpazi e di altre regioni d’Europa”, che raggruppa foreste primordiali di faggi: all'origine, nel 2007, comprendeva boschi ucraini e slovacchi, poi nel 2011 anche tedeschi, poi nel 2017 pure italiani e altri 9 Paesi europei (trovate in quest'articolo tutti i dettagli sulle faggete italiane iscritte nel 2017). Ecco, quest'anno le faggete a essere tutelate dall'Unesco sono ancora aumentate: i Paesi sono diventati 18 e per l'Italia ne sono entrate altre tre, in Puglia e in Calabria. Peraltro, le faggete in Calabria sono il primo Patrimonio dell'Umanità Unesco della regione. 

Che cosa hanno di speciale questi boschi? Sono foreste molto antiche - le si chiama "vetuste" o "primordiali" - nel senso che non hanno subito cambiamenti nel corso di molti secoli. La storia del faggio è una storia di successo: dal termine dell'ultima Era glaciale, le faggete hanno lasciato i loro rifugi isolati sulle montagne per espandersi in tutta Europa e l'"invasione" sta andando avanti ancora oggi. Merito della flessibilità del faggio, un albero che tollera condizioni geografiche, climatiche e fisiche differenti. E che ospita moltissimi organismi al suo interno: le faggete sono un vero scrigno di biodiversità.


Faggeta di Valle Infernale sull'Aspromonte - foto G. Piovesan/Università della Tuscia
 
LE "NUOVE" FAGGETE TUTELATE DALL'UNESCO
Tutte e tre le faggete diventate Patrimonio dell'Umanità si trovano in parchi nazionali e due su tre sono molto particolari: si tratta di "aree di rifugio glaciale", dove cioè il faggio si è rifugiato ai tempi delle glaciazioni, caratterizzate una per la collocazione più meridionale (Aspromonte, Calabria) e l’altra a più bassa quota altimetrica (Sfilzi, Gargano, Puglia).
 
Grazie all'azione di tutela integrale svolta per decenni prima dal Corpo forestale dello Stato e ora dai Carabinieri forestali, in queste faggete l’equilibrio è assicurato dai cicli naturali con alberi che muoiono per eventi naturali lasciando spazio e luce per nuove generazioni di piante, in una alternanza che rende la foresta più resistente alle perturbazioni esterne e ai cambiamenti globali. "Queste faggete vetuste rappresentano dei veri e propri laboratori naturali dove vivono alberi adattati a superare estati calde siccitose. Stiamo appunto studiando la capacità dell'ecosistema vetusto di rispondere al cambiamento climatico e di conservare la biodiversità" spiega Gianluca Piovesan dell'Università degli Studi della Tuscia. "Voglio sottolineare che il riconoscimento certifica un modello di governance delle aree protette di eccellenza reso possibile da una stretta sinergia e collaborazione tra Parchi nazionali, Carabinieri forestali e Università, modello che distingue l'Italia nello scenario europeo".

Gli studi dendroecologici (ovvero gli studi dei tronchi degli alberi) stanno dimostrando che la faggeta vetusta è particolarmente resistente all'impatto dei cambiamenti globali per cui la conservazione e il "ripristino" di questi ecosistemi rappresenta la migliore assicurazione per le generazioni future.

1. LA FAGGETA DI PAVARI-SFILZI, SUL GARGANO
Nella meravigliosa Foresta Umbra, sul Gargano, il riconoscimento Unesco è stato esteso "affiancando alle faggete Falascone-Umbra, già iscritte nel 2017, la nuova componente Pavari-Sfilzi, che include i faggi monumentali e le edere centenarie nella proprietà demaniale della Regione Puglia fino ad abbracciare la foresta di Sfilzi, inclusa la Riserva Naturale dei Carabinieri Forestali, in cui i faggi vegetano nelle condizioni più calde-aride di tutto il Sito Unesco" spiega Alfredo Di Filippo delll'Università degli Studi della Tuscia.


Faggeta di Pavari-Sfilzi, Gargano - foto A. Di Filippo/Università della Tuscia


Faggeta di Pavari-Sfilzi, Gargano - foto  foto A. Di Filippo/Università della Tuscia

2. LA FAGGETA DEL POLLINELLO, SUL POLLINO CALABRO
L'unicità della faggeta vetusta del Pollinello, sul versante calabro del Pollino, in provincia di Cosenza, è legata al territorio in cui cresce: si tratta di un versante montano di "transizione", dove il faggio (che vive più in basso) incontra il pino loricato (che vive più in alto). Un ambiente prezioso, area di rifugio per la foresta durante le glaciazioni e ora dai disturbi dell'uomo, dove i faggi crescono e muoiono senza che nessuno li disturbi: qui sono stati infatti scoperti faggi di oltre 600 anni, i più vecchi del mondo nonché gli alberi più vecchi d'Europa (ne abbiamo parlato in quest'articolo). Grazie alla protezione Unesco, anche le foreste appena nate di oggi potranno diventare quelle vetuste di domani.


Faggeta sul Pollino calabro - foto G. Piovesan/Università della Tuscia


Faggeta sul Pollinello, Pollino calabro - foto G. Piovesan/Università della Tuscia

3. LA FAGGETA DI VALLE INFERNALE, SULL'ASPROMONTE
Anche un'altra faggeta calabra è stata riconosciuta Patrimonio Unesco: quella di Valle Infernale, nel Parco Nazionale dell'Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria. Gestita dai Carabinieri forestali, è uno straordinario rifugio per la biodiversità dove il faggio convive con roveri millenarie. Sebbene sin dall’antichità il territorio dell'Aspromonte sia stato sfruttato, la presenza al suo interno di zone non toccate dall'uomo ha permesso la persistenza di foreste vetuste, nonché la sopravvivenza di alcune specie di animali altrove gravemente minacciate.

"Per difendere questi piccoli paradisi sicuri, bisogna dare ai processi naturali spazio per esprimersi" conclude Piovesan insieme al collega Daniele Canestrelli "da un lato ribadendo il ruolo insostituibile di una strategia di protezione centrata sulle Riserve Integrali; dall’altro favorendo processi di “rewilding” (ovvero di rinaturalizzazione, ndr) che sfruttano la biodiversità dei rifugi per ripristinare il valore naturalistico di aree precedentemente impattate e recuperare così la piena funzionalità degli habitat". 


Faggeta di Valle Infernale sull'Aspromonte - foto G. Piovesan/Università della Tuscia

Faggeta di Valle Infernale sull'Aspromonte - foto G. Piovesan/Università della Tuscia