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L'arte in fabbrica a Reggio Emilia

Lo stile della Collezione Maramotti

di 
Barbara Gallucci
26 Giugno 2014
Tutto nasce da una passione personale per l'arte di Achille Maramotti, fondatore della casa di moda Max Mara, e collezionista raffinato. Passione trasmessa ai tre figli che, nel 2007, aprono le porte al pubblico della sede storica della società trasformandola in uno spazio ideale per accogliere circa duecento opere della collezione di famiglia nonché alcune mostre temporanee di altissimo livello. Tutto gratuito per gli appassionati e i curiosi che, semplicemente prenotando, possono accedere a un patrimonio che rende Reggio Emilia uno dei poli dell'arte contemporanea italiani più interessanti.
 
Classici contemporanei
Sui pavimenti ci sono ancora i segni del passato tessile, tra piccole bruciature e altre tracce volutamente non cancellate dalla ristrutturazione dell'edificio in via Fratelli Cervi al 66 ripensata dall'architetto inglese Andrew Hapgood. Una stanza dopo l'altra si susseguono opere realizzate dal 1945 a oggi con una maggioranza di quadri realizzati da maestri come Francis Bacon e Enzo Cucchi, David Salle e Alberto Burri, ma non mancano anche molte installazioni di Mario Merz, Giovanni Anselmo, Tom Sachs e Vito Acconci. Sono circa 200 i buoni motivi per decidere di visitare la Collezione Maramotti, ai quali se ne aggiungono ben altri. Uno permanente e tre temporanei. A cominciare dall'installazione di Jason Dodge A permanently open window (una finestra sempre aperta). L'opera, realizzata nell'ex torre elettrica della vecchia fabbrica si compone di tre elementi, una finestra (ovviamente), due porte in cedro e una scultura e tra la luce e il profumo di legno il misterioso pensiero dell'artista si fa più chiaro, più poetico.
 
Le magnifiche tre
Per le tre mostre temporanee attualmente allestite bisogna tenere a mente che si concluderanno il 28 settembre. La prima è 9'/Unlimited di Beatrice Pediconi che in una sequenza di immagini molto liquide accoglie il visitatore in un morbido bozzolo e non solo metaforicamente morbido (al buio, ci si sdraia su comodi cuscini e ci si lascia trasportare dalle immagini); la seconda ha come protagonista un'installazione dal titolo Cose in corso di Mark Manders, artista olandese che combina oggetti ritrovati e reinventati con manufatti creati da lui in un dialogo che è una messa in scena alla quale ciascun osservatore può dare un senso.
La terza mostra è completamente diversa ed è dedicata alla fotografa americana Jeannette Montgomery Barron e le sue immagini in bianco e nero che raccontano la scena artistica newyorkese degli anni Ottanta. “Qualcosa stava accadendo e tutti lo sapevano. Posso dirvi una sola cosa: c'era parecchio da divertirsi”, presenta così la sua mostra Scene Jeannette che racconta aneddoti, storie e sensazioni dietro a ogni scatto con la sensibilità e la gentilezza che la caratterizzano. Giovanissima si trovò a immortalare mostri sacri dell'arte come Andy Warhol, Keith Hearing, Basquiat (nella foto), Enzo Cucchi, Julian Schnabel, Cindy Sherman e molti altri ancora. “Si fidavano di me e quindi, con una sorta di passaparola, se chiedevo di fotografare qualche artista questo faceva qualche telefonata ai 'colleghi', loro gli dicevano 'tranquillo, ci sa fare' e si faceva fotografare” continua la Montgomery Barron. La scelta della Collezione Maramotti di ospitare i suoi ritratti è dovuta anche all'altissima coincidenza delle opere esposte con le foto degli autori stessi immortalati dalla Barron. Un'esperienza rara che vel bene una gita in fabbrica.