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Il resoconto del nostro inviato, da seguire giorno per giorno

Il Giro del Touring 2020, tappa 4. Sotto il vulcano a Catania e un formaggio da far rotolare

di 
Gino Cervi
7 Ottobre 2020
 
Per tutto ottobre 2020, il sito del Touring Club Italiano - in collaborazione con Hertz - segue il Giro d'Italia edizione numero 103 (Monreale, 3 ottobre - Milano, 25 ottobre). A raccontarci le tante storie del Giro d'Italia 2020 è Gino Cervi, scrittore e giornalista, nonché cultore di storia del ciclismo, curatore di guide turistiche Tci e autore di volumi di storia dello sport (tra cui il recente "Il Giro dei Giri"). Seguiteci lungo le strade del nostro Bel Paese! A questa pagina trovate tutte le puntate.


Sono sempre tante le storie che s’incontrano sulle strade del Giro d’Italia. Questa volta, a Catania, da dove è partita la quarta tappa alla volta di Villafranca Tirrena, ultima frazione sull’isola, le storie le abbiamo trovate non sulla strada, ma al di sotto. Una me l’ha raccontata Ciccio Mannino, presidente dell’associazione e impresa sociale Officine Culturali 2015 che da dieci anni lavora nel cuore di Catania, e per la precisione in quel posto di stupefacente bellezza urbana che è il Monastero dei Benedettini. L’obiettivo di Officine Culturali è dare vita e interesse ai beni storici, artistici, architettonici, paesaggistici e ambientali facendone anche un’occasione di servizio, di occupazione e di valorizzazione economica per il tessuto sociale, non sempre facile – per usare un eufemismo – di una città come Catania. 


Catania. Giro d'Italia 2020, 4a tappa - foto LaPresse​

«Nel 2015 il Centro Speleologico Etneo – racconta Mannino – fece una scoperta nel sottosuolo dello storico quartiere popolare dell’Antico Corso, dove sorge il Monastero dei Benedettini. In via Daniele attraverso una scala ostruita da detriti accumulati per decenni, si apre una cavità sotterranea. Era in origine un’antica cava di ghiara». Detta anche rena rossa, o, in siciliano, agghiara, o ‘a russa, la ghiara è prodotta dalla cottura dei sedimenti sciolti a contatto con le colate laviche. Veniva estratta fino alla prima metà del Novecento a Catania e dintorni, scavando gallerie e labirinti, e, a partire dal Settecento, è stato un diffusissimo materiale edilizio che, impastato con la calce, produceva una calce molto utilizzata nell’edilizia urbana come legante, o nella preparazione degli intonaci di case e palazzi. Continua Mannino: «Nel 1939 la cavità sotterranea venne adattata a rifugio anti-aereo e dall’estate del 1943 divenne ricovero degli abitanti del quartiere che cercavano di sfuggire alla distruzione dei bombardamenti alleati. Alla vista degli speleologi si sono aperte decine e decine di metri lineari, attrezzate con panche, latrine e provviste di scritte sui muri per le istruzioni al corretto uso del rifugio. È stata una scoperta sorprendente e si è deciso di provare a restituire al quartiere questo spazio così denso e stratificato di storie». 

Nel 1669 l’eruzione dell’Etna e il fronte della lava arrivò fino a Catania da nord-ovest, lambendone le mura e arrivando a circondare Castell’Ursino, che un tempo era una fortificazione a ridosso della marina e ora è circondato dai sedimenti lavici. Gran parte nord-occidentale della città insiste su uno strato di basalto lavico, che in alcuni punti arriva anche a 18 metri di spessore, lo stesso sul quale poggia le fondamenta il Monastero dei Benedettini. «Il rifugio di via Daniele – dice sempre Ciccio Mannino – è proprio un esempio di come le storie della città si stratificano. Il “cielo” del rifugio sono i 18 metri di banco basaltico e ci racconta, da una prospettiva rovesciata, di come Catania sia stata sconvolta e modificata dall’attività eruttiva dell’Etna. La cava invece è memoria di secoli di lavoro, durissimo e ingrato. Quello dei cavatori, spesso ragazzi che si arrossavano i capelli e la pelle a contatto con la “rena rossa”, proprio come il Rosso Malpelo della novella di Verga. Infine, l’ultima guerra e il suo portato di ricordi e paure. Dentro il rifugio antiaereo si sono consumati dolori per le perdite di persone e la distruzione di case e oggetti, ma anche si è sperato di poter “risalire” e tornare a una vita di pace e convivenza».  


Il Rifugio di Cava Daniele a Catania - foto Salvo Puccio/pagina FB Rifugio di Cava Daniele​

Per questo Officine Culturali, in collaborazione con il Comitato Popolare Antico Corso, ha avviato un progetto di raccolta fondi per rendere praticabile il rifugio, liberandolo da tonnellate di detriti accumulati in questi decenni di abbandono e, una volta messo in sicurezza, di ridestinarlo a un uso comune condiviso, come spazio pubblico. L’anno scorso, nel dicembre del 2019, è stato aperto per la prima volta, e si punta nel giro di alcuni mesi di renderlo completamente agibile e fruibile. «Gli abitanti del Quartiere sono scesi nel sotterraneo. Per alcune anziane signore è stato un ritorno emozionante. Ci erano state da bambine durante gli anni della guerra e hanno raccontato le loro paure e speranze di quei giorni davanti a figli e nipoti. È stato un momento molto importante, per il suo valore simbolico e di passaggio di memoria di una comunità. Sarà un progetto che coinvolge molti attori. Uno, ad esempio, è l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, che si occuperà del monitoraggio scientifico dell’ambiente sotterraneo, per garantirne l’accessibilità in massima sicurezza».

