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Dante e Bertarelli, Bartali e Jimi Hendrix: lezioni di umanità sulle strade bianche del Chianti senese

Storie dall’Eroica 2018. Dove la bicicletta è il migliore libro di geografia che esista

di 
Gino Cervi
11 Ottobre 2018
Sono anni che prendo lezioni all’Eroica, anzi dall’Eroica. E non mi riferisco al fatto che sono migliaia e migliaia quelli che all’arrivo in piazza a Gaiole arrivano prima di me, compresi quelli che fanno il doppio dei chilometri che faccio io. Quest’anno, a dire il vero, le ho prese anche da Elena, la mia compagna, che mi aspettava in cima alle salite.

Dico che i giorni eroici sono davvero per me una piccola grande scuola, di quella che si frequenta per strada, la Universidad de la Calle, e che insegna senza mai annoiare. Ad esempio, l’ho scritto anche sul “Giornale dell’Eroica”, rubando le parole ad Albano Marcarini, che “la bicicletta è il miglior libro di geografia che esista”, perché quello che si impara andando in bicicletta lo si impara meglio e con più gusto.
 
Il rito della partenza all'alba / foto Gino Cervi
La geografia delle Strade bianche è una lavagna colorata, molto più affascinante di una tecnologicissima LIM o di qualsivoglia documentario di Sky Arte. Con la bicicletta, lo diceva già cento e passa anni fa Luigi Vittorio Bertarelli, il fondatore del Touring Club Italiano, si entra dentro il paesaggio, lo si comprende meglio, lo si gusta ancora di più. Mica come vederlo passare via da dietro il deflettore di un’automobile. Non ho mai capito in verità perché per fare le pubblicità delle automobili in Tv le facciano sfrecciare dentro panorami mozzafiato che a me sembrerebbero, a guardarli da dentro l’abitacolo, finti come gli scenari di cartone che facevano da fondale ai vecchi ritratti fotografici di una volta.

Chianti, Crete Senesi, Val d’Orcia: cosa s’impara in geografia pedalando all’Eroica non ve lo potete neanche immaginare. Campi e vigneti, pievi e castelli, nuvole e cipressi. Per non parlare della storia e della letteratura: ad esempio, ho dormito a Montaperti, dove nel 1260 i ghibellini senesi, spalleggiati da re Manfredi di Sicilia, fecero vedere i sorci verdi ai guelfi fiorentini. Gli stendardi vennero conquistati e lo stesso gonfalone del Giglio attaccato per scherno alla coda di un somaro. Poco ci mancò che Firenze venisse rasa al suolo se non si fosse messo in mezzo Farinata degli Uberti, ghibellino sì, ma fiorentino. Cosicché tutte le volte che scavalco l’Arbia mi torna a mente "lo strazio e 'l grande scempio / che fece l'Arbia colorata in rosso" (Dante, Inferno, canto X).
 
Storie dall'Eroica 2018, il "leccione" / foto Gino Cervi
 
A proposito di colori, è grazie all’Eroica che quest’anno sono andato a rivedere quel kolossal in technicolor di mezzo millennio fa che sono gli affreschi del chiostro dell’abbazia di Monte Oliveto Maggiore. Altra grande lezione di storia dell’arte. A dividersi le storie della vita di San Benedetto furono infatti, a cavallo del 1500, Luca Signorelli e Giovanni Antonio Bazzi, detto il Sodoma. “Perché Sodoma?” chiede l’Elenin. Provo a spiegarglielo, con garbo. Stupisce al pensiero che la Chiesa pre-controriforma non si facesse troppi pregiudizi riguardo ai gusti sessuali degli artisti che voleva ingaggiare. Che il Vasari nelle sue Vite metta le mutande al soprannome, spiegando come derivasse dal frequente modo di dire, Su, ‘nduma! (“Su, andiamo!”) del pittore di origine vercellese, non mi ha mai convinto.
 
Gli affreschi del chiostro dell’abbazia di Monte Oliveto Maggiore / foto Thinkstock
 
E le lezioni di musica? Quest’anno le ho prese dal Leccione, il mitico totem dell’Eroica, messo sul crinale a guardia delle vigne dei Ricasoli tra il Castello di Brolio e il bivio per Pianella. Ero sobrio, lo giuro, e non ancora tanto ciucco di stanchezza: ma a me quest’anno la fitta chioma del secolare piantone ha fatto venire in mente la crespa criniera di Jimmy Hendrix, a ricordarmi lo spirito rock dell’Eroica, da oltre vent’anni la nostra imperdibile “Woodstock à velo”.
 
Non sono mancate neppure le lezioni di storia dello sport. All’Auditorium di Gaiole quest’anno ha tenuto cattedra Vittorio Seghezzi, classe 1924, l’ultimo grande vecchio del ciclismo eroico di Coppi e Bartali. Professionista dal 1946 al 1957, da gregario ha scortato Ginettaccio nella storica vittoria al Tour de France del 1948. Saremmo rimasti ancora ora ad ascoltare le sue ciclofavole.
 
Storie dall'Eroica 2018 / foto Guido P. Rubino 
 
E poi, on the road, mi sono bevuto le storie di Diego Franzetti, ciclista-ciclista, nel senso di uno che è in sella da una vita - e che a settantacinque anni ha fatto la sua ottava Volpaia senza mai scendere di sella – e che in sella ci ha messo qualche centinaio di clienti, nella storica “Bottega del Romeo”, a Ispra, Lago Maggiore: hanno cominciato a metà anni Trenta appunto col Romeo, il capostipite; hanno continuato con Diego, il figlio, e adesso vanno avanti con Lorenzo, che qualche anno fa ha lasciato, senza troppi rimpianti, il desk troppo asfittico di una celebre rivista ciclistica per tornare al bancone della bottega (tanto il tempo di scrivere belle storie, e non soltanto di bici, lo trova lo stesso).

Insomma il Diego, su e giù per le strade bianche, mi ha raccontato di quando da bambino il papà Romeo lo ha portato a vedere passare il Mondiale a Varese, nel ’51, quello vinto dal naso di Ferdi Kübler; o di quando il Casola, enfant du pays a Ispra, oltre che grande tombeur des femmes, teneva il bordone a Coppi affittando per lui un barchino su cui il Campionissimo, lontano da occhi indiscreti, solcava le acque del Verbano tra le braccia della Dama Bianca; e ancora di quando, dilettante alle prime prove, il Diego incrociava le ruote con Gianni Motta, “ma solo alla partenza. Che quando arrivavo io al traguardo lui aveva già fatto la doccia…”.
 
Storie dall'Eroica 2018 / foto Guido P. Rubino

Ma le “lezioni più lezioni”, all’Eroica, sono quelle che arrivano dalla bella umanità che per tre giorni si è data appuntamento intorno alla e per la bicicletta. Sono i “Where are you from?” domandato all’occasionale compagno di “fuga” che fanno scoprire quanto sia vasta ormai questa sorta di Internazionale a pedali, che è appunto “un’altra umanità”. Sono i “buongiorno” che significano davvero “buon giorno”, come diceva Totò il buono nella scena iniziale di Miracolo a Milano, specchio di un’Italia che non si vergognava di almeno cercare di essere davvero più buona, senza paura di essere tacciata di buonismo.
 
Storie dall'Eroica 2018 / foto Guido P. Rubino

Insomma, un’altra Eroica è andata e la sua musica ha finito, tutto quel che hai pedalato passerà. Ma non passerà la voglia di tornarci, ogni anno, a suonare anche solo un piccolo pezzo di questo bel concerto per raggi e pedivelle.