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Dalla nuova Guida Verde, tre racconti d'autore per scoprire un passato di ribellione e gesta eroiche

Storie di libertà sulle montagne e sui sentieri d'Abruzzo

9 Aprile 2020
 
L’Abruzzo è montagna produttrice di distanze, di silenzio e paesaggi di aspra bellezza, in un variare di conche dense di pascoli e giogaie, gole laghi cascate e orizzonti boscosi. E improvvisi scorci di borghi – da Penne a Sulmona, Vasto, Pescocostanzo, Scanno – accomunati da una grazia severa che spesso rimanda ai secoli medievali. E ancora il mare, la costa per larghi tratti immacolata da Alba Adriatica a Punta Penna, su cui protendono le antenne i trabocchi di pesca
 
"Dove comincia l’Abruzzo?" si sono chiesti in un libro di qualche anno fa Paolo Merlini e Maurizio Silvestri, che nella nuova Guida Verde Abruzzo invitano i lettori nei ritmi compassati di una regione “intrisa di tempo”, come ebbe a dire Giorgio Manganelli. Abbiamo risposto alla domanda nella nostra dedica al risveglio dell'Aquila, che proprio il 6 aprile del 2009 alle ore 3:32 subiva la prima violenta scossa del terremoto che l'ha travolta. 
 
Serramonacesca / Getty Images
 
Ora vogliamo prendere ancor più vento, facendoci trasportare nelle storie più struggenti delle splendide montagne abruzzesi. Merlini ci conduce tra i boschi della Màrsica e del Cicolano, sulle vie battute un tempo dai briganti, tra prati e stradelle che scandiscono le distanze tra il piccolo borgo di Sante Marie, poco a nord di Tagliacozzo e Santo Stefano, Valdevarri, Nesce, in territorio laziale, addentrandosi nella valle del Salto fino a Cartore. 
 
Con il racconto di Silvestri planiamo invece sul versante orientale della Maiella, tra rocce che precipitano negli stretti valloni mentre verso valle occhieggia il lago di Sant’Angelo. Ma più del panorama naturale scopriamo quello dell'umanità che ribolle in un piccolo villaggio alle falde della Maiella, terra natia dello scrittore più maledetto d'America, John Fante.
 
Nella terza digressione camminiamo su pendii e sentieri tra la Maiella e il monte Pollara, luoghi che furono teatro della resistenza umanitaria degli abruzzesi, dopo l'armistizio dell'8 settembre del '43.
Buona lettura!
 
Tagliacozzo: il brigante, il generale e il Re

«Egli, un povero illuso venuto dal suo lontano paese per assumere il comando di un’armata, aveva creduto trovar ovunque popoli insorti...» Con queste parole il brigante Carmine Crocco, nelle memorie stilate durante l’ergastolo a Portoferraio, ricorda il generale catalano José Borjes che sono venuto a cercare qui a Tagliacozzo. Nella piazza Duca degli Abruzzi la città lo ricorda con un mezzobusto di discutibile manifattura collocato, nei pressi di una pompa di benzina, in occasione dei festeggiamenti per i centocinquant'anni dall'Unità d'Italia. La posizione mi sembra un estremo vilipendio alla memoria del militare che tentò la riconquista del Regno borbonico.

Il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere nel febbraio del 1861 con la resa di Gaeta. Da quel momento la corte borbonica trovò riparo a Roma ricorrendo alla solidarietà della nobiltà pontificia. Nelle stanze di rappresentanza del Palazzo del Quirinale, dove re Francesco II, spodestato da Garibaldi, aveva trovato dimora su invito di papa Pio IX, nei mesi a seguire fu un viavai di legittimisti, idealisti, avventurieri e mercenari di mezz'Europa. Alcuni riportavano notizie catastrofiche sulle difficoltà delle truppe sabaude nel controllo del territorio troppo velocemente annesso al Regno d'Italia, altri riferivano dei propositi di riscossa messi in atto dai comitati filoborbonici forti di una rete di ‘galantuomini’ i quali, aggregati in bande e col supporto delle popolazioni locali, organizzavano sistematiche azioni di contrasto alle forze piemontesi.



