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In occasione del XXXI Premio Scarpa per il Giardino, attribuito dalla fondazione Benetton, scopriamo le peculiarità straordinarie della regione anatolica

Le meraviglie della Cappadocia: un premio, una mostra e l'intervista alla storica dell'arte Maria Andaloro

di 
Stefano Brambilla
2 Novembre 2020
 
Ogni anno, fin dal 1990, la Fondazione Benetton Studi Ricerche assegna il Premio Internazionale Carlo Scarpa per il Giardino, intitolato in onore dell'architetto e inventore di giardini Carlo Scarpa (1906-1978). È un riconoscimento per un luogo del mondo “particolarmente denso di valori di natura, di memoria e di invenzione”, ma anche una vera e propria campagna che consiste in una serie di attività ritenute utili per la conoscenza, la salvaguardia e la valorizzazione del luogo designato (per esempio libri, documentari, mostre, incontri di studio). Un premio particolare, quindi, che viene simbolicamente consegnato alla figura maggiormente rappresentativa della cura per il sito premiato: un architetto, un paesaggista, uno storico dell'arte. 
 
Per l'edizione 2020-21 il comitato scientifico ha guardato per la prima volta alla Turchia e in particolare alla Valle delle Rose e alla Valle Rossa (Güllüdere e Kızılçukur), due valli contigue scavate nella roccia vulcanica della Cappadocia. Un'area nella quale, spiega la motivazione del premio, “le forme dell’insediamento umano e la dirompente natura geologica del suolo conservano le tracce di un’antica cultura dell’abitare prevalentemente rupestre, in condizioni di equilibrio tra le diverse manifestazioni della natura e delle culture che l’attraversano nel susseguirsi dei secoli”. Questo meraviglioso paesaggio dove natura e arte vanno a braccetto da sempre è protagonista della mostra "Cappadocia. Il paesaggio nel grembo della roccia"appena inaugurata a Treviso, nell'ambito del Premio, e in scena fino a gennaio (si vedano in fondo all'articolo le informazioni dettagliate).
 


Cappadocia. Foto Zanin/Fondazione Benetton Studi e Ricerche
 
A ricevere il riconoscimento - “espressione di un sentimento di vicinanza e sostegno a tutte quelle figure che in Cappadocia testimoniano con il proprio lavoro l’importanza di un bene collettivo ricco di significati e insegnamenti” - è sorprendentemente un gruppo di lavoro italiano, che dal 2006 opera per recuperare, conservare e valorizzare i preziosi cicli pittorici dell'epoca bizantina all'interno delle chiese rupestri dell'area, “instaurando importanti relazioni umane e culturali e restituendo con questo lavoro leggibilità e valore a un intero paesaggio”. Questo gruppo di lavoro è guidato dalla storica dell’arte Maria Andaloro, ideatrice e coordinatrice della missione di ricerca che fa capo all’Università della Tuscia. L'abbiamo intervistata per capire qualcosa di più di questa missione e della rilevanza dell'arte e del paesaggio della Cappadocia. 
 

Dal minareto di una moschea di Göreme. Veduta verso le valle delle Rose e Rossa
 
Professoressa, lei studia in Turchia da ormai da oltre 25 anni. Come è nato questo suo amore per l'Anatolia?
Deve sapere che io sono una storica dell'arte bizantina e medievale: per chi studia questo periodo la Turchia rappresenta una meta imprescindibile! Io ho avuto il piacere di lavorare in diversi luoghi: dal 1973 a Istanbul, poi dal 1996 nei dintorni di Bodrum, sulla costa egea, l'antica Alicarnasso; poi ancora dal 2006 in Cappadocia, che per noi che ci occupiamo in particolar modo di pittura bizantina rappresenta una miniera inesauribile di tesori. 
 
