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VISITA ALLA CHIESA DI SANTA CATERINA D'ALESSANDRIA

Fabio Rocca
Domenica, 7 Aprile, 2019

FOTO DEL SOCIO RICCARDO COCO

TESTO DELLA SOCIA M.ANTONELLA BALSANO

 

Il 6 aprile scorso si è svolta la visita del Club di territorio di Palermo del Touring Club Italiano, guidata dalla signora Cristiana La Cerva, nel grandioso complesso di Santa Caterina d’Alessandria. Mentre la chiesa è stata periodicamente accessibile per riti o concerti, solo da qualche anno, con il trasferimento in altri conventi delle ultime monache di clausura dell’ordine domenicano che vi risiedevano, è stato aperto al pubblico il complesso conventuale.

            La location dell’insieme è davvero invidiabile: è collocato infatti in una vasta area, che prospetta da un lato su piazza Pretoria, sede del Palazzo delle Aquile, cioè del potere civile, a giro sul più antico e importante asse viario della città, cioè sul Cassaro, poi su via degli Schioppettieri, ove sono visibili le possenti mura, probabilmente appartenenti alla cinta muraria della città punica; e infine sull’antico Piano della Corte, oggi piazza Bellini, da cui si accedeva in origine al Palazzo di Città. In questa piazza la chiesa dialoga con edifici di primaria importanza religiosa e civile: le chiese di Santa Maria dell’Ammiraglio o Martorana e San Cataldo e il teatro Bellini, in origine di Santa Lucia (dal predicato nobiliare dei Valguarnera, proprietari dell’edificio), poi dal 1809 Real Teatro Carolino, luogo per eccellenza deputato all’opera in musica, teatro che dopo l’Unità e la conseguente damnatio memoriae dei Borbone, fu definitivamente intitolato al musicista catanese e oggi purtroppo negato alla città.

            Inerpicatici per la scalinata, costruita a metà Ottocento, allorché fu abbassato il piano della piazza, e attraversato il magnifico portale rinascimentale, speculare a quello barocco della Martorana, siamo entrati nella meravigliosa chiesa, un vero trionfo dell’arte e della sontuosità del barocco: come ha detto la nostra guida, uno degli apici di questo stile nella nostra città, insieme all’Immacolata Concezione al Capo e alla Casa Professa dei Gesuiti. Abbiamo percorso in lungo e in largo la grandiosa unica aula di stampo controriformistico, ammirando le straordinarie decorazioni marmoree, apposte via via nel corso dei decenni a delineare percorsi simbolici di fede, che insieme agli affreschi contribuiscono a creare quel “tripudio orgiastico” (Bellafiore), forse più profano che sacro.

            Ma era solo il primo momento di questo strepitoso itinerario. Inoltratici nei locali conventuali, siamo dapprima approdati all’originario chiostro, decorato da una fontana marmorea, su cui prospettano le antiche celle: luogo di raccoglimento per le monache, che vi trascorrevano la loro intera esistenza. Quindi abbiamo percorso le infinite diramazioni che da qui si dipartono, e che portano sia a luoghi ampi e spaziosi, destinati o alle attività comunitarie, come la sala del Capitolo o il refettorio, o le stanze riservate alla Priora; sia a luoghi più angusti, come la cucina delle converse, fornita di attrezzi che molti di noi ricordano di aver visto ancora in uso, e le stesse celle, arredate con mobili essenziali, dalle quali sembra che le monache siano andate via dal giorno prima. Questa impronta ascetica, corroborata anche dalla frase “Poche cose bastano”, ricamata su una camicia da notte, viene in realtà contraddetta dall’opulenza dei manufatti sacri, visibili nelle varie sale allestite per la mostra “Sacra et pretiosa”: arredi liturgici, tessuti, paliotti, realizzati con una profusione di oro, argento, corallo, pietre preziose, che non finiscono mai di stupire. Così come la visione della stessa chiesa dai due cori e dalle grate che corrono sulle navate laterali.

            Tale ricchezza era dovuta anche al fatto che il convento accoglieva soltanto giovani appartenenti alle famiglie più nobili della città, che monacandosi dovevano portare all’Ordine una ricca dote. Quasi per contrappasso, nel convento venivano accolti i neonati, lasciati nella ruota, ancora oggi ben visibile, spesso frutto di relazioni peccaminose o abbandonati per l’impossibilità di crescerli a causa delle miserrime condizioni economiche.

            Ci aspettava poi l’impegno più arduo sotto il profilo fisico: la salita alla base della cupola: 140 gradini. Costeggiando la volta a botte della navata, un vero miracolo di ingegneria e di abilità costruttiva, sovrastata da imponenti capriate, siamo usciti all’aperto. La visione del panorama urbano a 360° è davvero spettacolare: si vedono le cupole delle altre principali chiese della zona: San Giuseppe dei Teatini quasi di fronte, poi la Casa Professa dei Gesuiti, la facciata di San Domenico, i campanili di Sant’Ignazio all’Olivella dei Filippini, il SS. Salvatore delle Basiliane sul Cassaro; e per tornare a un edificio profano, la copertura del Teatro Massimo. Abbassando poi gli occhi, si può vedere il Fonte pretorio da una prospettiva inedita, un colpo d’occhio davvero eccezionale.

            Dulcis in fundo, la ciliegina sulla torta. Mai come in questo caso le frasi anzidette non sono allusive, ma da intendersi alla lettera: approdati alla grande cucina del monastero, accolti da un profumo inebriante di zucchero e cannella, abbiamo visto i prodotti dolciari, che erano una specialità delle monache e che oggi sono realizzati secondo le antiche ricette e riproposti al pubblico: il Trionfo di gola, le “minne di vergine”, i superbi cannoli. Come resistere a tale tentazione, pur in tempo di Quaresima?

 

M. Antonella Balsano