Isolato sulle pendici meridionali del massiccio della Majella, popolato da appena 1300 abitanti, tuttavia Lama dei Peligni è un borgo che ha diverse ragioni per potersi dire “famoso”. Sta poi alla sensibilità individuale scegliere quale privilegiare di tali motivi. Chiedetene conto al naturalista, e vi risponderà prontamente: perché è il paese dei camosci. Ponete la questione al letterato, e questi replicherà all'istante: perché è il paese dove Gabriele D'Annunzio ambientò La figlia di Iorio, una delle sue più note tragedie. Interrogate il fervente cristiano e non avrà dubbi: è il paese che conserva, come una reliquia, un'autentica e miracolosa effigie di Gesù Bambino arrivata direttamente da Gerusalemme. Domandatelo al buongustaio, e questi già si farà venire l'acquolina in bocca assaporando mentalmente la dolce fragranza delle sfogliatelle locali.

Insomma, comunque sia, davvero vale la pena di affrontare le larghe svolte che conducono su su fino a Lama dei Peligni, sovrastato dalla mole imponente del Monte Amaro, la vetta più alta della Majella, che domina il paese dall'alto dei suoi 2793 metri.

“Lama”, come sinteticamente e affettuosamente lo chiamano i suoi abitanti (il nome Lama deriva da un termine pre-latino che significa “terreno dove l'acqua ristagna”, mentre “dei Peligni”  fu aggiunto nel 1863, nella convinzione che qui avesse abitato il popolo dei Peligni), in realtà di vicende da raccontare ne avrebbe anche tante altre, visto che la sua storia risale niente meno che al Neolitico. Nel sito di Fonti Rossi c'era infatti un villaggio preistorico dove all'inizio del Novecento fu portato alla luce il teschio ben conservato del cosiddetto Uomo della Maiella. Si trattava, in realtà, di una donna che era stata sepolta in una fossa ovale in posizione ripiegata: l'esame dei resti, effettuato con il radiocarbonio a Oxford, le ha datate intorno al 6540 BP (equivalente al 4590 a.C.). Il paese vero e proprio sorse però molto dopo, fra i secoli VII e VIII d.C., attorno a un castello ora scomparso. Nonostante i gravi danni subiti per i terremoti del 1915 e del 1933 e durante la seconda guerra mondiale, Lama dei Peligni conserva diverse testimonianze della sua storia, dal Rinascimento in poi.

All'ingresso del paese il visitatore è accolto da una fontana del 500 in pietra bianca della Majella, Fontecannella. Notevoli il palazzo cinquecentesco dei Baroni Tabassi e l'ottocentesco Palazzo Verlengia. E poi ci sono le chiese. A partire ovviamente dall'antica parrocchiale, risalente al 1589 (lo attesta una data sul possente campanile) e che costituisce una delle poche chiese abruzzesi del Rinascimento di forma basilicale. Intitolata in passato ai santi Nicola e Clemente, dal 2015 la chiesa è stata dedicata a Gesù Bambino, ufficializzando così la sentita devozione popolare al Santo Bambino, che avvolto in fasce di broccato bianco ricamato d’oro è posto in un'urna in argento e cristallo situata dietro all'altare maggiore. La statua in cera (in realtà solo la testina) arrivò in paese da Gerusalemme nel 1760, portata da fra’ Pietro Silvestri, che era nato a Lama nel 1702. Diventò subito oggetto di culto, tanto che già nel 1780 papa Pio VI concesse l'indulgenza a chi veniva a renderle un devoto omaggio, specie in occasione della sua festa fissata la terza domenica di settembre. Al Santo Bambino da allora sono stati attribuiti numerosi miracoli, compresa la protezione del paese da epidemie di colera. Inoltre dal 1993 ogni due anni in agosto va in scena una rievocazione in costume dell'arrivo in paese del Santo Bambino. Urna del Bambinello a parte, la chiesa presenta una semplice facciata coronata da una cornice orizzontale a mensole, un portico a sei campate, un portale e un rosone ornati da teste d'angelo di gusto rinascimentale. L'interno conserva invece un ricco pulpito ligneo con statue secentesche di santi attribuite al romano Bartolomeo Balcone, mentre nella sagrestia si trova una Madonna in argento di Nicola di Guardiagrele.

Altri edifici religiosi da vedere in paese sono poi la chiesa di San Pietro, che ha un busto ligneo dipinto di san Francesco Saverio, e la chiesa di Maria Santissima della Misericordia, annessa all'omonimo convento costruito nel 1327 da Roberto da Salle, un seguace di papa Celestino V, e che subì vari rifacimenti dal 1530 al 1600. All'interno vi si conservano manoscritti di sant'Alfonso Maria de Liguori, una lettera di san Giuseppe Calasanzio, una croce abruzzese in rame del Trecento e una statua duecentesca della Madonna della Misericordia.

Lama dei Peligni, però, offre anche notevolissime attrattive naturali. A partire dalle sue grotte. Quella di Sant'Angelo, che si apre a 985 metri di altitudine sopra un impressionante burrone del massiccio della Majella, è da tempi antichissimi oggetto del culto dell'arcangelo Gabriele, come vi provano i resti di un altare bizantino dell'VIII secolo. La più nota e importante delle grotte, anche perché ormai la sua fama è indissolubilmente legata a Gabriele D'Annunzio, è la grotta del Cavallone, detta anche della Figlia di Iorio. A 1475 metri di altezza, nel cuore del Parco nazionale della Majella, è una delle grotte visitabili più alte d'Europa.

Di origine carsica, si sviluppa per più di due chilometri dividendosi in una galleria principale e in tre diramazioni secondarie. Fu esplorata per la prima volta nel 1704 e via via ha rivelato agli speleologi diversi ambienti affollati di stalattiti e stalagmiti, solo in parte accessibili alle visite turistiche, che vi si iniziò a effettuare dal 1893. Poco tempo dopo, nel 1904, il pittore abruzzese Francesco Paolo Michetti, ispirandosi proprio al grande ingresso della grotta del Cavallone, che è alto 15 metri e largo 30, ideò la scenografia del secondo atto della tragedia pastorale dannunziana, nella quale gli amanti Mila e Aligi si nascondono in una caverna. Fu l'inizio di un boom turistico, che da allora ha portato migliaia di visitatori ad apprezzare la Foresta incantata, la Sala degli Elefanti, Laghetti di Splendore e di Ornella, la Sala di preghiera, la Bolgia infernale, il Pantheon con la Sala delle Statue nonché degli ambienti denominati con termini dannunziani come la sala di Aligi, il ricovero di Mila, l'eremo di Cosma o l'Angelo muto. Accessibili soo agli speleologi sono invece le grotte del Bue, dell'Asino e del Mulo. La grotta del Cavallone si può raggiungere dal paese in due ore di interessante escursione su sentiero, anche se in realtà la maggior parte del visitatori sfrutta la comoda funivia che dalla strada statale sale direttamente al suo ingresso.

Testo: Roberto Copello - Foto: GAL Maiella Verde (immagine di testata), archivio Touring (chiesa parrocchiale), Getty Images (convento), pagina facebook Grotta del Cavallone Official Page (grotte)

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