“Wo holzerne Hauser sind und blonde Haare da spricht man deutsch”. “Là dove sono case di legno e biondi capelli, qui si parla tedesco”, recita un antico proverbio germanico. Nella parte più alta delle vallate che scendono dal versante italiano del Rosa da secoli si parla tedesco, le case sono di legno e i capelli degli uomini e delle donne sono biondi. I Walser, popolo di montanari, sin dal lontano secolo XIII presero possesso delle zone più impervie e disagevoli della Val di Gressoney e della Valle Anzasca, della Valsesia e delle sue numerose diramazioni. Vestiti, case, leggende, superstizioni, soprattutto l'uso di un medesimo dialetto, il Titsch, mostravano l'origine inequivocabilmente comune degli abitanti di Gressoney e di Macugnaga, di Alagna e di Rimella: ma quale fosse quest'origine è rimasto per lungo tempo uno dei più affascinanti misteri di tutte le nostre Alpi, vera e propria “questione omerica” su cui gli storici hanno dibattuto e polemizzato per anni e anni, ancor oggi non del tutto acclarata. Se infatti appare ormai certo il luogo di provenienza dei Walser, non altrettanto chiarita è stata a lungo la causa delle improvvise migrazioni avvenute 700 anni fa. E solo di recente si è giunti a ritenere con una qualche certezza che fossero dovute alla ricerca di nuove terre coltivabili, fuggendo da territori troppo densamente popolati.

I Walser erano infatti alemanni di umile condizione sociale, forse provenienti in origine dall'Oberland bernese e poi stabilitisi già prima dell'anno Mille nell'alta valle del Rodano, lo svizzero Vallese (e infatti Walser è contrazione di Walliser, cioè abitanti del Wallis, il Vallese). Una parte di loro varcò colli e passi per venire a stabilirsi sul versante meridionale del Rosa: alcuni valicando il passo Teodulo a ovest del massiccio, altri per il passo di Monte Moro, a est del Rosa e subito sopra Macugnaga. C'è da dire che i primi secoli del secondo millennio coincisero con il periodo della minima glaciazione, circostanza questa che favorì una migrazione altrimenti impossibile: i ghiacciai allora infatti dovevano trovarsi a una quota assai più elevata di quella attuale, peraltro già assai più alta di quanto accadde durante la “piccola glaciazione” che, iniziata a fine Quattrocento, portò nell'Ottocento i ghiacci del Rosa a scendere sino al limite dell'abitato di Macugnaga.

Relegati dalle popolazioni locali nelle zone più alte e inospitali delle loro vallate, i coloni Walser furono contadini e pastori, poi anche mercanti e artigiani. Erano noti anche come bravi muratori e “secchionari” (costruttori di mastelli e secchielli), che stagionalmente si spingevano per lavoro persino fino alla Germania meridionale, mentre le donne rimaste a casa si sobbarcavano il lavoro nei campi e nelle stalle. La condizione di isolamento delle comunità walser e la loro stessa relativa autonomia amministrativa favorirono lo sviluppo di uno spirito di indipendenza che contribuì al miglioramento delle loro condizioni economiche ma anche alla conservazione nel corso dei secoli sia delle usanze sia dell'originaria lingua tedesca. Dotati di un altissimo grado di conservatività, maggiore che nella stessa patria d'origine, i dialetti Walser sono rimasti pressoché immutati almeno fino quasi agli albori del Novecento, quando ebbe inizio un processo sempre più accelerato di contaminazione con i dialetti piemontesi e con la stessa lingua italiana, favorito soprattutto dal miglioramento del sistema di comunicazioni e dall'introduzione della scuola obbligatoria.

Così come per la lingua, anche la più tipica delle manifestazioni della cultura Walser, la particolarissima architettura, è stata sottoposta a una progressiva serie di irrevocabili trasformazioni. Così è ormai sparita la bella usanza per la quale, quando qualcuno doveva costruire una casa, ogni famiglia mandava un suo membro ad aiutarlo a trascinare sul luogo le travi di larice e di abete (si chiamava der zug, il “tiro in comunione”).

Per secoli le abitazioni Walser hanno conservato uno schema rigido e ostinatamente ripetitivo, la cui più curiosa peculiarità è costituita dal fatto che il basamento in muratura dovesse sempre ubbidire allo schema planimetrico obbligato dei piani superiori.

Su tale zoccolo, una specie di fungo quasi sempre di pietra, trovano posto le stalle, la cantina e la cucina con il focolare, sprovvisto però di cammino: il fumo usciva da una finestrella. Al primo piano stanno le camere da letto e una stanzetta con fornello di steatite; al secondo il fienile e lo spicher, sorte di dispensa per la conservazione di carne salata, farina e pane di segale seccato per tutto l'anno. Una scala esterna di pietra, inoltre, porta a una larga galleria di legno che gira tutto attorno alla casa ed è munita di pertiche trasversali per l'essiccazione di fieno e segale. Le pareti delle case Walser sono formate da grosse travi squadrate, che si incastrano esattamente all'estremità l'una nell'altra per mezzo di intagli regolari, facendo dunque a meno dei chiodi.

Il tetto invece, a doppia falda, scende molto in basso ai lati della casa ed è ricoperto da larghe e pesanti tegole di pietra (piode) sostenute da una forte travata, per resistere al peso della neve d'inverno. Sulla trave di colmo, infine, si trovano spesso incisi l'anno della costruzione, il segno della famiglia e un motto o una dedica religiosa. Le abitazioni Walser nel loro complesso ripetono schermi planimetrici sempre uguali, senza deviazioni né introduzioni di elementi nuovi. Le uniche soluzioni forzatamente originali si hanno negli agglomerati dei villaggi, quando le logge di case sorte una accanto all'altra si uniscono per formare vere strade-gallerie.

“Là dove sono case di legno e biondi capelli, qui si parla tedesco”: oggi all'abete e al larice delle costruzioni di una volta si è ormai sostituito in cemento, ed essendosi allentata la rigida endogamia, che proteggeva le comunità walser da infiltrazioni esterne, anche le chiome dei bambini non sono più esclusivamente chiare come un tempo. Così, con la progressiva scomparsa delle case di legno e dei biondi capelli, anche l'addolcito tedesco dei Walser non risuona più come un tempo per le valli sotto il Monte Rosa.

Testo di Roberto Copello; per le foto, museowalser.it.

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