Come è nata in particolare la missione in Cappadocia?
È nata dal lavoro precedente svolto dalla Missione dell’Università della Tuscia nella regione della Caria, attorno a Bodrum. Là, in particolare, abbiamo studiato per dieci anni una chiesa situata sull'isola di Kucük Tavsan, detta dei Santi Apostoli. Una chiesa di fondazione giustinianea con la sua copertura originaria, fatto rarissimo al di fuori di Costantinopoli; e con un apparato pittorico molto interessante, risalente a quattro epoche diverse, dal VI all'XI secolo, che abbiamo provveduto a restaurare partendo da migliaia di frammenti caduti sul piano di calpestio. Ebbene, in quel contesto abbiamo conosciuto Murat Gulyaz, il commissario governativo che per due campagne ha “accompagnato” la missione e sorvegliato il nostro lavoro, così come sempre accade per le missioni archeologiche e le surveys in Turchia. Gulyaz, archeologo del museo di Nevşehir, in Cappadocia, e dal 2009 suo direttore, ha talmente apprezzato il nostro lavoro che ci ha chiesto, una volta terminata la missione in Caria, di spostarci nella sua regione per indagarne il complesso delle pitture e dei monumenti con la stessa metodologia. In particolare, è stato il mix di studio e conservazione, lo spirito che ci anima “conservare per conoscere e conoscere per conservare” a risultare l'arma vincente.

La Chiesa Nuova di Tokalı, vista da ovest verso le absidi
 
Immaginiamo che aver il privilegio di lavorare in Cappadocia sia stato un bel traguardo, vista la sua importanza artistica.​
Senza dubbio, è il sogno di ogni storico dell'arte bizantina! Vede, il quadro della pittura bizantina è spesso lacerato nel suo arco temporale. In varie regioni mancano all'appello interi periodi storici. In Cappadocia invece è documentata una parabola pittorica ininterrotta, dal VI al XIII secolo, indice di una continuità eccezionale. E non è facile lavorarci: è un territorio identitario per i turchi, dove raramente in passato si sono svolte missioni straniere, seppure non siano mancati molte ricerche e studi.
 
Qual è il fine della missione in Cappadocia, che è ancora in corso?
La conoscenza e la conservazione del patrimonio pittorico celato all'interno del paesaggio. Siamo lì per capire di più della pittura bizantina contestualizzata nel corpo dell'architettura, alla quale è profondamente legata. In Cappadocia si dipingeva nel grembo della roccia, all'interno dei coni, dei pinnacoli, dei banchi rocciosi, nelle chiese scavate dall'uomo: un'architettura in negativo, realizzata scavando e non aggiungendo materiale, dove anche la pittura – che ne diventa la pelle – nasce perciò in modo diverso. Questo succede fin dalle origini, nel VI-VII secolo. 
 

Chiesa di S. Basilio nella valle di Gomeda nei pressi d Mustafapasa (Fine VII-VIII secolo). Si sta procedendo al prelievo del pigmento verde nel corso delle ricerche e delle analisi per la caratterizzazione dei pigmenti.
 
Da dove avete iniziato per la nuova missione?
All'inizio, nel 2006, per il nostro progetto di conoscenza e restauro ci è stata proposta una rosa di chiese dipinte. Abbiamo scelto la Chiesa dei Quaranta Martiri a Şahinefendi (in turco Kirk Şehitler Kilisesi), dove abbiamo lavorato dal 2007 al 2013: l'apparato pittorico era straordinario, ma totalmente indecifrabile per la coltre di nerofumo che lo oscurava, dovuta all'utilizzo della chiesa come rifugio. Di questa chiesa si interessò anche Guillaume de Jerphanion, il gesuita francese che “scoprì” piuttosto casualmente la Cappadocia e le sue chiese dipinte nel suo viaggio in Anatolia nel 1907 e che le studiò per decenni, portandole a conoscenza dell'Occidente con ampi e particolareggiati studi. Tra l'altro nella chiesa è presente un'iscrizione che data l'opera pittorica al 1216-1217 e ne cita anche l'autore, il pittore monaco Ezio. 
 

