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TREMITI: un paradiso fragile e minacciato

Marianna D'Orsi Pisani
Giovedì, 11 Luglio, 2019

Chiunque ami il viaggio porta sempre con sé un bagaglio extra fatto del vivo ricordo dei luoghi amati, quelli a cui sentiamo subito, per sempre e per ragioni a volte imperscrutabili, di appartenere profondamente; luoghi che al solo evocarli hanno il potere di riconciliarti con la vita, sollecitando la promessa di un ritorno. Dopo un inverno che, certamente condividerete, è stato interminabile, appena possibile ho deciso di raggiungere uno dei miei luoghi del cuore: le isole Tremiti.

 

La storia di queste isole è legata al mito dell’eroe omerico Diomede che, narra la leggenda, vinta la guerra di Troia decise di rimettersi  in viaggio coi compagni verso le coste adriatiche. Giunto al largo del Gargano, Diomede avrebbe gettato in mare tre grandi sassi raccolti a Troia e questi riemersero sotto forma di arcipelago, le Tremiti, dette appunto per questo anche Diomedee. Dapprima, all’inizio dell’anno mille i monaci cassinesi vi avevano fondato un centro religioso che raggiunse il suo massimo splendore e prestigio nell’XI secolo d.C.  a cui seguì un lungo e inarrestabile periodo di decadenza, drasticamente accentuato dalle incursioni dei pirati slavi  che portarono nel 1334 alla completa scomparsa dell'ordine ed alla distruzione di gran parte del complesso monastico. L’arcipelago delle Temiti fu a lungo disabitato per decine di anni fino a quando nel 1780 da Ferdinando IV vi costituì una colonia penale incamerando i beni residui nel Regio demanio. Durante gli anni della seconda guerra mondiale la fortezza fu utilizzata come luogo di confino per i dissidenti del regime fascista.
Tali vicende hanno avuto l’effetto di sottrarre l’arcipelago alla progressiva urbanizzazione, restituendo oggi paesaggi quasi del tutto incontaminati. Cosicché, cessata la guerra, l'amministrazione delle isole è rivolta alla valorizzazione ed allo sviluppo turistico delle stesse, che rappresentano uno dei luoghi più belli e incontaminati d’Italia. 
Il Touring Club Italiano che ha nel DNA la conoscenza e comprensione delle dinamiche ambientali attraverso un approccio turistico rispettoso e di minimo impatto, per essere al passo con i tempi rinuncia ai campeggi itineranti e opta per quelli residenziali, complici regolamenti comunali sempre più stringenti per chi vuole per qualche settimana occupare spazi aperti al mare o in montagna. Nel 1958 acquista il terreno di 40mila metri quadri sull’isola di San Domino e, sulla scorta dell'esperienza accumulata negli anni precedenti, costituisce, all'ombra di una pineta, il primo spartano Villaggio Touring composto da tende e da strutture in muratura per i servizi. Le tende saranno sostituite dai “gusci”, soluzioni abitative di ridotte dimensioni che varranno al suo designer Roberto Manghi il Premio Compasso d’oro. Un’ospitalità di qualità incentrata sulla sostenibilità, sulla socialità diffusa ma soprattutto sull’approccio volto interamente all’ascolto dei luoghi nel quale rispettosamente si inserisce.

Mare cristallino e natura incontaminata: sono questi gli ingredienti grazie ai quali le isole di San Domino, San Nicola, Caprara e Pianosa rappresentano un unicum nel mediterraneo; l’espressione della natura nel suo stato più puro. Ma oggi rischiano di soccombere al turismo scellerato. 

Negli anni sono stata più volte nei Villaggi Touring anche di Camerota nel Cilento e Maddalena in Sardegna, e più volte sono tornata alle Tremiti, certa di ritrovare quel contatto con la natura e quel senso di libertà che pochi altri luoghi sono in grado di offrire in Italia. Una vacanza all’insegna dell’esplorazione dell’arcipelago  in trekking, snorkeling e kajak, con la guida di esperti naturalisti, sempre a disposizione dei soci per una conoscenza del territorio approfondita e qualificata.