La scoperta e la valorizzazione del rifugio di via Daniele (facebook.com/RifugioCavaDaniele) è un esempio di come le Officine Culturali (www.officineculturali.net) operano sul territorio. Dice Mannino: «Vogliamo ripeterlo un'infinità di volte, poiché la bellezza è da ricercarsi anche nella trame di una città che si nasconde dentro le vie e nei cortili dei quartieri all'ombra dei grandi palazzi; una città che abita nei suoi abitanti, nelle sue tante comunità, nelle loro pratiche individuali e sociali».


Il Rifugio di Cava Daniele a Catania, ottobre 2019, prima di iniziare a rimuovere le tonnellate di materiale di risulta  - foto Salvo Puccio/pagina FB Rifugio di Cava Daniele ​

NOVARA DI SICILIA E IL SUO MAIORCHINO
La seconda storia della tappa di ieri l’abbiamo trovata a cavallo tra i Nebrodi e Peloritani. La corsa, dopo aver lambito da Catania a Fiumefreddo la “costa dei Ciclopi”, è risalita all’interno per la valle dell’Alcantara e poi, superato il valico di Portella Mandrazzi, ha puntato verso il Tirreno. Dopo pochi chilometri di discesa, siamo arrivati a Novara di Sicilia, che sta aggrappata alla montagna e, da lontano e dall’alto dei suoi 650 m, guarda il profilo delle isole Eolie. È tra i borghi più belli della zona per la bella trama di vicoli e viuzze lastricate, per i preziosi portali in pietra dei palazzi nobiliari e per la maestosità delle sue chiese.


Novara di Sicilia - foto Getty Images​

Nel rispetto di una tradizione che ha origine fin dal Seicento, qui ogni anno da Carnevale si svolge il “torneo del maiorchino”. Il maiorchino è una grossa forma di pecorino, che viene lanciata con una corda avvolta alla circonferenza e fatta ruzzolare dall’inizio della via Duomo. Si gioca a squadre composte di due o tre tiratori e vince quella che a parità di lanci riesce a far ruzzolare più lontano la forma di maiorchino. Durante la sfida, dicono che tra i giocatori e il pubblico si possano ascoltare parole dagli accenti misteriosi: Novara è infatti uno di quei villaggi dell’Italia del Sud in cui si conservano tracce di dialetti lombardi retaggio della “migrazione guerriera” di mille anni, quando i Normanni scesero in bande a conquistare ad arabi e bizantini il Meridione italiano, dalla Puglia alla Sicilia. In piazza ho parlato con un vecchio e ospitale produttore di maiorchino che mi ha dato una sua particolare spiegazione del nome di maiorchino. «Maiorchino vuol dire che è un formaggio che ha bisogno di una lavorazione “maggiore” degli altri» che è una geniale paraetimologia: una cosa di cui bisogna prendersi cura più delle altre non può che essere più buona. Io confermo: il maiorchino è buonissimo.

La parlata del venditore di maiorchino mi ha ricordato quella di un amico messinese, incontrato anni fa in altre valli e in altre colline, quelle del Tortonese. Aveva un nome bellissimo, Leonardo Armadillo, detto Leo, nel dopoguerra era arrivato poco più che ragazzo dalla Sicilia per lavorare come operaio all’Ilva di Novi Ligure e si era sposato e aveva messo su famiglia lontano dalla sua terra. Ma ne conservava gelosamente, affettuosamente la parlata. Questa cosa che gli accenti sopravvivano per anni, e addirittura per secoli, come “segni del cuore” e non solo dell’espressione linguistica, e che si possa sentire parlare lombardo in Sicilia e siciliano in pianura padana, può forse far pensare che le distanze di origine, siano esse di storia, lingua o cultura, non sono solo distanze ma eredità preziose se le si mette a disposizione e all’ascolto degli altri. 


Novara di Sicilia - foto Getty Images​

UNA VOLATA ALL'ULTIMO RESPIRO
Tra sotterranei, maiorchini e dialetti del cuore, la corsa è arrivata al traguardo. Il gruppo, a uno a uno, ha rimangiato i fuggitivi di giornata: il bresciano Frapporti, l’americano Craddock e lo svizzero – che però vive in Colombia – Pellaud, che chissà in che dialetto si sono parlati durante la loro avventura in avanscoperta tra Jonio e Tirreno. Tra il cielo grigio e il mare turchese di Villafranca si è disputata una volata all’ultimo respiro e ha vinto, forse anche per ispirazione toponomastica, Arnaud Démare, campione di Francia. È bastato un niente per battere allo sprint Peter Sagan e Davide Ballerini.


Giro d'Italia 2020, 4a tappa - foto LaPresse​

Joao Almeida conserva la maglia rosa, anzi guadagna, grazie a un abbuono a un traguardo intermedio, 2 secondi a Jonathan Caicedo. Purtroppo all’arrivo una brutta caduta, probabilmente provocata dal vento che ha abbattuto delle transenne, ha coinvolto Luca Wackermann e Etienne van Empel. Oggi la tappa è una “montagna russa” calabrese: si parte da Mileto e si arriva a Camigliatello, nel cuore della Sila. Incontreremo, me lo sento, storie di francescani e partigiani.  
 
 
Il "Giro del Touring" è realizzato in collaborazione con Hertz, partner storico dell'associazione, che ha messo a disposizione di Gino Cervi una vettura per seguire le tappe della Corsa Rosa. Per conoscere le convenzione riservate da Hertz ai soci Tci basta consultare la pagina dedicata.
 
Si ringraziano per il sostegno al progetto anche AcdB Museo-Alessandria Città delle Biciclette e Terre di Ger.

In occasione del Giro d'Italia, per tutto il mese di ottobre il volume Touring "Il Giro dei Giri" è scontato del 40% per i soci Touring