All’inizio dell’estate del 1861, le voci sulle rivolte spontanee dei contadini che, a seguito di episodi di brigantaggio, si ribellavano contro l’esercito sabaudo fecero pensare ai Borbone in esilio che i tempi fossero maturi per la rapida cacciata dei piemontesi. A guidare la riconquista del Regno ci voleva un uomo speciale che doveva fare di quei rivoltosi un esercito regolare. E fu così che, animato dalle migliori intenzioni, il generale José Borjes sbarcò nottetempo sulle spiagge calabresi nei pressi di Brancaleone con 17 ufficiali reclutati per guidare l'esercito leali- sta. Sulle prime, non riuscendo a far insorgere i contadini calabresi, tentò un contatto con Carmine Crocco, al corrente della sua venuta. Tra i due si instaurò subito una reciproca diffidenza. Borjes, soldato di carriera ligio al suo codice d'onore, considerava Crocco poco più di un feroce capobanda dal quale non poteva aspettarsi nulla di buono. Incalzati dalle truppe sabaude, la loro unione finì prima ancora di cominciare.

Il 25 novembre dalle parti di Rionero in Vulture Borjes e alcuni dei suoi uomini superstiti vennero abbandonati al loro destino dalle soldatesche di Crocco. Il Generale aveva perduto tutto fuorché l'onore e la speranza di raggiungere, a tappe forzate, lo Stato Pontificio. Il 4 dicembre il drappello di fuggitivi, segnalato sull'altopiano delle Cinque Miglia, dopo Pescassèroli puntò diritto su Avezzano. Superata Scùrcola Marsicana gli uomini, allo stremo, trovarono rifugio a Sante Marie, a pochi chilometri da Tagliacozzo, presso la cascina Mastroddi, appena quattro miglia dal confine con lo Stato Pontificio. È qui che i militari piemontesi, al comando del maggiore Enrico Franchini, bloccarono i lealisti e li costrinsero ben presto ad arrendersi. Condotti a Tagliacozzo, Borjes e i suoi uomini furono condannati a morte come briganti e fucilati immediatamente senza processo. Sul taccuino ho un ultimo appunto: i cronisti dell'epoca riferirono che lo sfortunato generale nel momento supremo, per far coraggio ai suoi urlò: «L’ultima nostra ora è giunta, moriamo da forti».

Paolo Merlini
 
Il Fante di Torricella Peligna, terra di eroi, poeti e narratori
 
Devo essere onesto. Se non avessi letto i romanzi di John Fante, ma soprattutto se non fossi stato vittima anch’io della ‘sindrome Bandini’, quel morbo che ti fa immedesimare anima e corpo nei panni del protagonista delle sue storie, Arturo Bandini per l’appunto, non avrei mai messo piede a Torricella Peligna. Forse è una demenza schizofrenica ma sono in buona compagnia, visto che in questo villaggio alle falde della Maiella sono giunti in parecchi per respirare l’aria dei romanzi di Fante. A cominciare da Vinicio Capossela e Sandro Veronesi, inviati speciali di Rai3 alla ricerca delle origini del loro idolo letterario. In quella occasione riuscirono a incontrare Vincenzo Fante, l’ultimo cugino di John rimasto in paese.
 
John Fante, lo scrittore più maledetto d’America, era figlio di Nicola Fante, mastro muratore di Torricella Peligna, che alla fine dell’Ottocento lasciò la sua Maiella per cercare fortuna a Denver, tra le montagne del Colorado, dove nel 1909 nacque John. Torricella Peligna, la terra di origine, mitizzata nei tanti racconti del padre, divenne l’ispirazione per tutti i suoi romanzi. Lo stesso padre Nick, litigioso, giocatore d’azzardo, bevitore incallito ne divenne uno dei personaggi principali, descritto come ‘un caprone d’Abruzzo con le corna iniettate di veleno’.
 
