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Nei vicoli del centro storico di Palermo, tra tesori di bellezza e misteri

Guido Fiorito
Domenica, 19 Febbraio, 2017

Il centro storico di Palermo è una miniera di sorprese e per trovarle bisogna lasciare gli itinerari più famosi, infilarsi in un vicolo, per una avventura della mente e della memoria. È quello che ha fatto stamattina il gruppo della sezione palermitana del Tci, guidato da Fabio Rocca, passando da una piccola chiesa normanna poco conosciuta a una stanza ricoperta di scritte arabe, a diretto contatto con misteri del passato. Un successo, visto che il gruppo è stato diviso in due per la numerosa partecipazione. 

Canti gregoriani in sottofondo per la chiesa di Santa Cristina a Vetere (dal latino  vetus ovvero vecchio o antico) sorta per volere dell'arcivescovo Offamilio nel 1174 utilizzando il primo ordine di una torre di avvistamento araba  nei pressi del fiume Papireto. Il nome deriverebbe dalle reliquie di Santa Cristina, che sarebbero state portate da Bolsena in quel luogo della città qualche anno prima. Tale reliquie furono poi trasferite  in cattedrale. Fu patrona di Palermo fino a quando fu sostituita da Santa Rosalia che, secondo la tradizione, aveva salvato la città dalla peste nel 1624.

Un secondo nome è quello più tardo di Chiesa dei pellegrini: sorge dove anticamente doveva esistere un accesso alla città, a due passi dalla cattedrale. Nel 1572, la chiesa fu affidata alla compagnia della SS. Trinità, detta dei rossi per il colore delle cappe; tale compagnia assisteva i pellegrini diretti in Terra Santa, dedicando loro cure e cibo per tre giorni, in un ospizio che sorgeva vicino alla chiesa e non più esistente. Nell'interno raccolto impressionano i robusti pilastri, nati per la torre, che sostituiscono le colonne. In terra e alle pareti sepolture gentilizie di prelati e nobili. 

A dieci minuti di strada, in via Porta di Castro, il secondo appuntamento della mattina per la visita alla Stanza delle meraviglie. Dalla Palermo post araba dell'XI secolo a quella dell'Ottocento, dal culto cristiano sorto in un edificio musulmano, alla stanza musulmana dipinta in un edificio cristiano. Dalla spiritualità scarna della chiesa di Santa Cristina a quella del cosmo blu che rappresenta l'universo. Giuseppe Cadili, con la moglie Valeria Giarrusso, ci ha accolti nel suo appartamento, raccontando della scoperta di questa stanza color dei lapislazzuli, ricoperta di scritte arabe a metà dell'Ottocento, poi coperte di intonaco grigio e ritrovate dopo oltre un secolo di oblio per un caso. Se l'acqua del Papireto è scomparsa, è stata quella caduta dal cielo  che, provocando tracce di umidità nella stanza e sollevando l'intonaco, ha rivelato il tesoro delle scritte araba d'oro e d'argento. 

Un ritrovamento che ha fatto il giro del mondo e che alcuni studiosi dell'Università di Bonn si sono occupati di decifrare. Si tratta di scritte realizzate con pittura ad olio da un copista poco esperto di arabo che ripetono come un mantra la frase: Ciò che Dio vuole avviene, ciò che Dio non vuole non avviene. Una stanza di meditazione, che si è ipotizzato potesse avere significati esoterici è legati alla Massoneria. Colpisce la ripetizione del numero 7; sette righe di scritte, sette lanterne su ogni lato, sette aperture, ogni lato di 3,5 metri (la metà di sette). Bellissime le decorazioni liberty dei soffitti di due altre stanze e lode ai proprietari che hanno riportato all'antico splendore una casa semidistrutta del centro storico (i pavimenti originali erano stati tutti portati via).