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Fu uno dei quattro lager italiani, l’unico con un forno crematorio. Oggi è un museo per ricordare

In pellegrinaggio alla Risiera di San Sabba, a Trieste

di 
Tino Mantarro
23 Gennaio 2019

Il 27 gennaio si celebra la Giornata della memoria per commemorare i milioni di vittime dell’Olocausto. Milioni di morti che hanno insanguinato la mappa dell’Europa durante la Seconda Guerra Mondiale. Milioni di morti che hanno sancito nei fatti la fine della presenza secolare della cultura e delle genti ebraiche nell’Europa Centrale e Orientale
 
Siamo andati a Leopoli, in Ucraina, e a Varsavia, capitale della Polonia, per raccontare quel che rimane della presenza ebraica in queste città che negli anni Quaranta erano centri propulsori della cultura yiddish europea. E poi a Trieste, in pellegrinaggio alla Risiera di San Sabba. Ecco i nostri reportage:
 
- Il reportage dedicato alla Leopoli ebraica
- Il reportage dedicato alla Varsavia ebraica
 
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Trieste, periferia sud, zona stadio Nereo Rocco. Dietro un muro di cinta in cemento grigio alto 11 metri, spunta un edificio di sei piani di mattoni rossi screpolati, senza finestre. L’ingresso è inquietante, stretto tra le mura di cemento grigie e nude che obbligano ad andare avanti quasi a testa bassa.

È l’ingresso della Risiera di San Sabba, uno dei quattro lager nazisti in Italia. Perché si tende spesso a ignorare, o quantomeno a dimenticare, che anche sul territorio italiano dopo l’8 settembre 1943 vennero creati campi di concentramento. Di questi la Risiera era l’unico con un forno crematorio, gli altri si trovano a Bolzano, a Fossoli – una frazione di Carpi, in provincia di Modena – e a Borgo San Dalmazzo, in provincia di Cuneo.
 
 
IN ORIGINE, UNA FABBRICA DI RISO
Lo dice il nome, in origine la Risiera era un grande complesso industriale dove si lavorava riso. Costruito nel 1898, fu utilizzato fino al 1927, quando venne abbandonato. Ben presto l’esercito italiano prese a utilizzare una parte delle strutture come magazzino, fino a quando nel 1940 venne trasformato a tutti gli effetti in una caserma militare.

Dopo l’8 settembre, quando a Trieste arrivarono i tedeschi fu trasformato nello Stalag 339, un campo di prigionia provvisorio per militari italiani. Successivamente venne trasformato nel Polizeihaftlager: campo di detenzione e polizia affidato alle SS, l’ingranaggio di un sistema infernale. Dopo la Liberazione continuò a essere utilizzato come campo di raccolta per profughi dai Paesi oltre Cortina, fino a quando, nel 1965 non divenne quello che è oggi: un monumento nazionale dove esercitare quella pratica necessaria per ogni Paese evoluto, il ricordo.
 
 
IL MUSEO DEL RICORDO
Le vittime alla Risiera furono tante. I numeri non sono sicuri, nonostante siano passati decenni. Le stime variano tra 2mila e 4mila. Durante il processo celebrato nel 1976 e finito con una condanna all’ergastolo mai scontata di Josef Oberhauser, venne presentata una lista con 317 nominativi certi di persone soppresse. Lista che oggi conta 349 nomi. Il resto è un vuoto doloroso. Le vittime della Risiera furono in massima parte esponenti della Resistenza, italiani, sloveni, croati. Per gli altri, ebrei e zingari vittime delle persecuzione razziale, la Risiera era usata come campo di transito, una tappa del martirio verso i campi di sterminio a Nord delle Alpi.
 
I corpi venivano inceneriti nel forno crematorio, le ceneri disperse in mare dal molo della raffineria poco distante. Le esecuzioni avvenivano per asfissia tramite gas, ma più spesso i prigionieri venivano abbattuti a colpi di mazza ferrata, oppure impiccati, di rado fucilati. La ferocia era massima, a portare avanti le esecuzioni un gruppo di 90 SS, aiutati da un reparto di collaborazionisti ucraini. Tutto avveniva di notte, mentre le SS aizzavano i cani lupo e mandavano musica ad alto volume per coprire le urla dei prigionieri. Nonostante questi accorgimenti i vicini che abitano nella zona sapevano, o quanto meno sospettavano, anche se le notizie erano spesso confuse.
 
 
Adesso è difficile dire di non sapere. Il Museo sta lì, accanto allo stadio intitolato a Nereo Rocco. È stato riallestito qualche anno fa, ha un percorso interessante e intelligente, ben documentato, ricco di testimonianze. Un luogo che suscita emozione.

Un luogo che racconta, bene, una storia tragica. Un luogo altamente educativo. Dove andare perché come scriveva il cacciatore di nazistim Eli Wisenthal: «Tutti devono sapere che delitti come questi non cadono sul fondo della memoria: non vengono prescritti. Chiunque pensasse a un nuovo fascismo deve sapere che, alla fine, sarà sempre la giustizia a vincere». E la giustizia si nutre, anche, del ricordo.
 
INFORMAZIONI
Risiera di San Sabba, via Giovanni Palatucci 5, Trieste; www.risierasansabba.it.