Lo so, è un pellegrinaggio laico e forse inutile. «A Torricella non vive più nessun Fante. Vincenzo è morto qualche anno fa.» Me lo dicono subito al bar in cui mi ficco per un caffè e un bocconotto, troncando sul nascere ogni velleità di incontrare una testimonianza vivente della famiglia. Non mi resta che vedere la casa che Nick Fante costruì prima di partire per l’America e la Mediateca comunale, intitolata all’illustre concittadino.
 

 
All’esterno ci sono murales ispirati ai suoi libri più famosi, all’interno sono conservati, tra le altre cose, una macchina per scrivere, tutti i libri pubblicati, anche in edizioni straniere, le tesi di laurea e i documentari a lui dedicati. Nel paese si svolge nell’agosto di ogni anno il festival letterario Il dio di mio padre, che richiama appassionati e scrittori da ogni parte d’Italia regalando per alcuni giorni a Torricella sprazzi di notorietà. Io sarei già stato contento, avevo respirato una stilla di aria fantiana, passeggiando per il paese avevo anche scoperto che la piazza principale è dedicata a Ettore Troilo, un altro illustre nativo di Torricella Peligna, comandante della leggendaria Brigata Maiella.
 
Ma c’era ancora una sorpresa. Al bar mi presentano Pietro, geometra in pensione del comune, grazie al quale oltre vent’anni fa iniziò a Torricella Peligna la riscoperta dell’illustre compaesano. Istrionico e dolcemente spaccone, Pietro è un vulcano di simpatia. Parla veloce e non si fa pregare per tirare fuori la storia. Alla fine del racconto mi invita a salire in auto per visitare un posto speciale. Usciamo dal paese, attraversiamo in silenzio l’abitato di Colledimacine. Pietro parcheggia davanti al cimitero. La Maiella sembra a portata di mano, una signora antica alla fontana cambia l’acqua a un vaso di fiori. L’aria è immobile, la luce calda ricama l’ombra delle bianche lapidi, c’è un prodigioso senso di pace. Ci fermiamo da- vanti a una tomba, sulla quale sono incisi questi versi:
 
«Educate i bimbi alla morte / È irreale l’unica cosa vera, / ma lì scoppiano i colori della vita / da lì ogni uomo è un atleta. Clemente Di Leo, Colledimacine 1946-1970».

Clemente Di Leo era un poeta autodidatta, di un’ispirazione e un talento traboccante. Quando vinse il primo concorso letterario con la raccolta Gilgamesh trovando finalmente un editore, trovò anche la morte per una malformazione al cuore. Lasciò centinaia di versi, di cui buona parte in pratica inediti. Poesia pura, versi taglienti, che non hanno paura delle emozioni. Arrivato in questa terra guidato dalla cometa di John Fante, me ne vado, ebbro di emozioni, con i versi candidi e laceranti di questo ragazzo poeta.
 
Maurizio Silvestri
 
Freedom Trail: passeggiate riconoscenti sul Sentiero della Libertà
 
«Che cosa non vi dobbiamo, cara gente d’Abruzzo?... Entravamo nelle vostre case... ma voi neppure accennavate a timore o prudenza: subito le vostre donne asciugavano i nostri panni al fuoco, ci avvolgevano nelle loro coperte, rammendavano le nostre calze logore, gettavano un’altra manata di polenta nel paiolo... non c’era bisogno di passaporto per entrare in casa vostra, né valevano le leggi per la nazionalità e per la razza...» Quando progetto di affrontare la lunga marcia del Freedom Trail, ancora non sono a conoscenza di questa toccante testimonianza che la scrittrice, poetessa e partigiana Alba de Céspedes ha lasciato sull’eroica resistenza umanitaria messa in atto dagli abruzzesi dopo l’8 settembre del 1943.
 
