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Il triste canto della Giamaica

di 
Barbara Gallucci
28 Maggio 2010

È l’isola dei pirati e della musica. Delle spiagge di sabbia bianca e dei rasta. Delle vacanze chic e delle pause di primavera degli studenti americani. Lo scorso anno gli italiani che  hanno raggiunto la Giamaica sono stati 15mila e le previsioni la davano in crescita tra le mete caribiche preferite dai nostri connazionali. Ora la Farnesina chiede cautela a chi si trovi a transitare per la capitale Kingston, mentre non si segnalano disordini nel resto dell’isola.


Ma d’altronde Kingston l’hanno sempre sconsigliata gli stessi giamaicani ai turisti più irrequieti che non riescono mai a stare fermi troppo in un posto. Lontana anni luce da Montego Bay (anche se dista solo 130 chilometri) e Negril, le destinazioni preferite per soggiorni all inclusive, è da anni una delle città più pericolose al mondo. L’attuale responsabile della miccia che ha scatenato la battaglia, il narcotrafficante Dudus, è solo il primo di una lunga serie di delinquenti che fanno affari con le debolezze degli statunitensi.


Vittima principale del caos continuo l’economia locale che di turismo vive. Migliaia sono, infatti, i giamaicani che lavorano degli hotel e nei resort. Sono quelli che non cercano la via più veloce alla ricchezza attraverso lo spaccio di marijuana e la svendita dei loro corpi (il turismo sessuale, spesso femminile, è un’altra piaga del Paese). Difficile, in questo momento, consigliare agli italiani, che già hanno prenotato o che avevano in mente di farlo, se partire o meno.


La tranquillità nelle città turistiche invoglierebbe a farlo. Le bellezze naturali che caratterizzano l’isola anche. E il Jamaican Tourism Board, l’ente del turismo, conferma la quiete. In Giamaica deve ricominciare a suonare la musica giusta, oltre le pistole. E il turismo, in questo senso, può davvero essere d’aiuto