Aeroporto di Istanbul, inverno pieno. All'imbarco del volo interno Turkish Airlines per Kars il display, impietoso, mostra la temperatura a destinazione: meno 25 gradi. Fosse mai che qualcuno, poi, lamentasse che nessuno gliel'aveva detto. Neve, il romanzo di Orhan Pamuk che ho nel trolley, non offre speranze di meteo più clemente: “Gli abitanti di Kars non credevano alle previsioni: la voce che girava in città era che lo Stato aumentava sempre la temperatura di 5 o 6 gradi per non demoralizzare la gente”. Ah bene, se è così dunque i gradi reali potrebbero essere 30 sotto zero (chissà i percepiti...).
Ma, in fondo, che differenza può fare fra -25 e -30? A Kars, dunque! Nella bianca e algida Kars, come fanno i tanti turchi che ogni inverno, entusiasti, sciamano verso il Far East anatolico, per nulla intimoriti dal termometro. Vanno a godersi lo spettacolo del gelo caucasico, a visitare le rovine dell'antichissima Ani immerse nella neve, a correre su slitte a cavallo sopra il ghiacciato lago Cildir, a sfrecciare sulle piste da sci di Sarıkamış. Poi, certo, si rifugeranno in un ristorante, per gustarsi la gastronomia migliore della nazione, fra piatti a base d'oca e oblunghe mele di Kağızman (è il villaggio da cui emigrò la nonna paterna di Bob Dylan). O ripareranno al caldo di un hammam, lasciando fuori della porta, parole di Pamuk, “quelle notti di Kars in cui tutto gelava, anche gli uccelli che volavano”. 

Kars, Turchia - foto Roberto Copello​
KARS, LUOGO CARO ALLA PATRIA
Sbagliato però ritenere che Kars sia per i turchi ciò che l'Alaska è per gli americani, la Siberia per i russi, il Tibet per i cinesi, la Lapponia per gli svedesi (o Livigno per i valtellinesi). Kars, all'estremità nord est della nazione, vicino ad Armenia e Georgia, per i turchi è molto di più. È la loro terra del latte e del miele (letteralmente: nelle montagne circostanti si producono il miglior formaggio e il miglior miele della Turchia). È città di moschee e musei. È luogo “caro alla patria” per via di battaglie e massacri di cui non troverete traccia sui libri di storia italiani. Per questo non è facile trovare posto sui voli per Kars e sul Doğu Ekspresi (doğu significa est), il treno che dagli anni 30 collega Ankara e Kars, tra laghi e montagne e canyon di selvaggia bellezza anatolica. Se ne sono accorti alcuni “travel vloggers”, i cui video su YouTube hanno dato fama a questi 1310 km di linea ferroviaria. E così, oltre al treno “classico” (che offre sedili e cuccette normali, costa l'inezia di meno di 100 lire turche e impiega 26 ore), dal 2019 c'è anche un lussuoso Doğu Express turistico (che viaggia tre volte la settimana, fra dicembre e marzo: costa 1550 TL a testa in una cabina per due con comodi letti e impiega 34 ore, per via delle due fermate di tre ore che consentono escursioni nei luoghi più belli del percorso). 
Kars, Turchia - foto Roberto Copello​

Un'idea vincente, insomma, per riscattare Kars dall'immagine di plumbea città di frontiera che ne aveva dato Pamuk nel suo controverso romanzo del 2002. Lo scrittore premio Nobel ne parlava come di “un luogo dimenticato da tutti”, la “regione più povera, più dimenticata del paese”, senza neppure più i “meravigliosi inverni di una volta”. Si trattava però di un artificio letterario, funzionale a un romanzo di denuncia dove Pamuk mescolando finzione e realtà fa di Kars una sorta di microcosmo della Turchia contemporanea, dove si scontrano integralismo islamico e fanatismo laicista. In quelle pagine persino la neve, una neve incessante che pare cadere “silenziosa sulla fine del mondo”, si fa metafora politica: “La neve che scendeva ancora più fitta dava di nuovo a Ka una sensazione di solitudine, assieme alla paura di essere prossimi alla fine dello stile di vita occidentale in Turchia, la fine dell`ambiente dove era cresciuto”. E tuttavia, in Neve, le descrizioni e la topografia di Kars sono fedeli, possono servire come guida per esplorare la città. Ma si potrà farlo, con quelle temperature?

