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Pescara. L’esistenza pluricentenaria della Pineta Dannunziana

Elio Torlontano
Lunedì, 20 Settembre, 2021

Nei giorni immediatamente successivi all’incendio del 1° agosto 2021 che ha danneggiato gravemente la Pineta Dannunziana di Pescara, alcuni hanno sostenuto l’inopportunità di una riserva naturale in un contesto urbano sostenendo, tra l’altro, che la pineta sia d’impianto artificiale frutto di rimboschimenti degli anni ’80 del Novecento, quindi di nessun valore storico.

Al contrario ci sono sia mappe e carte antiche sia documenti storici che ne attestano l’esistenza almeno da 300 anni.

Sulle carte è rappresentato un bosco litoraneo di pini a sud della foce del fiume Pescara, ai piedi del Colle Pizzuto, tuttora così denominato nella toponomastica cittadina, là dove fino alla vigilia dell’Unità d’Italia esisteva anche un lago retrodunale detto della Palata. La denominazione ricorrente che lo individua è bosco dei Chiappini o Ciappini, i Pini d’Aleppo nel dialetto abruzzese, dal francese Sapin (cfr.  Gennaro Finamore, Vocabolario dell’uso abruzzese, 1880).  La riprova dell’identificazione dei chiappini con i Pini d’Aleppo è che un albero di pino è raffigurato in più di uno stemma araldico delle famiglie nobili di nome Chiappini, cognome ben radicato nel pescarese.

Il primo documento finora rintracciato dove è indicata l’esistenza e l’ubicazione della pineta è la Platea dei Corpi e rendite feudali dell’Università di Pescara redatta nel 1721. È questa la descrizione di tutti i possessi della Camera Marchionale e dei confini ultra e citra flumen fatta redigere da Cesare Michelangelo d’Aquino d’Aragona, Marchese di Pescara e del Vasto: … Nella Quarta Contrada, che incomincia dal Baluardo di S. Nicola [bastione della Piazzaforte di Pescara che si ergeva dove oggi è il palazzo Enel prospicente viale Marconi] comprendendo tutto il Territorio tra la strada suddetta di S. Silvestro [frazione di Pescara sul colle omonimo] e la Marina, ed anco la strada di Francavilla, sino alli confini di S. Silvestro all’acqua di Valle longo [torrente Vallelunga], comprendente in detta Contrada i Luoghi detta della Palata, le Saline e Territori della Massaria delli Solari, e Selva de Ciappini.

La località è rappresentata nella Carta XXIII dell’Atlante Marittimo delle Due Sicilie realizzato nel 1792 dal cartografo Giovanni Antonio Rizzi-Zannoni, di cui qui di seguito è riprodotto un particolare.

Lo stesso cartografo la rappresenta anche nella carta n. 4 dell’Atlante geografico del Regno di Napoli del 1808.

Nel 1810 la Sentenza della Commissione Feudale pose fine al Marchesato dei d’Avalos con l’esproprio dei beni feudali, fatta salva l’attribuzione di parte dei possedimenti all’ex feudatario che sono così individuati:

… che il Marchese Ferdinando D’Avalos d’Aquino si astenga di esigere terraggi, ecc. sui demanj, sulle case […] e su tutti gli altri predii si urbani che rustici, i quali restino in piena proprietà dei loro possessori, e dichiara altresì appartenere all’ex feudatario i locali detti “le due Selve dei Chiappini”, la prima sita nella contrada, seu Villa di Castellammare [la parte dell’attuale abitato della città che si sviluppa verso nord], di capacità tomola 466 in circa, la seconda sita in contrada della Palata, giusta la confinazione e descrizione portata dall’apprezzo del dì 30 maggio 1742, fatto dall’Ing, Biagio De Lellis, e competervi ai cittadini di Pescara soltanto il pascolo delle mortelle [= mirto] , anche per causa di commercio fra i cittadini, da accantonarsi giusta le leggi del Regno.

Dall’inizio del Novecento ci sono anche documentazioni fotografiche che attestano lo sviluppo rigoglioso della pineta, con alberi alti e fitti da cui si può dedurne l’età vetusta. La fotografia del fotografo Cetteo Pepe, tratta da L’Illustrazione Italiana n. 98 del 10 luglio 1904, illustra un articolo dell’inviato Ugo Falena. Ritrae un momento del banchetto offerto a Gabriele d’Annunzio che seguì alla prima rappresentazione in Abruzzo della tragedia pastorale “La Figlia di Iorio”, tenutasi nel teatro Marrucino di Chieti il 23 giugno 1904. Questo documento, dal Touring Club Italiano – Club di territorio di Pescara restituito alla memoria collettiva nel 2019 in occasione di “Un giorno per bene”, fornisce anche la giustificazione storica dell’intitolazione della Pineta a D’Annunzio.

La successiva è del 1927, autore ancora il fotografo pescarese Cetteo Pepe, immortala un folto gruppo di autorità e cittadini riuniti alla Pineta per festeggiare l'istituzione della Provincia. La foto è corredata da una didascalia dell’epoca redatta a mano che la contestualizza. La fotografia è inserita tra la documentazione del Piano di Assetto Naturalistico delle Riserva naturale regionale Pineta Dannunziana, Relazione generale. Dal suo esame i redattori del Piano hanno valutato le dimensioni degli alberi in primo piano confrontandoli con le misure medie del capo delle persone che vi si trovano più vicine, tant’è che hanno scritto che “è possibile stimare tronchi con oltre 2 metri di circonferenza, che denotano un’età plurisecolare di questi esemplari”.

Questi documenti storici, che sono stati qui illustrati, provano inequivocabilmente l’esistenza pluricentenaria della Pineta Dannunziana che gli studi condotti dall’Università degli Studi della Tuscia – Viterbo attestano autoctona della nostra regione e nell’area pescarese oppure integralmente impiantata, magari anche in epoche remote, dall’uomo.