Il Sentiero della Libertà, organizzato dall'associazione omonima (ilsentierodellaliberta.it), mi era stato presentato come un trekking di circa 60 chilometri da Sulmona a Càsoli: un interessante itinerario escursionistico di montagna che, in tre tappe giornaliere, tocca Campo di Giove e poi Taranta Peligna passando per il Guado di Coccia, storico snodo viario a 1674 metri di quota tra la Maiella e il monte Porrara. Ma sotto le mentite spoglie di una specie di grande scampagnata alla quale in quasi vent'anni hanno preso parte più di 10 000 persone provenienti da tante città italiane, c’è la storia della solidarietà prestata dalle genti d'Abruzzo ai tanti militari in fuga verso la salvezza.


 
Tutto ha inizio a Fonte d’Amore, nei pressi di Sulmona alle falde del Morrone, in quel punto della valle Peligna proprio sotto all’Eremo di S. Onofrio e all'area archeologica di Ercole Curino. Che il toponimo non tragga in inganno: a Fonte d’Amore c'era il campo di concentramento 78. Nella struttura, costruita nel 1916, che aveva già ospitato i prigionieri della prima guerra mondiale, durante le fasi finali della seconda guerra mondiale furono reclusi più di tremila soldati angloamericani catturati nella campagna d’Africa.
 
La Linea Gustav, estremo baluardo difensivo concepito dal feldmaresciallo Kesserling al comando delle operazioni militari nell'Italia meridionale, distava in linea d'aria solo pochi chilometri da qui, e quando, a seguito del Proclama di Badoglio, il comando italiano aprì i cancelli del campo di prigionia furono proprio i prigionieri inglesi i primi a cercare la libertà avventurandosi per i sentieri della Maiella. A questi seguirono gruppi di soldati allo sbando e molti partigiani che per sfuggire alla cattura delle truppe nazifasciste, aiutati dalla popolazione, trovarono scampo in queste montagne.
 
Nel marzo del 1944 anche Carlo Azeglio Ciampi, giovane ufficiale livornese renitente alla leva della Repubblica di Salò, tentò con successo la fuga, dopo aver trovato rifugio per più di sei mesi a Scanno, nascosto nel sottotetto della casa della famiglia Romito. Testimone dell'enorme generosità degli abruzzesi, di quei giorni ricorda: «Vi erano altri giovani di varie nazionalità, anche slavi. Arrivammo a fare letteralmente la fame, perché non c'era più niente. A un certo punto mangiavamo le rape che si danno alle pecore, arrostite su una stufa. Ci fu da parte della cittadinanza una lealtà piena nel non denunciarci ai tedeschi, e nel condividere con noi ‘il pane che non c’era’».
Il Sentiero della Libertà non è dunque un trekking qualunque. Affonda le radici in un'infinità di attestati di riconoscenza che, come questo, giacevano sepolti nei memoriali dei reduci di mezzo mondo. Quale miglior modo di conservarne la memoria se non ripercorrendo i sentieri dei fuggitivi di un tempo?
 
Paolo Merlini
 
 
LE NUOVE GUIDE VERDI
Le Guide Verdi del Touring Club Italiano possono essere considerate nuovamente pionieristiche, oltre mezzo secolo dopo la loro fondazione. Partendo dal rifiuto di ingabbiare il mondo in una lingua che lo descriva a priori, hanno aperto a un turismo a tutto campo (dall’enogastronomia stellata al cibo di strada, dal trekking al cicloturismo, dalle sagre di paese al grande cinema, alla musica, al teatro) e soprattutto allo storytelling, chiamando giornalisti e autori della narrativa contemporanea a smarcarsi dalle icone, raccontando storie, territori e città, mescolando geografia e immaginazione, autobiografia e fiction.
 
GUIDA VERDE ABRUZZO
Pagine: 240
Anno edizione: 2020