“Tranquillo”, dice il mio vicino di posto sull'aereo, un curdo di ritorno a casa. “Il nostro record è meno 37 ma siamo ancora vivi. Comunque di solito la media invernale è solo 5 sotto zero”. Sarà, ma l'infinita distesa bianca su cui si abbassa l'aereo fa pensare alla Groenlandia, più che a un altopiano caucasico a 1800 metri. Per fortuna, uscendo dall'aeroporto di Kars Harakani nella luce di mezzogiorno, mi accolgono “solo” 10 gradi sotto zero. Un freddo secco, pungente, ma si può farci l'abitudine. Presto il timore che si congeli la punta del naso lascia il posto ad altre preoccupazioni. Come avanzare sui marciapiedi sfidando le acuminate stalattiti di ghiaccio appese ai cornicioni. Attraversare la strada gelata, sperando di non scivolare proprio mentre arriva una macchina. Procedere indifferente ai branchi di grossi cani che sfrecciano nella neve facendoti sentire come Zanna Bianca assediato da una muta di lupi. Cani “sfrontati”, per Pamuk, dal pelo fulvo, che presidiano incroci stradali e luoghi turistici, dove è più facile ricevere un boccone. Mi spiegano che sono cani da pastore inselvatichiti e dopo un po' ci fai l'abitudine, ma come faranno a sopravvivere al gelo notturno?


Fortezza di Kars, Turchia; a sinistra sul fiume c'è il Taş Köprü, il ponte in pietra - foto Roberto Copello​

UNA STORIA MILLENARIA
Prese le misure al ghiaccio e ai cani, è il momento di esplorare Kars. Che oggi può apparire una dimenticata città di frontiera di 100mila abitanti ma ha una storia millenaria e complessa. Collocata lungo la Via della Seta e le rotte caucasiche, Kars ha più volte scambiato la fede cristiana con la religione islamica. Da circa un secolo è parte della Repubblica di Turchia ma prima è stata armena, selgiuchide, persiana, bizantina, georgiana, ottomana, russa. La componente etnica degli abitanti è mutata un'infinità di volte: oggi prevalgono turchi, curdi e azeri, ma nel 1916 il censimento russo registrava l'84% di armeni. 
Stratificazioni che si ritrovano ovunque in città. A partire dal suo luogo più emblematico, la fortezza di basalto (Kars Kalesi) che domina Kars e il fiume omonimo da una ripida collina di roccia vulcanica. Secondo la leggenda, il sultano ottomano Murad III la fece erigere nel XVI secolo da 100mila operai in soli 58 giorni, sulle rovine di un castello armeno distrutto da Tamerlano (lungo le mura ci sono ancora croci armene, incluso un khatchkar). Ritenuta inespugnabile, non resisté all'attacco portato dai russi la notte del 17 novembre 1877. La battaglia di Kars, durata un solo giorno, fece 500 morti fra i russi e 2500 fra i turchi, mutando le sorti della guerra russo-turca del 1877-78. Il compositore russo Modest Mussorgskij avrebbe poi celebrata la vittoria scrivendo una marcia trionfale, “La presa di Kars”. Ma il vento della storia, si sa, può girare. Nel 1920 la città, che da poco era stata annessa alla Repubblica armena, tornò sotto il controllo turco. E così oggi un altro vento, quello gelido del Caucaso, fa sventolare un'enorme bandiera turca sulla fortezza e sopra una gigantografia di Atatürk, con la scritta “Vatan sana minnetardir” , il Paese ti è grato. Il panorama da lassù è notevole, ma entro la doppia cerchia di mura c'è poco da vedere, oltre alla tomba di un santo musulmano decapitato dai mongoli e ai resti di una chiesa armena. 

