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Sostenibilità: pressioni pulite

di 
Tino Mantarro
26 Febbraio 2010

Della serie poniamoci domande poco impegnative, ecco il nuovo quesito cui cerca di rispondere l’edizione 2010 del rapporto del Worldwatch Institute di Washington: come sta il mondo? Sottotitolo, culture in trasformazione. Una riflessione puntuale e dettagliata, ricca di studi su casi pratici, che parte da un assunto base: il mondo attuale è plasmato da una monocultura che tutto circonda e tutto sommerge, il consumismo. Dunque che fare per arginarla?


Domande dirette per risposte complesse, sono quelle che il Worldwatch Institute cerca di formulare fin dalla sua fondazione. Nato nel 1974, sede accanto al cuore del potere, ovvero Washington D.C., il Worldwatch Institute è un centro di ricerca indipendente i cui esperti lavorano per proporre alternative possibili ai decisori mondiali. Per questo compilano report su argomenti che vanno dal rapporto clima & energia, passano per tematiche legate all’agricoltura, al consumo di cibo e alle potenzialità della green economy. Report con cui, in modo molto americano, cercano di influenzare i politici che devono prendere le scelte capitali per il futuro degli Stati Uniti e non solo. In pratica si tratta di una sorta di lobby buona che cerca, con non troppo mezzi, di agire su scala mondiale. Ogni anno stila anche un rapporto generale che punta a mettere in circolo idee già covate e masticate dalla base degli attivisti e degli studiosi in giro per il mondo.



Il rapporto di quest’anno del Worldwatch Institute riflette sulle possibilità di trasformazione della cultura dominante, ovvero del consumismo. L’idea su cui si basa tutto il lavoro parte da questa riflessione. Se fideisticamente crediamo che il consumismo e il mercato siano entità autoregolantesi che apportano correttivi alle proprie immani distorsioni semplicemente con il passare del tempo rischiamo il disastro globale. Se invece cerchiamo di incanalare e guidare le onde del consumismo, cercando di trasformare le nostre culture centrandole sulla sostenibilità, allora forse si potrà evitare la catastrofe e si potrà andare verso un’era in cui la protezione dell’ambiente e il miglioramento delle condizioni di vita diventeranno le linee guida dell’agire.



Ma quanto è realistico che tutto questo accada? Basta che i singoli inizino a cambiare i propri comportamenti quotidiani perchè il consumo venga orientato diversamente o serve altro? O serve un individuo illuminato, magari un illuminato presidente degli Stati Uniti che segni la strada? La risposta non è, e non può essere, univoca. Certo è che il cambiamento dei comportamenti dei singoli è già qualcosa, ma poche rondini non fanno primavera. E sperare che da soloi vincano le battaglie contro i colossi del consumo è vano. Però un prolifare di iniziative dal basso può spingere chi sta in alto a cambiare la propria prospettiva sulle cose. Per farlo, leggere questo libro (in inglese) potrebbe già essere un buon inizio.



Info: il volume si può ordinare online (per 19,90 dollari) sul sito del Worldwatch Institute, dove si possono scaricare anche i rapporti e il magazine.