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La bellezza della fatica, la fatica della bellezza, ovvero alle origini del ciclismo

Eroica, il racconto delle origini di un mito nelle parole del fondatore

di 
Gino Cervi
30 Settembre 2016
Il Brocci sarebbe andato d'accordo con Luigi Vittorio Bertarelli, fondatore del Touring Club Italiano, nel lontanissimo 1894. Stesso spirito pioniere, stesso istinto ad aprire la strada davanti e prima degli altri, stesso sguardo lungo e prospettico su quello che deve ancora accadere. Ma che, prima o poi, accadrà.
 
Più o meno cent'anni dopo il milanesissimo Luis Vitòri, Brocci Giancarlo, senese del contado – Gaiole in Chianti, per la precisione – ha anche lui tramutato una sua personale passione in impresa: nel senso impresa sportiva, certo, e ciclistica in particolare; ma anche in quello di intrapresa economica e, romanticamente, di avventura, impresa... eroica. Nel 1997 è stato tra i padri fondatori dell'Eroica, quell'avventurosa storia di “cicloappassionati” che ha saputo in tutti questi anni trasformare un raduno di pochi e pazzerelloni amici in sella a bici d'epoca e per le strade bianche del Chianti, in un evento di portata e richiamo internazionale.
 
Giancarlo Brocci, cresciuto negli anni Cinquanta leggendo ad alta voce agli avventori del “barrino” di Gaiole le avventure dei campioni dell'epoca d'oro del ciclismo, e poi una vita passata nello sport ruspante di provincia – ciclismo, ma anche calcio – , il Brocci, o meglio “i'Bbrocci”, come lo potreste sentire chiamare a voce sulla piazza Ricasoli, domenica festeggerà i vent'anni di quella sua compagna-figlia-ossessione che di nome fa Eroica.
 
Certo, a farla nascere, a farla crescere, a farla bella in tutti questi anni Brocci non è stato solo. La compagnia di ventura degli Eroici della “prima ora” negli anni ha mutato formazione, ha cambiato pure un po' pelle. Ma se vent'anni dopo siamo ancora qui a festeggiarne la sua bellezza in fiore, un bel po' di merito va a questo infocato Savonarola del pedale, che ancora oggi quando prende la testa, e soprattutto la parola del gruppo, fa trenate da far paura. Tenerlo imbrigliato in un'intervista non è stato facile.
 
 
 
Caro Giancarlo, son giorni di compleanni tondi e importanti. I 40 di Francesco Totti, i 50 di Jovanotti, gli 80 di Berlusconi. Domenica, 2 ottobre 2016, per l'Eroica è la ventesima edizione. Che si dice?    
Si dice che è un successo tenere insieme per vent'anni una cosa così. Non è capita a molti. Guarda ai gruppi rock. Mica durano così a lungo. Noi, per il momento, ce l'abbiamo fatta. Non senza fatica, non senza cambiamenti, anche faticosi. Però siamo qui, insieme a tanta gente, a festeggiare. Perché il segreto dell'Eroica è che continua a essere una festa. Il piacere di ritrovarsi, e di riconoscersi tutti gli anni, con lo stesso spirito, con lo stesso sorriso. Ogni anno, come una specie di miracolo di San Gennaro che si riproduce.
 
Certo, il segreto sarà anche quello. Ma se non ci fosse intorno quello che si vede, il paesaggio del Chianti, della val d'Arbia e della val d'Orcia, di questo angolo di meraviglia di Toscana e d'Italia, forse non sarebbe lo stesso.
L'Eroica rimane inimitabile, per questo. Molti sono stati i tentativi di imitazione. Ma ritrovare altrove questi ingredienti di natura, paesaggio, storia, territorio non è possibile. Però si può fare proprio lo spirito dell'Eroica. Ed è quello che sta succedendo, come un piccolo miracolo, in questi ultimi anni. Un miracolo internazionale.
 
Quindi l'Eroica è diventato un prodotto da esportazione?
Non so se chiamarlo così. Ti posso però assicurare che dalla California al Sudafrica, dal Giappone alla Spagna, passando per il Sudafrica, l'Inghilterra e il Limburgo, i team internazionali dell'Eroica sono riusciti, in modo sempre diverso a seconda delle caratteristiche dei luoghi, a interpretarne lo spirito con grande rispetto e sensibilità. In California, a Paso Robles, puoi pedalare per chilometri e chilometri per strade fantastiche, senza incontrare un'auto: e siamo negli States, dove le quattro ruote imperano. I giapponesi hanno scelto le pendici del Fuji, la loro montagna sacra, per ospitare l'Eroica Japan: e le loro strade bianche sono nere per il terriccio vulcanico. Spagna e Limburgo, quell'angolo incastrato tra Olanda, Belgio e Germania, sono per terre dove per tradizione il ciclismo è di casa: e l'Eroica ha trovato come e dove attecchire le proprie “barbatelle” in maniera perfetta. E ne verrà fuori del gran vino eroico. L'Eroica Britannia, poi, è uno spettacolo di organizzazione: tutto impeccabile, tutto curato alla perfezione, una specie di sfilata del mondo vintage. Ma sotto il vestito non c'è il nulla. Anche lì c'è la passione per la bicicletta e il paesaggio.
 