La vista dalla Fortezza di Kars, Turchia - foto Roberto Copello​
Quanto a templi armeni, il capolavoro si trova ai piedi della fortezza: è la grigia chiesa dei Ss. Apostoli fatta innalzare dal re bagratide Abbas I nel X secolo in pure forme geometriche, con quattro absidi opposti (tetraconco, “quattro conchiglie”) a croce inscritta in un quadrato, tal che l'interno è rotondo e l'esterno poligonale. Nella sua storia è stata cattedrale armena, moschea musulmana e chiesa ortodossa, nel periodo russo. Erano gli anni in cui Gurdjieff cresceva in una multietnica Kars, cantando nel coro e meditando di farsi prete ortodosso, prima di subire l'influsso del sufismo e diventare il re dei mistici esoterici.
Nel XX secolo la chiesa è scampata alla demolizione (un sindaco voleva far spazio a una scuola), è stata un magazzino per il cherosene, ha alloggiato il Museo di Kars, quindi nel 1993 è stata convertita nella moschea Kümbet. Nell'estate 2022 Erdogan ha augurato ai turchi una buona festa del venerdì postando su Instagram proprio una foto dell'ex chiesa ora moschea. Fa nulla che lungo il tamburo cilindrico che regge la cupola conica resistano i bassorilievi, un po' primitivi, che raffigurano i 12 apostoli e alcune croci. Una moschea con croci e apostoli? Cose che accadono a Kars, città la cui identità fluida riemerge ogni tanto dalla cappa degli estremismi, nazionalistici o religiosi che siano.


La moschea Kümbet (ex chiesa armena) di Kars, Turchia - foto Roberto Copel​lo

IL RICORDO DEI RUSSI
Con una piccola deviazione raggiungo poi il Taş Köprü, che significa semplicemente ponte in pietra. Costruito nel 1579 in stile ottomano, fu ricostruito nel 1725 dopo un’alluvione. Nel fiume sotto i tre archi scorrono lastroni di ghiaccio. Se, fatte le dovute proporzioni, vi venisse da pensare alla Neva e a San Pietroburgo avreste qualche ragione. Ai lati del ponte ci sono infatti due antichi hammam: quello sulla sponda del castello, del 1774, è ora un raffinato ristorante il cui nome, Raskolnikov, omaggia l'antieroe di Delitto e castigo di Fiodor Dostoevskij; quello sull'altro lato, del 1579, fu frequentato da Aleksandr Puškin, in un suo deludente viaggio ai confini dell'Impero zarista. Del ricordo dei russi insomma non ci si libera, seppure questi furono gli invasori che dominarono (e russificarono) la città per 40 anni, dal 1877 al 1917, fra la guerra russo-turca e la prima guerra mondiale. Così, andando verso il centro, trovo il Café Pushkin: la parete principale allinea ritratti dei maggiori scrittori russi e turchi, con la sola intromissione di Goethe e di Shakespeare. A quest'ultimo spetta il posto d'onore centrale, sullo stesso piano però del comunista Nazim Hikmet: poeta turco, certo, ma che visse più da esule a Mosca che da profeta in patria.
Proseguo verso il centro e ancora vedo ovunque i segni dell'imprinting russo, come la griglia a scacchiera ortogonale dei viali o i palazzi in “stile baltico” dell'epoca zarista. “Gli architetti dello zar”, scrive Pamuk, “nella piana a sud del fiume avevano costruito una nuova città che si arricchiva velocemente. Aveva cinque viali principali paralleli fra loro, e strade che li tagliavano perpendicolarmente con un ordine impensabile per qualsiasi città orientale”. In genere le case in “stile baltico” sono di grigia pietra basaltica, con colonne e grandi finestre incorniciate. Come il mio stesso albergo, il datato ma affascinante Hotel Cheltikov, che occupa una casa russa del 1877 restaurata nel 2013. C'è però un'eccezione: il basso e giallo ex Palazzo della Borsa (1890), che fa una strana e allegra coppia con il bizzarro minareto a righe orizzontali della moschea Yusuf Paşa, fondata nel 1664 proprio di fronte. 

