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In centomila alla giornata conclusiva del XXVI Laulupidu, il festival della canzone estone. Appuntamento tra 5 anni

Estonia, la felicità è cantare insieme/2

di 
Tino Mantarro
8 Luglio 2014
L'alba del secondo giorno di Lualupidu inizia come era finito il primo: cantando. A Tallinn fin dal mattino c'è una certa euforia nell'aria. Qualcosa che si percepisce ma non si spiega. E' come se un sorriso leggero avesse contagiato tutti quanti. Al punto che uno dei compositori, tra i più giovani ad avere l'onore di salire sul palco a dirigere i 22mila, prova a raccontarla così: «Giovedì mattina quando sono arrivato a Tallinn ho salutato la gente come faccio di solito, con un ciao accennato, un grugno senza smancerie come facciamo noi estoni. Oggi invece chiedo a tutti: “ciao come stai”, e sorrido, e avrei voglia di abbracciare il primo che passa» spiega.
 
INNO ALLA GIOIA
Ecco, l'atmosfera che si respira a Tallinn in queste ore è proprio questa: una strana, diffusa, contagiosa, allegria. Non che l'Estonia normalmente sia un Paese infelice, per carità. Però diciamo che la comunicazione non verbale non è il punto forte del milione e poco più di estoni. Efficienti, ordinati, affidabili, creativi, tecnologici ma non certo espansivi, tutti gli estoni oggi sembrano vivere in una bolla. Una sospensione della realtà per qualcosa che assomiglia sempre più a una celebrazione nazionale con un retrogusto hippy. Sarà vedere migliaia di persone che girano per strada vestiti come fossero contadini dell'Ottocento. Saranno le corone di fiori che le ragazze indossano fiere, sopra volti pallidi, arrossati dal sole. Saranno i cappellini da marinaio zarista, le bombette da spazzacamino, i calzari che fanno sembrare gli uomini un incrocio tra un elfo e un vichingo, ma quel che uno si aspettava essere un festival di musica corale con i crismi dell'austera solennità si è rivelato essere una fiera popolare e di popolo.
 
 
 
LE DANZE DEL TANTSLUPIDU
Una fiera che oggi inizia al mattino, alle 11. Sotto il sole, allo stadio Kalev, sono nuovamente in migliaia per vedere il secondo atto della festa. Ora c'è il Tantslupidu, il festival di danze tradizionali che si tiene in contemporanea del Lualupidu. Novemiladuecento danzatori che sul prato dello stadio si cimentano in coreografie mutuate dalla tradizione dei balli folklorici estoni. Uno spettacolo che sembra appartenere a un altro secolo, con i ballerini impegnati in coreografie di massa degne di una parata militare sovietica, spettatori che tengono il tempo con le mani, bambini che sugli spalti volteggiano come se volessero ballare anche loro, signore che canticchiano, anziani che ritrovano energie sepolte chissà dove e saltellano trascinati da quella strana energia che c'è nell'aria. Sembra uno spettacolo da Corea del Nord, e invece è Tallinn, Unione Europea. Ma questo è solo il preludio, un piacevole diversivo e non distoglie nessuno dall'evento degli eventi: il pomeriggio di canzoni all'auditorium immerso in un parco a un passo dal Baltico. Alle due non fanno in tempo a finire le danze che tutto corrono via: c'è da fare la storia.
 
Sugli autobus che portano da questa parte della città tutti cantono come fossero tifosi diretti allo stadio. Il parco intorno all'auditorium ribolle, l'ingresso costa 9 euro, i posti sono esauriti da tempo. Sembra di stare a una festa dell'Unità dall'altri tempi. Solo che invece del rosso è un trionfo di bianco, nero e blu. Stand che vendono bandierine, maglietti con su scritto Estii, cappellini di maglia, calze di lana tricolori; e poi stand di souvenir regionali, dischi, libri, prodotti tipici delle varie zone del Paese, cibi biologici e poi la birra dei bambini, il Kamu, una bavenda a base di grano fermentato per cui tutti fanno in buon ordine la fila. Nel prato davanti al grande palco si campeggia come a una gita fuoriporta. Dentro il recinto del Laulupidu non si beve e non si fuma, sono tutti alticci per la gioia, non per altro.
 
SPAZIO AI BAMBINI
Alle 14 iniziano a esibirsi i cori dei bambini e delle bambine, in quello che sembra essere uno Zecchino d'oro del Baltico. Cantano canzoni nuove, mentre il pubblico segue i testi su un libretto e giudica, valutano, applaude, approvano sventolando le bandiere. Bambini di otto anni cantano davanti a centomila persone, come neanche succedeva Micheal Jackson ai tempi dei Jackson Five. E' un crescendo di partecipazione ed emozione. Tutti aspettano l'ultima ora di spettacolo, quando sul palco torneranno a essere in 30mila e si ripeterà il reportorio tradizionale di ieri sera: canzoni di libertà e partecipazione. Quel che colpisce durante le esecuzioni è il silenzio: quando a metà di un'aria il coro si zittisce tutto intorno non vola una mosca, non ci sono rumori di fondo, schiamazzi, commenti. Tutti sono lì per esserci ma anche per ascoltare, come fosse una sessione di opera per centomila esperti di tutte le età. Quando si fa sera e il concerto è iniziato da oltre cinque ore l'emozione è al culmine.
 
APPUNTAMENTO TRA 5 ANNI
Gli ultimi coristi che salgono sul palco marciano cantando. In prima fila il Presidente delle Repubblica vestito anche lui in abiti tradizionali stringe mani e dispensa abbracci, davanti a lui un bambino che avrà quattro anni occupa la scena imitando il direttore d'orchesta sul podio. Ma nessuno lo porta via: è il trionfo dell'informale e della leggerezza. Il momento diventa solenne solo quando si intona l'inno nazionale e poi via via le canzoni che hanno segnato la rivolizione del 1989. Lì il pubblico torna ad abbracciarsi, si strofinano gli occhi, lacrime fanno capolino, le bandiere divetano un'onda, mentre dal palco improvvisano delle «ole» neanche si fosse al Maracanà. Hirvo Surva, il direttore del festival, viene issato al cielo come un allenatore che ha vinto il Mondiale, ragazze in costume regalano fiori. Tutto è ordinatamente, piacevolmente fuori controllo. Secondo programma alle 20 tutto dovrebbe essere già finito, ma nessuno se ne va. Nessuno vuole andarsene. L'appuntamento è lontano, tra 5 anni. E allora meglio prolungare all'indefinito questo giorno che rappresenta un'incredibile iniezione di gioia collettiva, una sana ubriacatura estone. E tutto finisce come era iniziato: cantando.