Şahinefendi, Chiesa dei Quaranta Martiri. Restauratrice intenta nell’opera di pulitura delle pitture dell’abside sud (sec. XI)
 
Quindi la chiesa risale interamente a quel periodo?
No, è proprio la cronologia dell’apparato pittorico della chiesa uno dei temi su cui ci siamo  maggiormente impegnati. Vede, in un monumento costruito, come una cattedrale, il suo sviluppo nel tempo è più lineare: quando si aggiunge, ad esempio, una parte e si procede a decorarla, non è difficile riconoscerla e datarla. Nell’architettura “scavata”, invece, non è mai semplice capire le aggiunte, le modifiche e fissarne la cronologia, visto che per ampliare gli ambienti scavati in roccia  si continua a togliere materia, non ad aggiungerla. Non è agevole, insomma, ricavare una logica di tipo diacronico. Noi, grazie allo studio incrociato con il restauro, abbiamo potuto dimostrare che le pitture della Chiesa dei Quaranta Martiri sono il risultato di ben quattro  campagne pittoriche realizzate nel corso di cinque-sei secoli, compresa la fase del decimo-undicesimo secolo, inaspettata e mai finora scoperta e documentata. Quelle del 1216-12017 sono soltanto un piccolo pezzo dell’intera decorazione. Come le pitture, anche l’architettura della chiesa è frutto di una serie di campagne di aggiornamento e modifiche, e sono proprio tali campagne all’origine della realizzazione delle diverse fasi pittoriche realizzate al suo interno.

Şahinefendi, Chiesa dei Quaranta Martiri. Sul ponteggio della navata sud, restauratori e storici dell’arte insieme 
 
Il lavoro nella Chiesa dei Quaranta Martiri è terminato, dunque?
Sì. Oltre al restauro delle pitture, abbiamo creato anche le condizioni per la migliore fruibilità del monumento, realizzando un allestimento semplice e coerente con la sua architettura. Uno dei tratti salienti della missione, che si è a mano a mano ingrandita come per cerchi concentrici, è il suo carattere multidisciplinare frutto delle varie competenze del gruppo di lavoro: vi hanno partecipato storici dell'arte, restauratori, architetti, archeologi, chimici, geologi, agronomi, persino speleologi, che hanno perlustrato ambienti e percorsi sotterranei e rilevato strutture idrauliche. Ognuno ha fatto la sua parte: perché la pittura in Cappadocia (che è sempre d’impronta religiosa) è solo uno degli aspetti di questo incredibile habitat rupestre, dove si viveva, si pregava, si lavorava, si coltivava la terra, abitando negli ambienti scavati all'interno di quel paesaggio naturale straordinario. Ci piacerebbe nel prossimo futuro realizzare un ecomuseo lungo la valle di Göreme, la valle che si snoda fiancheggiando l’Open Air Museum, a testimonianza di questo continuum fra paesaggio culturale e paesaggio naturale e agrario: un continuum che per continuità e complessità vede la Cappadocia, e l'area di Göreme in particolare, capofila del fenomeno del rupestre nell’area mediterranea. 

Chiesa dei Quaranta Martiri a Şahinefendi. Veduta della navata nord con il martirio dei Quaranta martiri nel lago gelato sulla volta (XI secolo), dopo il restauro (Missione dell’Università della Tuscia, 2007-2013)
 
Ma non è finita qui. Vi siete poi spostati in un altro monumento straordinario.
Sì, dal 2011 – sempre insieme a restauratori turchi e  in collaborazione con il museo archeologico di Nevsehir e il Laboratorio regionale di restauro della stessa città – lavoriamo nella Chiesa Nuova di Tokalı (in turco il termine significa fibbia), situata nell'ambito del complesso dell'Open Air Museum di Göreme. È un monumento tra i più conosciuti, con un apparato di pitture di eccezionale valore, già oggetto di un restauro storico negli anni ’70 del secolo scorso, ma che necessita di ulteriori lavori per via di fenomeni di degrado, di una certa decoesione della pellicola pittorica e per lo stato di conservazione del cono entro cui è scavata la chiesa, dalla roccia assai fragile. Si tratta di 300 metri quadri circa di pittura parietale completamente a secco: ciò presenta problemi specifici da risolvere, è come se le pitture fossero state dipinte su una tavola! Andiamo davvero lentamente. Certo, ci lavoriamo solo cinque-sei settimane all'anno, quanto permettono i fondi...
 