L'hotel Cheltikov a Kars, Turchia - foto Roberto Copello​

Palazzo e moschea sono all'estremità del viale Gazi Ahmet Muhtar Paşa: poco oltre, andando verso il centro, belle balconate traforate annunciano il Kar's Hotel, che nella finzione di Neve è l'hotel Palazzo delle nevi dove alloggia il protagonista, il poeta Ka, evidente alter ego di Orhan Pamuk (“era uno dei raffinati palazzi in stile baltico. Si entrava nell'edificio a due piani, dalle finestre alte e preziose, passando sotto un arco che dava su un cortile”). Per vedere una vecchia casa ottomana di inizio XX secolo devo invece procedere oltre, fino all'incrocio con l’arteria commerciale Faikbey cd., dove c'è il piccolo museo dedicato ad Ahmet Muhtar Pasha, già Gran Visir dell'Impero. Aver perso la battaglia di Kars non gli toglie l'aria un po' supponente che sfodera sia in un busto bronzeo in giardino, sotto la vecchia balconata in legno, sia all'interno in un iper realistico manichino seduto in poltrona, con barba e baffi da saga fantasy e una dozzina di onorificenze dorate al petto. Anche se la guerra con i russi fu disastrosa, un paio di vittorie bastano a meritargli il titolo di Gazi, “vittorioso”. 


Il piccolo museo dedicato ad Ahmet Muhtar Pasha a Kars, Turchia - foto Roberto Copello

Sfilo davanti a sale da tè e a trattorie che di sicuro, come le descrive Pamuk, devono avere sui muri il ritratto di Atatürk accanto a foto di panorami svizzeri innevati. Passo davanti a imponenti edifici russi, il Palazzo delle tasse e il Palazzo del governatore. Sbuco infine nella grande spianata del Parco della Repubblica. Su un lato si erge dal 2004 una spettacolare statua equestre di Atatürk, che in groppa a un cavallo impennato mostra doti di cavallerizzo. Chi meglio di lui del resto, seppe domare un paese tanto bizzoso? Mustafa Kemal visitò Kars nel 1924, episodio eternato nei rilievi del basamento della statua, che ha preso il posto di un grande Monumento alla Vittoria eretto dai russi nel 1910. Sul lato opposto della piazza i due affilati minareti della moschea Fethiye furono innalzati sopra quella che fu l'ottocentesca cattedrale ortodossa russa di Aleksandr Nevskij. Costruita per i soldati cosacchi dopo la guerra russo-ottomana, la chiesa ha una grande aula rettangolare che, dopo la proclamazione della Repubblica, era perfetta per essere usata come palestra. Con l'erodersi della laicità kemalista, nel 1986 si è pensato di farne una moschea.


Statua equestre di Atatürk a Kars, Turchia - foto Roberto Copello


La moschea Fethiye a Kars, Turchia - foto Roberto Copello
 

I TRE MUSEI DI KARS, DALL'ARCHEOLOGIA AL FORMAGGIO

La neve, come scrive Pamuk, continua a cadere “lenta come una poesia”, e allora è meglio rifugiarsi in un museo. A Kars ce ne sono almeno tre importanti. Il Museo Archeologico espone quanto potete aspettarvi da un museo regionale: reperti dal Paleolitico al periodo ottomano, monete e kilim, sculture e gioielli (stupefacenti due orecchini d’oro medievali a forma di lince trovati 16 km a nord delle rovine di Ani, con incisi finissimi motivi a stella, goccia e mezzaluna). Ci sono anche reperti cristiani, dalle chiese armene di Ani o da quelle ortodosse russe di fine 800, come un portone intagliato in legno di noce e una campana in bronzo con la scritta in cirillico “Per l'amore di Dio suono questa campana”. E davanti al museo pascola un surreale gregge di pietre tombali del XIV sec., in forma di grigie pecore a grandezza naturale.

Il Museo Archeologico di Kars, Turchia - foto Roberto Copello

Quindi, visito il nuovo “Museo storico della guerra del fronte caucasico”, allestito in un bastione di basalto del 1803. Celebra la tragica epopea della battaglia di Sarıkamış, evento della Prima guerra mondiale poco noto agli italiani, che nell'inverno 1914-15 vide russi e ottomani fronteggiarsi in condizioni che ricordano quelle della Guerra bianca combattuta sulle Alpi fra italiani e austriaci. Il truce Ismail Enver (ovvero l'Enver Pascià capo dei Giovani Turchi, grande rivale di Kemal Atatürk) mandò i soldati ottomani allo sbaraglio sulle montagne innevate senza un equipaggiamento adatto. Morirono in massa, più per il gelo e il tifo che per le pallottole nemiche. In venti giorni i russi contarono 30mila morti, ma i turchi almeno 60mila, qualcuno dice 100mila. Nell'Armata russa del Caucaso combattevano moltissimi armeni: secondo molti storici, proprio questo fatto, unito alla disfatta turca, scatenò nell'Impero Ottomano le prime repressioni contro gli abitanti armeni, preludio del genocidio. Struggente, all'ingresso del museo, l'installazione/memoriale dedicata agli ottomani assiderati: una teoria infinita di babbucce, illuminate da un lumino led. E sono impressionanti, nel loro crudo iper realismo, le ricostruzioni di un ospedale da campo, con manichini in silicone (pure qui...) che riproducono i medici e i feriti. 


