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L'acqua. Un diritto?

di 
Tino Mantarro
19 Novembre 2009

Che sia del sindaco o meno l’acqua è un diritto. Non lo dice una dichiarazione universale ma il buon senso. L’acqua è un bisogno primario e come tale è un bene che va tutelato. Anche se poi a turno i potenti della terra non si accordano e allora succede quel che è successo al World Water Forum di Istanbul dove non si è trovato l’accordo per affermare un diritto all’acqua. Ma ci si è fermati a sostenere un generico “accesso all'acqua come un bisogno fondamentale umano”. Senza specificare se quell’accesso deve essere libero o a pagameto. Perchè alla fine il punto è questo. Chi gestisce l’acqua gestisce il potere. Era così nell’antichità è così anche oggi in tante parti della terra. Da noi chi gestisce l’acqua non ha in mano un arma di ricatto politico, ma economico di certo sì. Perché, da qualsiasi lato la si prenda, l’acqua muove molti appetiti. Anche in campo turistico.


Siamo un Paese di consumatori di acqua minerale in bottiglia. A casa e fuori. Ben 198 litri a testa, ovvero l’equivalente di una bottiglietta da mezzo litro al giorno. Quando andiamo al ristorante la prima cosa che chiediamo, assieme al pane, è l’acqua. Che puntualmente in Italia viene recapitata al tavolo nella sua bella bottiglia. All’estero non è così. In Francia l’acqua (del rubinetto) viene portata automaticamente appena ci si siede e non viene fatta pagare. In Svezia l’acqua in bottiglia è solo quella gasata, sul tavolo arriva la brocca. In Austria un bicchiere d’acqua arriva di default con il caffè. In Germania se chiedi ti portano acqua in brocca. E in Italia? In Italia è una lotteria. Nella maggioranza degli esercizi l’acqua è in bottiglia. Se chiedi quella del rubinetto se va bene ti guardano male e te la portano, ma accade di rado. Il più delle volte fanno appello a un non meglio precisato divieto di somministrare bevande non sigillate. Oppure dicono che non possono. Così accade che anche in un rifugio di montagna servano acqua in bottiglia che è un controsenso, economico ed ecologico. Dunque?

La battaglia dell’acqua è una questione di civiltà. Se uno vuole l’acqua minerale, libero di prenderla e di pagarla. Non per nulla nei ristoranti più chic accanto alle carte dei vini stanno spuntando anche le carte delle acque. Ma se uno vuole l’acqua del sindaco, ovvero quella pubblica, dovrebbe poterla consumare a piacimento. Eppure non è così.  Da anni il mensile Altreconomia ha lanciato la campagna Imbrocchiamola. Oltre a spiegare e cercare di sensibilizzare, Altreconomia ha anche messo on line un database in cui sono registrati locali pubblici in tutta Italia dove servono acqua del rubinetto.


La campagna raccoglie adesioni anche nelle amministrazioni pubbliche, che poi dell’acqua sono (ancora per poco) gli amministratori. Così, per esempio, a Ladispoli è il Comune ad aver aderito alla campagna. Raccogliendo le adesioni tra i ristoratori e realizzando un adesivo da esporre fuori dagli esercizi. Ad Arezzo invece il Comune ha lanciato “Acqua in brocca” parallelamente ai lavori di risistemazione della rete idrica. Il risultato è stato un cambio epocale. Se prima l’80% degli abitanti non accostava le labbra al rubinetto adesso il 54% consuma acqua del sindaco. Ma per quanto rimarrà ancora del sindaco è da vedere. È di questi giorni l’approvazione del decreto legge numero 135 che apre la strada alla privatizzazione delle reti idriche. L’acqua è rimane un bene pubblico inalienabile, visto che sgorga dal sottosuolo che è demaniale. Ma nel giro di tre anni la gestione passa ai privati. Magari gli stessi che producono acqua in bottiglia.