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Trabocchi, beni culturali primari da non snaturare

Elio Torlontano
Martedì, 21 Maggio, 2019

È magnifica la Costa dei Trabocchi, unica per la sua lunga successione di macchine da pesca su palafitte che protendono le loro grandi reti sul mare.

Terminata la costruzione della pista ciclo pedonale sul vecchio tracciato costiero della ferrovia, sarà più facile raggiungerle attraverso le lunghe passerelle che le ancorano alla terraferma: un legame forte tra terra e mare, tra prodotti agricoli e pescato, simboleggiato proprio da queste architetture lignee inventate da contadini che non sapevano navigare. Molti trabocchi oggi sono luoghi ambiti dove gustare menu di mare, seduti ai tavoli sistemati sulle piattaforme che oscillano lievemente sotto la spinta delle onde. Ma proprio questa re-destinazione, sempre più diffusa, li sta snaturando mettendo a rischio l’unicità dell’intera costa. Per di più, sull’emergenza delle irregolarità rilevate nel 2018 dalla Guardia Costiera e da alcuni Comuni, la Regione sta esaminando proposte di legge che tendono a legalizzare il forte incremento di superficie realizzato in più di un trabocco, trasformato in ristorante sul mare con la maggiore capacità d’accoglienza possibile. I nuovi limiti massimi che si propongono (260 metri quadrati e sessanta persone ospitate contemporaneamente) andrebbero incontro a chi ha ecceduto in assenza dei dovuti controlli, giocando sull’alibi della necessità di continua manutenzione di cui hanno bisogno questi mirabili manufatti di legno sempre in lotta con le onde del mare. La voglia di espansione in alcuni si manifesta anche nelle terrazzine che si staccano dalle passerelle per altri posti a sedere sospesi sul mare, improbabili nei trabocchi originali. In questi non rari casi la funzione della macchina da pesca è solo un’apparenza: la rete è fissa, tenuta ammainata in alto trale lunghe antenne, e il personale raramente si concede nel raccontare la storia antica del trabocco e il suo funzionamento. E non è raro scoprire che sono accessibili solo nelle ore in cui sono aperti per la ristorazione. Su questi finti trabocchi prevalgono menu fissi e sovrabbondanti, difficilmente conciliabili con le quantità di pescato locale, comunque sicuramente non prodotto dal trabocco. Del lungo lasciar fare delle autorità è anche testimonianza la mancata realizzazione (dal 2001) della segnaletica identificativa e informativa, malgrado che sia richiesta dalle leggi, che si sono succedute nel tempo, che concedono gli aiuti per la salvaguardia e la valorizzazione di trabocchi, e nonostante la sempre ripetuta enunciazione di voler “tutelare il patrimonio storico-culturale e ambientale e promuovere un recupero e una utilizzazione non contrastanti con la naturale destinazione dei trabocchi, né pregiudizievoli per i valori estetici, tecnologici tipici e paesaggistici degli stessi”.

Con gli argomenti esposti ci stiamo adoperando a che le nuove norme, che si stanno per emanare per i trabocchi, ne garantiscano la conservazione mantenendoli nei limiti dimensionali vicini a quelli originari e ne favoriscano un utilizzo differenziato, possibilmente in rete, compatibile con la natura conclamata di “beni culturali primari”.