 
Mi è venuto in mente questo, Giancarlo. Le strade bianche sono davvero l'anello di congiunzione “filosofico” tra l'estetica del paesaggio e il ciclismo epico. Sei d'accordo?
Beh, quel ciclismo è scomparso con la motorizzazione e l'asfalto che ha raggiunto ogni luogo. Le strade bianche, gli sterri, sono un atto d'amore nei confronti del paesaggio rurale. Qui in Chianti, in val d'Arbia e il val d'Orcia, sono un patrimonio inestimabile. Sono carrarecce di grandi dimensioni, che da secoli solcano territori di cui sono al servizio. Necessitano grande manutenzione: muretti, edicole, ponti, tutte manifatture edilizie a supporto funzionale della rete viaria, che sono però altrettanti elementi estetici del paesaggio. Far tornare a pedalare la gente su queste strade è stata una sfida. Anche dal punto di vista sportivo. Il successo di Strade Bianche, la corsa professionistica, nasce da qui, dall'idea che il ciclismo ha bisogno di riscoprire le sue origini. Anche tecnicamente: correre sullo sterrato comporta una preparazione tecnica di guida della bici particolare. Nel ciclismo massificato dove il gioco di squadra spesso uccide il talento del singolo, le strade bianche diventano un'isola del tesoro.
 
La bellezza della fatica. Lo dici sempre tu. Ma esiste anche la fatica della bellezza. A essere belli, costa fatica. Costa tempo, e storia. Il paesaggio diventa bello col tempo, e con la fatica che ci vuole a farlo diventare bello. La bicicletta è fatica che diventa bellezza.
Proprio così. Bisogna tornare a educare alla fatica, per ottenere risultati, senza dannose scorciatoie. La bellezza costa fatica. Questo paesaggio è costato la fatica di secoli e ci vuole obbligo, militanza per difenderlo. Perché è bellezza autentica, non adulterata, non modificata dalla fiction. Ecco, noi dell'Eroica crediamo in questo. 
 
La tua Eroica. Quali sono i luoghi lungo il percorso che ti fanno ancora battere il cuore.
Il passaggio al castello di Brolio all'alba, con i lumini lungo la salita. E poi il grande leccio. Mi ricordo la prima edizione dell'Eroica. Io stavo davanti alla corsa, in macchina, pieno di preoccupazione che tutto andasse bene. Davanti non vedevo ancora giungere nessuno. Poi, sui tornanti verso Vagliagli, mi fermai ad aspettare. E allora mi sentii quasi come Howard Carter, l'archeologo che, ricordando la prima volta che guardò dentro alla tomba di Tutankhamon, esclamò: “Vidi cose meravigliose!”. Le cose meravigliose che vidi io erano omini dondolanti sulle biciclette, vestiti della maglia amaranto della Chiantigiana di Gaiole: erano i primi eroici, ancora sospesi nella luce incerta della mattina, e il paesaggio intorno, questo paesaggio.​ Ma come non ricordare anche la vista del profilo turrito di Siena sulla la strada di Radi; o quel piccolo miracolo intatto di Lucignano d'Asso; o le discese ardite e le risalite di Monte Sante Marie. Insomma, a voi la scelta...
 
 
Il Falsetto di Montale diceva: “Esterina, i vent'anni ti minacciano”. Qualcosa minaccia i vent'anni dell'Eroica?
Non lo so, ma non credo che ci si possa sentire minacciati. La scorsa primavera, in Sudafrica, sopra un pulmino Volkswagen, a preparare il ristoro per gli “eroici australi”, stavamo in mezzo a un vento che portava via, coi babbuini che ci guardavano stupiti, col Berruti che senza parlare una parola d'inglese si faceva capire benissimo. Finché ci sarà questo spirito eroico, non ci saranno minacce, neanche tra altri vent'anni. Perché vorrà dire che saremo riusciti a trapiantare le nostre radici, profonde e solide come quelle del leccione, anche in posti lontani e solo apparentemente diversi e a parlare la nostra lingua di un ciclismo sano e rispettoso di sé stesso e degli altri.