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Città della Scienza. Una Città giusta.

Mercoledì, 6 Marzo, 2013

“Anziché dirti di Berenice, città ingiusta, che incorona con triglifi abachi metope gli ingranaggi dei suoi macchinari tritacarne (gli addetti al servizio di lucidatura quando alzano il mento sopra le balaustre e contemplano gli atri, le scalee, i pronai si sentono ancora più prigionieri e bassi di statura), dovrei parlarti della Berenice nascosta, la città dei giusti, armeggianti con materiali di fortuna nell’ombra di retrobotteghe e sottoscale, allacciando una rete di fili e tubi e carrucole e stantuffi e contrappesi che s’infiltra come una pianta rampicante tra le grandi ruote dentate (quando queste s’incepperanno, un ticchettio sommesso avvertirà che un nuovo esatto meccanismo governa la città); anziché rappresentarti le vasche profumate delle terme sdraiati sul cui bordo gli ingiusti di Berenice intessono con rotonda eloquenza i loro intrighi e osservano con occhio proprietario le rotonde carni delle odalische che si bagnano, dovrei dirti di come i giusti, sempre guardinghi per sottrarsi alle spiate dei sicofanti e alle retate dei giannizzeri, si riconoscano dal modo di parlare, specialmente dalla pronuncia delle virgole e delle parentesi; dai costumi che serbano austeri e innocenti eludendo gli stati d’animo complicati e ombrosi [...]” (da “Le città invisibili”, di Italo Calvino).

Una passeggiata lungo tutto il pontile nord di Bagnoli (nord è la sua posizione geografica rispetto ai vecchi pontili ferroviari dell’ex-Italsider) e ci si ritrova in mezzo al mare. Una passeggiata che fa dimenticare il punto di partenza: una strada, via Coroglio, che corre lungo l’intero complesso dell’ex-Italsider, paesaggio desolato e dal sapore quasi desertico. In mezzo al mare, si riesce ad abbracciare, con uno sguardo, Nisida, capo Miseno e, più lontano, Ischia, Procida.

Quel mare che non si è mai stanchi di contemplare, ma che, voltate le spalle, si rispecchia in un panorama in cui, come dei flashback, i segni del passato industriale di queste terre, riportano alla realtà: fabbriche dismesse, binari su cui viaggiavano i treni-merci, l’altoforno rosso, ancora esistente, sulla terraferma... e poi lo sguardo va un po’ più in là, raggiunge quei capannoni che, fino a pochi giorni fa, custodivano un tesoro.

Allora la vista faceva rallegrare, così come davanti al mare, il cuore e la mente. Non è tutto degrado, non è tutto da buttare. Sotto quei capannoni si celava un mondo di curiosità, emozioni, voglia di conoscenza, incontri, saperi, divertimento, avventura scientifica, sete di cultura... Cultura! Un mondo capace di farti sentire fiero di questa città, troppo spesso denigrata e maltrattata. Fiero di un mondo nato tra il degrado e dal degrado, e che così tanto contrastava con la desolazione che ovunque, intorno, si respirava. Un mondo bello e a dimensione dei più piccoli, dei ragazzi. Perché Città della Scienza era dei ragazzi. Non solo dei ragazzi di oggi. Era dei ragazzi di ieri, come me, diventati adulti con un forte senso di rispetto per chi divulga e fa cultura. Sarebbe stata dei ragazzi di domani.

Sarebbe stata, perché fiamme violente l’hanno distrutta, nella notte tra il 4 e il 5 marzo. 12.000 metri quadrati di capannoni bruciati, ridotti ad uno scheletro che, ora, da una parte all’altra, restituisce mare e degrado.

Città della Scienza ha avuto, come embrione, la prima edizione di Futuro Remoto, nel 1989, dopo una serie di attività temporanee, nata da un’idea di Vittorio Silvestrini. Ce ne furono altre di edizioni, svoltesi dal 1989 al 1992 all’Osservatorio Astronomico di Capodimonte, in seguito alle quali e al loro successo, fu costituita e riconosciuta la Fondazione Idis. Vincenzo Lipardi, giovane laureato in filosofia, fa parte dell’operazione e fin dall’inizio l’idea è quella di creare un vero e proprio centro dedicato alla scienza nelle sue diverse forme, per favorire anche la trasformazione della zona industriale. Il polo scientifico nasce in gran parte nella più antica fabbrica della zona, l’ex vetreria LeFevre, i cui padiglioni industriali risalgono ai primi dell’ottocento e che attraverso un’operazione di restauro tornano in vita per far parte del progetto di recupero dell’area. Il riutilizzo come simbolo del passaggio da una idea di società basata sulla industrializzazione, ad una fondata sulla conoscenza, sulla cultura.

Dal 1996, anno in cui è stato aperta al pubblico una prima parte di Città della Scienza, essa si è sempre più ingrandita e arricchita di spazi e di contenuti, fino ad ospitare, tra l’altro:

  • un Planetario, un “simulatore di cielo”, tante luci proiettate sulla cupola che riproducono fedelmente le costellazioni, quello che è visibile a occhio nudo e i moti della volta celeste;
  • un’Officina dei piccoli, parte della rete internazionale dei musei per i bambini Hands-on e realizzata attraverso il coinvolgimento diretto dei bambini con il metodo della progettazione partecipata;
  • uno Science centre, dove i visitatori, grandi e piccoli, erano chiamati a sperimentare direttamente i fenomeni scientifici presenti in natura e nella vita quotidiana: non ci sono oggetti in mostra da “guardare e non toccare”, ma esperienze da fare;
  • uno Smart Lab Incubator, rivolto a nuove imprese che offrono soluzioni, servizi e tecnologie intelligenti per la qualità della vita e lo sviluppo delle Smart Cities;
  • un Centro di Alta Formazione ed un Centro congressi.

350.000 visitatori all’anno, tra i vari riconoscimenti, è stata insignita nel 2005 del titolo di miglior museo scientifico europeo, premiata dall’Unione europea nel 2006 col Premio Descartes per la comunicazione scientifica, nel 2007 come migliore incubatore di nuova impresa, nel 2010 l’Eurispes l’ha riconosciuto come una delle cento eccellenze italiane.

Di fronte a quelle fiamme, sgomento, incredulità, impotenza, rabbia, tristezza. La mente viaggia e facilmente si fa strada il dubbio e col dubbio aumenta la rabbia. Immediato andare con la mente a scene così ben descritte da Francesco Rosi in “Le mani sulla città”, facile dare colpa a quegli “ingiusti e ai loro intrighi”, ma la Città della Scienza deve ripartire, è subito scattata un’ansia da ricostruzione, come se riportare le cose al loro posto potesse esorcizzare la paura che tutto rimanga così come è stato ridotto dalle fiamme. E che le mani sulla città siano quelle dei giusti che riescano a farsi riconoscere e a rifare Città della Scienza, più bella e più grande, affinché non si spenga, come quelle fiamme, anche il sentimento di fierezza che essa riusciva a suscitare.

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Rosaria Borzacchiello

Redazione web Vie della Campania

 

Nisida dal pontile nord. (foto Rosaria Borzacchiello)

 

Ex fabbriche. (foto Rosaria Borzacchiello)

 

Città della Scienza. Esterno. (fonte web)

 

Città della Scienza. Una delle sale interne. (fonte web)

 

Città della Scienza dall'alto. (foto Vincenzo Borzacchiello)

 

Incendio che ha distrutto Città della Scienza. (fonte web)

 

Città della Scienza dopo l'incendio. (fonte web)