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La protesta degli ambientalisti contro il decreto Sblocca Italia: «Troppo cemento senza controllo»

Sviluppo? Sì, ma senza asfaltare l'Italia

di 
Tino Mantarro
9 Ottobre 2014
Sviluppo uguale cemento. Possibile? Possibile che nel 2014 l'equazione degli anni ruggenti del boom progredire vuol dire costruire torni in voga come risposta politica alla crisi economica? È questa la domanda che si sono posti diversi intellettuali italiani attenti alle tematiche ambientali (da Salvatore Settis a Carlo Petrini, da Tomaso Montanari all'ex ministro della cultura Massimo Bray) scorrendo gli articoli dello Sblocca Italia, il decreto del Governo che dovrebbe riavviare l'asfittica economia del nostro Paese.

La risposta a molti non è piaciuta e così hanno affidato le loro riflessioni a un istantbook: Rottama Italia, scaricabile in pdf dal sito del mensile Altreconomia, che ha realizzato il progetto curato da Tomaso Montanari, storico dell'arte. Possibile che non si sfrutti il momento di bisogno per inventare nuove ricette di sviluppo sostenibile e invece si ricorra ai soliti progetti di nuove autostrade, nuove infrastrutture pesanti, nuove costruzioni senza invece invertire la rotta e cambiare idea di sviluppo? Perché il paesaggio (umano e ambientale) è ancora la più grande risorsa che abbiamo in questo Paese, e continuare ad attaccarlo come è stato fatto finora sopprimendo i controlli, avallando le speculazioni, autorizzando l'erosione dei terreni agricoli, la cementificazione delle coste, non razionalizzando le nuove costruzione non è forse la risposta migliore per un futuro diverso.

Un futuro, quello del paesaggio e del patrimonio culturale, che da sempre sta assai a cuore al Touring Club Italiano. Non per nulla aveva dedicato la prima inchiesta di Touring (era l'aprile del 2012, la ripubblichiamo qui sotto integralmente) proprio alla cementificazione selvaggia del nostro territorio. Non per nulla Tesoro Italia, la campagna associativa di quest'anno, impegna il Tci a riscoprire e valorizzare i beni inaccessibili.

### APRILE 2012. L'INCHIESTA DI TOURING ###
 
STOP AL CEMENTO
La cementificazione selvaggia aggredisce il nostro paesaggio: in 15 anni ci siamo mangiati la superficie di Lazio e Abruzzo. Ma grazie ad alcuni sindaci intraprendenti il vento sta cambiando

Non c’era bisogno di Celentano per sapere che là dove c’era l’erba oggi c’è una città. Bastava guardare fuori dalla finestra. O leggere le statistiche. Secondo l’Istat dal 1990 al 2005 in Italia sono stati consumati 3 milioni 663mila ettari di superficie agricola: è come se ci fossimo mangiati dei campi grandi quanto Lazio e Abruzzo. Nella sola Liguria i terreni agricoli sono diminuiti del 45,5% in quindici anni. Secondo il dossier L’anno del cemento realizzato nel 2009 dal Wwf, dal 1956 a oggi nel nostro Paese la superficie urbanizzata sarebbe aumentata del 500%. Con un consumo quotidiano di suolo che oscilla tra i 75 e i 140 ettari al giorno. In Lombardia, capofila di tutte le classifiche grigie, ogni giorno si ricopre di cemento una superficie pari a sette volte piazza Duomo: 117mila metri quadrati.

LA SPECULAZIONE EDILIZIA
Non certo una novità di questi anni. Nel 1957 Italo Calvino pubblicava sulla rivista Botteghe Oscure “La speculazione edilizia”: un lungo racconto che ha come protagonista Quinto, intellettuale che si costringe a diventare un’affarista del mattone in Riviera. “La speculazione di Calvino era in parte diversa da quella di oggi” spiega Paolo Pileri, docente del Politecnico di Milano e membro del Centro studi sui consumi di suolo. “In quegli anni c’era davvero bisogno di dare una casa agli italiani. Erano gli anni della grande migrazione interna: si costruiva tanto e senza legge”. Anni di abusivismi selvaggi sanati, a partire dal 1984, con tre condoni edilizi in trent’anni. “Oggi invece il suolo è diventato un mezzo finanziario: costruisco perché voglio capitalizzare e mi serve una rendita, anche solo presunta, per chiedere altri soldi alle banche per costruire ulteriori cubature che garantiranno i mutui contratti per costruire” prosegue Pileri. Un circolo vizioso, una sprirale apparentemente senza fine. “Se prima la rendita immobiliare, che pure era commisurata a fabbisogni reali, veniva contrastata anche dall’agire pubblico, oggi è diventata il motore stesso dello sviluppo, così si finisce per costruisce indipendentemente dall’utilità” aggiunge Edoardo Salsano, architetto e anima del sito eddyburg.it.