Il nuovo “Museo storico della guerra del fronte caucasico” di Kars, Turchia - foto Roberto Copello

Il nuovo “Museo storico della guerra del fronte caucasico” di Kars, Turchia - foto Roberto Copello

C'è infine, ospitato nell'antico bastione Süvari vicino al fiume, il nuovo e scenografico Museo del formaggio di Kars (Kars Peynir Müzesi). Presentato come il più grande museo al mondo dedicato alla cultura casearia, ha muri esterni realizzati con finte forme di formaggio. Come fossero in grandi diorami, manichini a grandezza naturale mostrano le fasi di lavorazione. Glorie locali sono il kaşar di latte di pecora e il gravyer (presidio Slow Food), di pasta gialla e con grandi buchi, versione caucasica del gruyère svizzero. Se vi appassiona l'argomento potete fare un'escursione al villaggio di Boğatepe, che a un'ora di auto è il principale centro del formaggio di Kars, e al suo piccolo ecomuseo.


Il Museo del formaggio di Kars, Turchia - foto Roberto Copello​
La produzione iniziò dopo la guerra russo-turca conclusa nel 1878, quando i russi mandarono in esilio a Zavod, vecchio nome di Boğatepe, i Molokan ("bevitori di latte" in russo), una comunità etnica che si era rifiutata di obbedire al digiuno del latte imposto dallo zar cinque giorni la settimana. Poi produttori svizzeri e tedeschi, invitati dallo zar a verificare se l'ambiente fosse adatto a formaggi di qualità, portarono i batteri che consentono la formazione dei buchi nel groviera. Oggi il gravyer è prodotto industrialmente, in grandi quantità, ma a Boğatepe c'è ancora chi lo ottiene con i metodi tradizionali del 1910, a latte crudo. A fornirlo sono le mucche zavot, frutto dell’incrocio fra la simmental e la bruna alpina introdotta dagli svizzeri, che pascolano a 2300 metri, su prati fra centinaia di tipi di fiori. 
Insomma, Kars, la meno turca delle città turche, val bene una visita. Pure d'estate, certo. Però d'inverno... 
INFORMAZIONI 
- Un secondo reportage di Roberto Copello sui dintorni di Kars da visitare in inverno (Lago di Çıldır e sito archeologico di Ani) apparirà a breve su questo sito.
Come arrivare a Kars
- In aereo: Turkish Airlines vola ogni mattina da Istanbul a Kars in circa due ore (www.turkishairlines.com)
- In treno: Il Doğu Ekspresi “classico” copre i 1310 km di linea ferroviaria da Ankara e Kars in 26 ore. Il lussuoso Doğu Express turistico, che viaggia solo da dicembre a marzo, tre volte la settimana, ha cabine per due con comodi letti e impiega 34 ore, dato che effettua due fermate di tre ore per consentire escursioni ai passeggeri (www.tcddtasimacillik.gov.tr)
Dove dormire a Kars
- Hotel Cheltikov. Edificio russo di fine 800, costruito in stile baltico, con false colonne e cartigli barocchi, da poco ristrutturato, fu il primo edificio con veranda di Kars. Dopo la proclamazione della Repubblica fu utilizzato come ospedale, casa di maternità, abitazione del medico. Oggi ristrutturato e posto sotto tutela, ha un giardino privato e una sala da té in una casetta adiacente con camino in pietra (http://hotelcheltikov.com).
- Kar's Hotel. Lussuoso boutique hotel, che ha ispirato a Orhan Pamuk l'albergo dove alloggia il protagonista di Neve, ha eleganti balconate in legno e offre servizi confortevoli. Dispone solo di cinque camere standard e tre suites, che prendono il nome dai distretti storici di Kars (www.karsotel.com)
Siti web utili
Punti di partenza per scoprire il territorio sono www.turchia.itkars.goturkiye.com