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Nel capoluogo ligure si muore ancora per la pioggia. Colpa del dissesto idrogeologico e della scarsa manutenzione. L'inchiesta di Touring.

Alluvione di Genova. La solita storia

di 
Tino Mantarro
10 Ottobre 2014
Ci risiamo. Come ogni anno in autunno piove. Dicono sia una cosa normale, che piova. È la stagione. Sta scritto nelle nuvole, da che mondo e mondo succede. Non è altrettanto normale che appena piove abbondante per neanche 24 ore i torrenti esondino, le strade si riempiano di fango, le città vengano messe sotto sopra, le persone perdano la vita semplicemente perché stavano camminando. Non è normale e non può esserlo. Eppure accade: si muore ancora per la pioggia. Nella notte a Genova è morto un uomo di 57 anni: camminava per strada dietro la stazione Brignole. È stato travolto dall'ondata di fango del torrente Bisagno. Il 2 agosto in provincia di Treviso: 4 vittime. Il 3 maggio a Senigallia: 3 vittime. Il 19 gennaio a Modena: 1 vittima. E poi 18 vittime in Sardegna, era novembre di un anno fa. Dodici mesi prima, nel novembre 2012 i morti in Maremma furono 6. E poi tre anni fa, sempre a Genova, i morti furono 11. Nel 2009 a Messina, 36.

Un rosario di vittime che hanno un denominatore comune: il dissesto idrogeologico. In un Paese ad altissimo rischio idrogeologico come il nostro (oltre il 90% dei Comuni si trova in aree a rischio) si continua a costruire senza rispettare né leggi né buonsenso. E a ogni puntuale tragedia si fa il conto dei danni, inizia la fiera dell'indignazione, delle domande, dei mai più. Ma poi siamo sempre lì a dire e riscrivere cose già dette. Questa è l'inchiesta che avevamo pubblicato su QuiTouring nel gennaio 2010. Da allora poco è cambiato. Anzi, forse qualcosa è peggiorato.

 
### GENNAIO 2010. L'INCHIESTA DI TOURING ###
 
LO STIVALE? È NEL FANGO
Alluvioni e frane, terremoti ed erruzioni: l'Italia è un Paese ad altissimo rischio idrogeologico, eppure si continua a costruire senza rispettare leggi e buon senso. A ogni tragedia si fa la conta dei danni, si piangono i morti e si riprende come prima. E se cambiassimo?

“Era tutto previsto”. “Si sapeva”. “I segnali c’erano da tempo”. In Italia ogni volta che c’è un disastro ambientale siamo alle solite. Frane e alluvioni, eruzioni e terremoti: la terra dà un colpo e lo spettacolo non cambia. La disperazione vera, le dichiarazioni di circostanza, la conta dei danni. Il rosario degli interventi e la fiera dell’indignazione. Il grido d’allarme e quello di dolore. Come in un copione. Chi è stanco alzi la mano, che chi è morto non può.

EMERGENZA INFINITA
Dal 1900 in Italia alluvioni e frane hanno causato 10mila tra vittime e feriti, 350mila sfollati, milioni di euro di danni. Da Firenze 1966 a Messina 2009, passando per Sarno e il Polesine, la Valtellina e il Piemonte, il calendario dei disastri è fitto di ricorrenze. Il perché è presto detto: il rischio idrogeologico in Italia esiste ed è alto. Come esiste, ed è alto, il rischio sismico e vulcanologico. Secondo i dati della Protezione civile, i Comuni a rischio idrogeologico sono 5.581, il 70% del totale. Regioni come la Calabria, la Valle d’Aosta e l’Umbria hanno il 100% dei Comuni a rischio. Le Marche sono al 99%, la Toscana al 98%. Le aree vulcaniche attive sono dieci, e quasi sempre coincidono con i 3.069 Comuni a elevato rischio sismico. Insomma, siamo il Paese delle catastrofi potenziali. E allora scatta l’emergenza: settore in cui dopo il terremoto del Friuli abbiamo fatto progressi enormi. Anche perché dal 2001 all’inizio del 2009 l’emergenza è scattata 587 volte.

MANCA LA PREVENZIONE
Ma la natura del nostro Paese è quella e non si può cambiare: al massimo si può provare a governarla. E qui sorgono i problemi. Perché quel che manca è la prevenzione. Una concreta politica di gestione, manutenzione e messa in sicurezza dell’esistente c’è solo sulla carta. E anche in montagna, dove il territorio veniva curato e governato, la manutenzione è andata a farsi benedire. Colpa dello spopolamento che ha portato via abitanti su abitanti, con buona pace della cura dei boschi, dei torrenti e dei pascoli. Che prima venivano difesi da legioni di contadini e invece ora sono in abbandono. Ma anche colpa del taglio dei fondi alle realtà montane, denucia l’Uncem, l’associazione che riunisce oltre 4mila tra enti e Comuni montani. Tagli che portano i contributi dai 189,5 milioni di euro del 2008 ai 10 milioni previsti per il 2011. Che poi è come abrogare in silenzio l’articolo 44 della Costituzione, quello che “dispone provvedimenti a favore delle zone montane”. Così, alla fine, senza manutenzioni i soldi si spendono per le emergenze. Per mettere in sicurezza il territorio dal 1956 al 2000 sono stati spesi circa 43 miliardi di euro. Secondo il direttore della Protezione civile Guido Bertolaso “con 25 miliardi si sistemerebbero le aree a rischio”. Due sono stati spesi dopo la colata di fango che seppellì Sarno. Un miliardo è stato annunciato nel bilancio di quest’anno. Ma spesso sono poco più che toppe. Dal 1991 al 2003 si sono verificati 1.221 eventi catastrofici che hanno causato danni alle persone e alle cose. Chiusa una falla se ne apre un’altra. E si è costretti a ripetere lo stesso canto di dolore. Ogni volta. E allora?