IL TRADIMENTO DI UN MODELLO URBANISTICO
Ma nel corso di questi decenni è cambiato anche il modo di costruire. “Assistiamo a un fenomeno di suburbanizzazione, la città è diventata diffusa: sono nati quartieri a bassa intensità abitativa che saturano ogni spazio libero. Siamo all’apoteosi di quella che Cederna chiamava la crosta di cemento e asfalto” racconta Salsano. Capannoni, svincoli, villette con giardino che grattano all’agricoltura e alla natura i residui terreni liberi. “È la nuova desolante forma del paesaggio italiano” scrive Salvatore Settis in Paesaggio, costituzione, cemento. “Stiamo tradendo il nostro modello urbanistico storico” rincara Salsano. Compromettendo un paesaggio identitario, ma anche una risorsa ambientale. E i rischi non sono solo paesaggisti. “Il suolo è una risorsa multifunzionale” spiega Paolo Pileri. “Produce cibo, trattiene anidride carbonica, regola la temperatura ed è fonte di biodiversità. Servizi ecologici non monetizzabili ma fondamentali per il futuro”. Non solo. “Continuare a impermeabilizzarlo con colate di cemento e asfalto ha come conseguenza diretta le alluvioni e le frane di questi anni. Un costo di oltre tre miliardi l’anno”. E allora, tutto è perduto? Non ancora. “Anche se bisogna tener conto che i consumi di suolo sono irreversibili e il territorio non è infinito” chiosa Pileri. Una speranza arriva da Cassinetta di Lugagnano, comune di 1.800 abitanti in provincia di Milano all’interno del parco del Ticino.

CONSUMO DI SUOLO ZERO
Nel 2007 il sindaco Domenico Finiguerra, primo in Italia, ha adottato un piano regolare a crescita zero. “Si tratta di un Pgt che non contiene previsioni di crescita dell’insediamento, ma traccia una linea rossa intorno all’abitato. Un piano che non invade le aree destinate all’agricoltura, ma riqualifica le zone industriali e gli immobili esistenti” spiega Finiguerra. “Niente di rivoluzionario” tiene a sottolineare. “In Germania è una prassi normale. Fin dal 1998 la legge Merkel definisce obiettivi imperativi di riduzione dei consumi di suolo”. L’autoimposto diktat tedesco è passare da 130 a 30 ettari al giorno entro il 2020, fino ad arrivare alla crescita zero entro il 2050. “E invece in Italia ci fanno passare per estremisti. Ma non siamo ambientalisti radicali: noi il cemento lo usiamo, non vogliamo tornare all’epoca della candela. Però vogliamo un’edilizia diversa, che non consumi suolo”.

L'ESEMPIO DI CASSINETTA
L’intrepida Cassinetta ha fatto scuola: l’esempio è stato seguito da altri piccoli Comuni lombardi (Solza, Pregnana Milanese, Ozzero e Ronco Briantino) e i principi ispiratori sono stati fatti propri anche dalla Provincia di Torino. Per farlo gli amministratori rinunciano ai cospicui introiti di urbanizzazione. Dal 2001 infatti una legge del governo Amato autorizza i Comuni a utilizzare il 50% dei soldi che i costruttori versano per contribuire alle spese di urbanizzazione delle nuove case per coprire le spese correnti, ovvero servizi ai cittadini, stipendi e bollette. “E con il Milleproroghe del 2009 la quota è salita fino al 75%. Siamo nella sciagurata situazione per cui i Comuni per far cassa e star dentro i limiti del Patto di stabilità svendono il proprio territorio”, aggiunge Pileri. “Anche per noi gli oneri sarebbero fondamentali per pareggiare il bilancio. Però ci siamo organizzati tagliando il superfluo, usando la fantasia e ispirandoci alle buone pratiche di altri Comuni” aggiunge Finiguerra. La situazione è paradossale: i Comuni virtuosi attenti a difendere il futuro del proprio territorio sono a corto di fondi; quelli che lo devastano ricevono denari pubblici per contribuire alla devastazione.
 
LE BATTAGLIE DI SALVIAMO IL PAESAGGIO
Occore invertire la logica e in questo senso le proposte sono diverse. “Il primo passo è abolire la legge sciagurata che permette ai Comuni di finanziare le spese con gli oneri di urbanizzazione, altrimenti il circolo vizioso non si interromperà” tuona Pileri. “Poi dovremmo concentrarsi sul riuso – sostiene Salsano – . Iniziamo a censire l’esistente, dalle aree dismesse agli immobili sfitti, poi eleboriamo un piano di riutilizzazione per dare una casa a tutti senza sottrarre altra terra al ciclo della natura”. Per farlo occorre avviare una decisa rivoluzione culturale nella percezione del suolo. “Per questo abbiamo fondato il forum Salviamo il paesaggio” racconta Finiguerra. “Primo obiettivo: la raccolta di firme per promuovere una legge di iniziativa popolare che definisca il suolo un bene pubblico”. Calvino descriveva gli anni della speculazione edilizia “un’epoca di bassa marea morale”, che l’acqua stia cominciando a risalire?­