La Chiesa Nuova di Tokalı. Restauratrici impegnate a documentare lo stato di conservazione delle pitture dell’abside nord (metà circa del X secolo)
 
A proposito, chi vi finanzia?
L'Università della Tuscia e il Ministero degli Esteri, principalmente, e piccole sponsorizzazioni da parte turca. In passato abbiamo fruito di fondi significativi del Ministero dell’Università e della Ricerca legati ai molteplici progetti di ricerca di interesse nazionale, i cosidetti PRIN, che abbiamo ottenuto. Ma i fondi si sono assottigliati negli anni: sarebbe auspicabile che il restauro della Tokalı possa godere di un atto di mecenatismo, di una sponsorizzazione forte e consapevole, che permetta di intensificare il lavoro con la presenza in Turchia di più restauratori per un numero maggiore di mesi per ciascuna campagna. 
 
La motivazione del Premio Scarpa parla di “un lavoro che incarna il senso di una cittadinanza, la misura dell’appartenenza e della cura nei confronti di un luogo che travalica ogni confine nazionale”. È soddisfatta di quanto ha fatto finora?
Sì. È un lavoro bellissimo, di grande responsabilità ma anche di grande gioia. 


Il team dell'Università della Tuscia, con la professoressa Andaloro al centro, nella Chiesa Nuova di Tokalı (anno 2019) 
 
In conclusione, ci dice qualcosa sulla fruizione turistica della Cappadocia? Cosa auspica per il suo futuro?
Guardi, dai nostri ponteggi nella Chiesa della fibbia vedevamo sempre ondate di turisti che si riversavano al suo interno, specie prima del 2016. Come altrove in Turchia, alcuni luoghi della Cappadocia – l'Open Air Museum di Göreme soprattutto – sono particolarmente affollati. Ma ce ne sono moltissimi altri, altrettanto straordinari, che non vedono che qualche turista. Tanti salgono sulle mongolfiere per ammirare valli e selve di coni e pinnacoli dall'alto, ma l'esperienza più intensa, vera, è quella di camminare nel dedalo delle valli, prime tra tutte la Valle delle Rose e la Valle Rossa, entrando nel paesaggio, scoprire le tante parti che hanno il battito della vita: se il cuore può essere identificato l'Open Air Museum di Göreme, il sistema sanguigno è altrove! La Cappadocia è straordinaria perché può essere ancora scoperta: bisogna farsi guidare dallo stupore, un po' come sera accaduto al viaggiatore francese Paul Lucas, che la visitò agli inizi del Settecento. Cammini tra vigne, piccoli frutteti, fasci di erbe selvatiche, poi varchi un piccolo ingresso che si apre nella parete rocciosa, alzi l'occhio e trovi un mondo di pittura. Il mio invito a chi la visiterà è quello di trovare quella Cappadocia, che non è ancora consumata, che attende di offrirsi e di essere scoperta.


Area di Şahinefendi. Lungo il percorso verso il cono che rinserra la chiesa dei Quaranta Martiri
 
INFORMAZIONI
- La mostra Cappadocia. Il paesaggio nel grembo della roccia, a cura di Patrizia Boschiero e Luigi Latini, è visitabile fino al 10 gennaio 2021 nel nuovo spazio culturale di Ca’ Scarpa, l’antica Chiesa di Santa Maria Nova a Treviso
- Nel contesto della mostra sono presentati il film documentario “Güllüdere e Kızılçukur: la Valle delle Rose e la Valle Rossa in Cappadocia”, prodotto dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche con la regia di Davide Gambino, in collaborazione con Gabriele Gismondi, e l’omonimo volume collettivo “Güllüdere e Kızılçukur: la Valle delle Rose e la Valle Rossa in Cappadocia”, a cura di Patrizia Boschiero e Luigi Latini, Fondazione Benetton Studi Ricerche-Antiga, Treviso 2020.
- Nel corso dei mesi di marzo e aprile avranno luogo due convegni pubblici organizzati dalla Fondazione Benetton Studi Ricerche in collaborazione con lo Iuav di Venezia e con l’Università degli Studi di Firenze, nelle rispettive sedi universitarie, che saranno giornate di approfondimento collettivo su questioni e tematiche in vario modo connesse al paesaggio della Cappadocia e più in generale dell’Asia Minore. 
- Il percorso si concluderà a Treviso, a maggio 2021, con un convegno dedicato in modo specifico alle valli scelte dal Premio, con la cerimonia a loro dedicata e la consegna del sigillo disegnato da Carlo Scarpa nelle mani della storica dell’arte Maria Andaloro. 


La mostra a Treviso. Foto Marco Pavan