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C'era una volta il tocai

di 
Luca Bonora
13 Novembre 2009

Se chiedete a un friulano qual è l'ultima guerra che ha perso, vi risponderà senza esitazione: quella del tocai. Dal 2007, infatti, il pregiato vino bianco (ma non solo) da uve omonime coltivate in Friuli e Veneto ha dovuto cambiare denominazione: troppo simile a quella del tokai ungherese e slovacco, vino altrettanto pregiato ma diversissimo per caratteristiche e gradazione.


Ma che fine ha fatto il vino "che non si può più chiamare tocai"? Naturalmente, i vitigni sono rimasti, i produttori anche, la qualità pure. Certo, il contraccolpo sul mercato c'è stato. E anche nel lessico degli amanti del vino, ancora oggi restii a usare e a comprendere le nuove denominazioni. Le denominazioni, sì. Perché Friuli e Veneto hanno ribattezzato il tocai in modo diverso, dopo aver tentato, senza successo, di mantenere il nome almeno entro i confini nazionali.



Così in Veneto il tocai è diventato tai, nelle tipologie bianco, rosato e rosso (meno note ma altrettanto apprezzate, pur non essendo vini di grande corposità). Una contrazione del termine che ha anche una base dialettale, poiché tai significa anche bicchiere di vino. In Friuli però, non in Veneto, dove è ben più diffusa l'ombra di vino.

In Friuli, invece, la denominazione è diventata Friulano e si riferisce solo a vini bianchi. Sono Friulano il Bianco di Custoza, il Collio goriziano (dall'omonima, splendida terra), il Friuli Grave, il San Martino della Battaglia, per citarne alcuni.

Perciò, se in enoteca o al ristorante trovate questi due nomi, tai e friulano, ricordate che vi stanno offrendo uno dei più antichi, affinati e apprezzati vini del NordEst. Forse non abbiamo perso la guerra, ma solo una battaglia. Quella della qualità abbiamo ancora tutte le carte in regola per vincerla.