Durante un’escursione in kajak, con il gruppo ci siamo spinti da Cala Arena, a ridosso del porto dell’isola di San Domino alla contemplazione delle calette, tutte suggestive disseminate  lungo il periplo dell'isola. Cala Spido, cala Matana, lo scoglio dell’elefante, la grotta del sale, cala delle viole… ogni angolo è uno spettacolo struggente che incanta gli occhi e riempie il cuore. Di fronte allo stupore di un paesaggio naturale tanto suggestivo abbiamo però anche in questo luogo unico, trovato il disturbo, il guasto, la contaminazione inattesa e violenta di due enormi imbarcazioni che in sfregio ad ogni norma di navigazione e regola di buon senso erano attraccate in una di queste calette. Immaginate lo stupore: cosa ci faranno qui questi mastodonti, adatti a solcare il mare aperto con agilità? Ebbene non abbiamo tardato molto a realizzare che erano le stesse imbarcazioni la cui presenza ci era stata segnalata da amici turisti tedeschi che si erano spinti in canoa il giorno avanti. Erano dunque ormeggiate. L'ancora gettata a proravia e una immensa catena gettata sugli scogli, quegli stessi sui quali proliferano, ormai rari nei nostri mari, i pomodori di mare, i cavallucci marini e i ricci imperiali. Lo sfregio totale delle norme di accesso alla riserva naturale era con violenza rimarcata da un continuo esubero delle acque di sentina e lavaggio del bucato con il facile risultato che le acque turchesi della caletta erano ormai contaminate di carburante olio e saponi  generando a pelo d'acqua l'effetto arcobaleno degli idrocarburi e dei saponi dissolti, senza contare che il loro ingombro, quelle pesanti catene in tensione hanno reso pericolosa la fruizione dei luoghi per gli escursionisti in kajak.

 

Quando ho provato a chiedere alle persone sull'imbarcazione se si rendessero conto di quanto insostenibile per la fragilità dei luoghi fosse la loro permanenza in quella baia, che la ragione per la quale non vi fossero altre imbarcazioni era perché l’attracco è incompatibile con le leggi vigenti e per violazione dell’area marina protetta mi è stato opposto un classico "lei non sa chi è il capitano".
Ora, al di là dell'arroganza del “lei non sa chi sono io” evidentemente ancora in auge presso individui privi di senso civico e argomentazioni di buon senso, mi domando come possa essere possibile che a simili imbarcazioni destinate al charter possa essere consentito di attraccare in una riserva naturale che esige un'accessibilità sorvegliata e attenta. Com'è possibile che la Guardia Costiera non abbia l'autorità di imporre lo sgombero immediato e salate multe per inquinamento, violazione del codice della navigazione e di riserva natural a questi soggetti, la cui presenza è assidua nell’arcipelago? La straordinarietà di questi luoghi è strettamente connessa alla fragilità che li caratterizza, pertanto occorre la protezione e la tutela da parte di tutti e ciascuno. È importante che chi visita questi luoghi abbia cura di farlo col passo lieve della sostenibilità, che si astenga dal tenere comportamenti che incidano in maniera traumatica per l’ecosistema territoriale. Affinché il nostro passaggio sia delicato e rispettoso è dunque importante che ciascuno faccia la propria parte: che l'esercente locale pratichi una gestione oculata delle risorse, che l'operatore turistico proponga un servizio qualitativo e sostenibile e che il turista scelga di approcciare a questi luoghi tanto fragili e straordinari in maniera cauta, approfondendo la conoscenza della sua storia e degli aspetti floro-faunistici che la caratterizzano lasciandone intatto il godimento a tutti.

Siamo di fronte a una sfida gigantesca: occuparci dei nostri territori con intelligenza e lungimiranza. Se è vero che il comparto turistico del Paese è potenzialmente vocato a rappresentare una delle prime tre voci del PIL, non possiamo lasciare al caso, all'improvvisazione o addirittura alle voraci pretese di pochi loschi imprenditori che siffatto patrimonio vada distrutto.
Uno schema di tutela efficace non può appoggiarsi sulla sensibilità del singolo ma dev'essere un chiaro posizionamento, una netta scelta politica, delineata e difesa dalle istituzioni, declinata e fruita dai cittadini.
Oggi mi hanno inviato altre foto dalla baia e quella brutta imbarcazione è ancora lì, con i suoi ospiti arroganti e i loro rifiuti dispersi in mare.
Fermiamo questo scempio.

Marianna D’Orsi Pisani