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Tremiti: passione selvaggia

Marianna D'Orsi Pisani
Martedì, 7 Luglio, 2020

In mezzo al mediterraneo, al largo della costa pugliese, c’è un grappolo di isole sfuggite, per una casuale concatenazione di vicende, alle depredazioni edilizie e alla voracità del turismo più sfacciato e irriverente, conservando, per questa ragione, pressoché inalterata, la propria natura selvaggia, un mare cristallino e una quiete rara, le isole Tremiti: San Nicola, San Domino, Capraia, Pianosa, Cretaccio e la Veccha, fanno parte del Parco Nazionale del Gargano e dal 1989 vi è stata istituita una riserva naturale.

Su una delle isole dell’arcipelago, San Domino, abitata in inverno da appena un’ottantina di persone, molti dei quali giovani, sorge uno dei villaggi del Touring Club Italiano, il più antico e meglio riuscito esperimento di turismo ecocompatibile, dove ho avuto il privilegio di soggiornare in più occasioni, e vivere tutte le volte un’esperienza appagante e rigenerativa. Che fortuna poter dormire in un bosco di pini d’Aleppo e perdersi in interminabili passeggiate alla scoperta di cale di roccia piatta che si alterna a spiaggia bianchissima, aperte sotto profonde falesie. Qui trovano riparo le berte maggiori, dette anche diomedee, dal nome del valoroso eroe dell’Iliade che qui approdò e morì, secondo la leggenda, lasciando in un dolore inconsolabile i suoi compagni di ventura trasformati da Venere, impietosita da tanta devozione, in uccelli, le diomedee, perché facessero la guardia al sepolcro del loro re.  

Lungo le scogliere, ben lontano dell’inquinamento acustico e luminoso, queste timide creature vengono a nidificare. Durante i rituali di corteggiamento questa procellaria emette suoni simili a lamenti, il cosiddetto pianto delle diomedee del tutto simile al vagito di un neonato. Ascoltarne il suono è un’esperienza commovente. Il mare delle isole Tremiti è un caleidoscopio di colori, tutti i toni del blu e dell’azzurro si fondono con il granito delle rocce, i verdi dei boschi che vi si specchiano e si accende, al tramonto, di ogni sfumatura di rosso, regalando la perfezione.

Luoghi scarsamente antropizzati come le Tremiti, consentono di apprezzare flora e fauna non dissimili da quelle che in questa porzione di mediterraneo si potevano ammirare già centinaia di anni fa. Le Tremiti rappresentano infatti una tappa importante per l’avifauna europea, perché si trovano lungo le rotte migratorie di molte specie, come il gheppio, piccolo rapace in costante ricerca di prede, il maestoso falco pellegrino e il gabbiano reale. Non è raro incontrare esemplari di quest’ultimo di dimensioni impressionanti nei pressi del porto, attratti dal pescato e assai ben disposti a farsi fotografare, per la felicità dei turisti e il disappunto dei pescatori.

Anellidi, spugne colorate, ricci e stelle marine, ricciole, saraghi, scorfanotti e gronchi tappezzano il pelo e il fondo marino, molto raro è ormai l’avvistamento della foca monaca, che un tempo non lontano qui era di casa. Queste alte rocce, costantemente esposte al sole e ai venti di libeccio e maestrale, piegano a volte a bandiera grandi cespugli e specie arboree tipiche della macchia mediterranea, il pino d’Aleppo, si diceva, ma anche il lentisco, l’oleastro e le orchidee selvatiche, ma anche il profumato limonio, il ginestrino, il cappero, di cui è usanza fare scorta al termine di ogni soggiorno tremitano e l’aglio delle isole.

Durante una delle mie ultime escursioni, l’anno scorso, prima di lasciare l’adorata San Domino, ho raccolto qualcuno di quegli agli, che affiorava tra i sassi sotto la distesa di fiori a corolla viola che tappezzavano la scogliera di cala degli inglesi abbacinata dalla luce. Ho voluto provare a interrarne il bulbo e lasciarlo nell’angolo più esposto del terrazzo di casa, coprendo il terreno di pietrisco. Stamattina mi sono accorta che il pallino in cima al lungo stelo aveva lasciato il posto ad una bella infiorescenza violacea, e il mio cuore è tornato alle Tremiti.