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Dopo l'Aquila, il Lambro. L'emergenza continua

di 
Tino Mantarro
2 Marzo 2010

Senza pace. Prima il terremoto, poi l’emergenza prolungata, adesso l’incertezza totale sul futuro. All’Aquila alle situazioni di eccezionalità ci stanno facendo loro malgrado l’abitudine. A quasi un anno dal sisma Qui Touring è andato a vedere come stanno le persone che aveva incontrato appena dopo il terremoto. Ne è uscito un reportage – pubblicato sul numero di marzo – dove le domande in sospeso prevalgono sulle certezze.



Un racconto a più voci dove tutti si chiedono che ne sarà della loro città, del centro storico sfregiato dove tutto pare ancora fermo al 6 aprile. Dove gli operatori del settore turistico provano a immaginare un futuro per le loro aziende e non riescono a trovare immagini soddisfacenti, quasi che tutto fosse ancora fermo a quella notte in cui tutto è crollato. Insomma, una situazione, quella trovata all’Aquila nel mese di gennaio, dove molto è stato fatto, certo, ma dove tantissimo resta da fare. Soprattutto per far tornare gli aquilani alla loro vita quotidiana, uno straccio di normalità che ancora non si vede.


Ma non è solo l’Aquila a stare male. L’Italia in certi periodi sembra uno di quei mobili vecchi aggiustati alla bell'è meglio: visti da lontano fanno bella figura, ma appena tocchi qualcosa viene giù tutto. Così che non si ha neanche il tempo a mettere una pezza, che subito si apre un nuovo fronte. A cavallo di fine anno in Toscana, dove il Serchio ha rotto gli argini inondando il comune di Vecchiano, mentre il lago di Massaciuccoli per giorni ha minacciato di esondare. Poi meno di due settimane fa in Calabria, dove una frana ha fatto sgomberare tutti i 2300 abitanti di Maierato, un paese in provincia di Vibo Valentia.


Adesso il Lambro. Quel che è successo è cronaca: il 23 febbraio scorso è iniziato lo sversamento nelle acque già malate del fiume che attraversa Milano di almeno 1.700 metri cubi di idrocarburi, anche se alcuni sussurrano che si potrebbe trattare almeno del triplo. Non un incidente, ma un gesto doloso. Un disastro ambientale che dal Lambro si è spostato verso il bacino del Po e rischia di arrivare fino alle valle di Comacchio e di qui all’Adriatico. Anche qui si colpisce un territorio già provato e si va a intaccare un sistema complesso e a rischio come l’asta del Po. Una situazione, quella della gestione del più grande fiume italiano e del suo ecosistema naturale e culturale, cui il Touring da anni presta attenzione.


Una risorsa storicamente trascurata, il Po. A differenza degli altri grandi fiumi europei viene spesso visto più come un impedimento che come, appunto, una risorsa. Un ostacolo da saltare con quanti più ponti possibili, più che una via blu da sfruttare per ripensare il trasporto delle merci nella pianura padana, e in parte anche la vita dei borghi e delle città attraversate dal fiume. Una risorsa che una volta di più rischia di essere seriamente compromessa. Mentre le tante autorità che hanno competenza sulla sua aria si perdono a discutere sul che fare, senza riuscire a mettersi d’accordo per realizzare un progetto coerente che porti a una vera rinascita del Po. Ma intanto, in questi giorni di emergenza, del Po si parla. Fino a quando la prossima emergenza non distoglierà l’attenzione.