LIMITI ALLA CEMENTIFICAZIONE
Allora occorre insistere per una corretta fruizione del territorio e uno sviluppo sostenibile, valutando meglio il rapporto tra cosa (e dove) costruiamo e cosa danneggiamo, per riuscire ad avere uno sguardo di lungo periodo. Non basta dire “Piove, governo ladro”, se non ci si muove per porre limiti alla cementificazione selvaggia, alla devastazione dell’abbandono, all’incuria generalizzata. Il nostro paesaggio è “il palinsesto in cui sono inscritti millenni di storia” scriveva Giulio Carlo Argan. Eppure da decenni vige una concezione meramente utilitarista del suolo. “Febbre edilizia” la chiamava Guido Piovene. Era il 1957 e le cose non sono cambiate. La speculazione edilizia è stata la molla per lo stupro del paesaggio. E la furia costruttiva non accenna a fermarsi, nonostante oggi ci sia una consapevolezza diversa, in Italia si edifica il triplo che in Germania, il doppio che in Francia. Dal 1950 abbiamo eroso il 40% dei territori liberi del Paese. Si dirà: siamo passati da una condizione agricola a una urbana. Vero. Ma gli anni del boom economico sono finiti da un pezzo, eppure il consumo medio annuo di territorio è addirittura cresciuto.

SCONOSCIUTI AL CATASTO
In dieci anni, tra il 1991 e il 2001 la popolazione è aumentata del 4‰, le superfici edificate del 15%. Costruire e condonare, questo il mantra. Dal 1985 a oggi tre condoni edilizi, e buonanotte alle regole e a chi le rispetta. Come se non bastasse, nel 2008 l’Agenzia del Territorio ha censito un milione e mezzo di fabbricati sconosciuti al catasto. Non male per un Paese con 28 milioni di abitazioni, di cui oltre il 20% seconde e terze case. Certo: è vero che non tutte le case abusive sorgono in zone a rischio. Come è anche vero che spesso molte costruzioni regolari sorgono in aree dove sarebbe bene non edificare. Quindi l’equazione abuso uguale disastro non è automatica. Anche se a Ischia, teatro dell’ultima sciagura, sono oltre 20mila le pratiche di condono che aspettano di essere evase. Una ogni tre abitanti. E dire che leggi di tutela più o meno buone non mancherebbero. Già nel 1939 vennero redatte norme incisive per la protezione del paesaggio. Nel 1966 la commissione De Marchi fotografò in modo organico la situazione del dissesto idrogeologico del Paese. Un censimento in otto volumi che suggeriva interventi indispensabili. Ma è sul concetto di “indispensabile” che spesso ci si è arenati. Così indispensabile pare essere solo ciò che è legato all’emergenza: salvare le vite è indispensabile; mettere in sicurezza zone devastate è indispensabile. Programmare e fare prevenzione no. Non qui. Non ora.

ARTICOLO 9: LA REPUBBLICA TUTELA IL PAESAGGIO
A partire dalla Legge 183 del 1989 gli interventi legislativi per combattere il dissesto idrogeologico del Paese non mancano. Anche se per diventare effettivi si è sempre dovuto aspettare l’onda emotiva di ulteriori disastri, come nel caso della tragedia di Sarno e dall’alluvione di Soverato. Alla fine, per preparare un piano sul rischio idrogeologico sono serviti 32 anni. Il piano prevede che i fiumi d’Italia vengano “radiografati” dalla sorgente alla foce, per valutare problemi e rischi, dalle frane alle possibili esondazioni. Uno studio che sfocia nei Pai, Piano stralcio per l’Assetto Idrogeologico, il cui fine ultimo è la riduzione del rischio idrogeologico. Dunque qualcosa è stato fatto. Ma i rimedi tecnici sono nulli se non c’è la volontà politica di finanziarli e se manca un cambiamento culturale nel concepire lo sfruttamento del territorio.
 
RISCHI NOTI, SOLUZIONI ANCHE
Il cambiamento che stenta a venire dall’alto allora potrà venire dal basso? Forse. I paradigmi dell’ambientalismo e della difesa del territorio sono patrimonio comune e nessuno può dire “non lo sapevo”. I rischi sono noti, le soluzioni anche. Ma nonostante tutto non sempre chi dovrebbe opera correttamente. Uffici tecnici, sindaci, geologi comunali: sono loro la prima linea dell’intervento. Quelli cui spetterebbe far rispettare leggi che ci sono, che conoscono territorio e problematicità. Ma sono proprio loro ad avere più difficoltà nel rifiutare un’autorizzazione, un permesso di edificabilità, un cambio al piano regolatore. Allo stesso tempo sono anche i primi a chiudere l’occhio sull’abuso quotidiano: sulla casa costruita sulla frana o alle falde del vulcano, sul campeggio nell’alveo del fiume. Vittime e carnefici, fino a che punto inconsapevoli non si sa. Perché i paesi sono piccoli, e tenere la barra non sempre paga in termini elettorali. Alla fine a rimetterci, oltre alle vittime e agli sfollati, è il paesaggio. Che potrebbe diventare cementificato, brutto e banale. In una parola: mediocre. Eppure l’articolo 9 della Costituzione recita “la Repubblica tutela il paesaggio”.