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Insieme al direttore Giulio Manieri Elia per scoprire la più vasta collezione di pittura veneta al mondo

Una visita alle Gallerie dell'Accademia di Venezia: i capolavori, le novità, i progetti futuri

di 
Stefano Brambilla
30 Aprile 2021
A volte, quando si pensa a un museo, si ha l'idea di una creatura impagliata, o magari di un fossile che rimane cristallizzato nel tempo e nello spazio. D'altronde un museo è fatto per conservare qualcosa che riteniamo debba essere sempre uguale a se stessa, non è vero? Le opere esposte sono sempre quelle, magari da secoli, e le sale dove sono ospitate non cambiano certo granché... motivo per cui è inutile ritornare, una volta che vi si è già stati. Ecco, se per caso qualcuna di queste idee vi ha mai sfiorato il pensiero, vi consigliamo una visita alle Gallerie dell'Accademia di Venezia, che riaprono al pubblico proprio in questi giorni dopo una pausa forzata a causa della pandemia. Perché capirete con chiarezza quanto un museo possa essere un organismo vitale, in continuo mutamento: e lo capirete non solo dalle indicazioni di visita e dai rumori dei lavori in corso, ma anche dalle evidenze di novità recenti e di altre che sono in procinto di arrivare.
 
Le Gallerie dell'Accademia hanno una storia antica – e, si sa, quando si ha una storia antica è ancor più difficile reinventarsi e rinnovarsi. La collezione di capolavori di pittura veneta, la più vasta al mondo, è collocata nella Scuola della Carità e nel Convento dei Canonici Lateranensi fin dai primi anni dell'Ottocento: siamo di fianco al Canal Grande, in un complesso che fino a poco tempo fa era condiviso con l'Accademia di Belle Arti. “Una struttura bellissima” spiega Giulio Manieri Elia, direttore delle Gallerie “che però aveva da tempo bisogno di un rinnovamento importante, specie da quando l'Accademia di Belle Arti ha lasciato gli spazi al piano terra, nei primi anni Duemila. Ecco allora il progetto dell'allora Ministero dei Beni Culturali denominato Grandi Gallerie, che comprende non solo restauri architettonici, ma anche il riallestimento delle collezioni e un miglioramento generale dei servizi”. Un progetto ambizioso, aggiungiamo: quegli spazi ritrovati consentono finalmente di esporre al meglio le opere, ma contemporaneamente necessitano di ingenti fondi per essere recuperati; e non si può certo “fermare tutto”, chiudendo le porte ai visitatori per lavorare meglio. “Oltre al Ministero, per fortuna ci hanno aiutato e ci stanno aiutando anche numerose fondazioni straniere, sia per il restauro degli spazi sia per quello delle opere stesse ” aggiunge il direttore. “Il processo è lungo, ma poco alla volta stiamo arrivando alla meta: già in questi giorni si possono ammirare alcune novità. E a settembre potremo inaugurare altre aree e percorsi”.


L'ingressso delle Gallerie dell'Accademia, Venezia - foto Stefano Brambilla

Manieri Elia è direttore del museo dal 2019, ma a vario titolo ha vissuto tutta la sua carriera professionale all'interno delle Gallerie: dunque le conosce come le sue tasche, le ha studiate fin negli angoli più nascosti e le ama come un figlio. Lo percepiamo mentre ci conduce di sala in sala, facendoci osservare le novità e immaginare quello che verrà – anche se non è facile concentrarsi sugli aspetti museali, confessiamo, quando su ogni parete ammiccano capolavori assoluti dell'arte italiana: alle Gallerie non è difficile farsi prendere dalla sindrome di Stendhal. In ogni caso, il percorso di visita ridisegnato dal nuovo progetto parte dal primo piano: qui sono conservate le opere realizzate tra Duecento e Cinquecento, mentre al piano terra quelle tra Seicento e Ottocento. “Certo, sarebbe stato meglio proporre un percorso contrario” spiega il direttore “ma avevamo un vincolo: quanto sopravvissuto del prezioso allestimento di alcune sale del primo piano realizzato da Carlo Scarpa tra il 1945 e il 1963. Non potevamo sconvolgerlo: è anch'esso un'opera d'arte tra opere d'arte”. Scarpa, veneziano, classe 1906, è stato tra i più importanti architetti e designer del XX secolo: queste sale sono anche un ricordo e un tributo alla sua figura.

VENEZIA, UNA STORIA DI 1600 ANNI
Dicevamo del percorso. Lo scalone che parte dal nuovo bookshop/biglietteria porta subito al cospetto di un capolavoro tardogotico di Jacobello del Fiore, il cosiddetto Trittico della Giustizia. E non c'è introduzione migliore: perché questa è l'opera che meglio di tutte celebra Venezia nella sua magnificenza, quella che in un tripudio di allegorie racconta l'orgoglio veneziano di secoli fa. “Fu realizzata nel 1421” spiega Manieri Elia “per celebrare i mille anni della città, che è raffigurata come la Giustizia ma anche come Vergine annunciata”. Della fondazione di Venezia, il giorno dell'Annunciata del 421, si festeggiano quest'anno i 1600 anni. E pazienza se la data è leggendaria e le nebbie lagunari celano i primi anni di vita della Serenissima: quella di Venezia è la storia di una comunità che ha visto nella figura portatrice di un sommo bene (la Vergine che ricevette l'Annuncio, appunto) il simbolo cui ispirarsi per fare il “suo” bene al mondo. “Unico albergo a dì nostri di libertà, di giustizia, di pace, unico rifugio de' buoni” scriveva - riferendosi alla Serenssima - Francesco Petrarca nel 1364. 


Il Trittico della Giustizia di Jacobello del Fiore - Gallerie dell'Accademia, Venezia - foto Stefano Brambilla

Dopo Jacobello, le prime sale e i primi capolavori: lo straordinario oro trecentesco di Paolo Veneziano, la grande pala di Giovanni Bellini (con quel mosaico che ricorda tanto la basilica di San Marco). Ma è nelle piccole, minute sale IV e V, “il capolavoro di Scarpa” secondo il direttore, che si rimane stupefatti. Scarpa riunì una vicino all'altra piccole tele di grandi maestri: soffermatevi davanti alla Madonna con il Bambino tra le sante Caterina e Maddalena, dove sempre il Bellini fa emergere le figure da un fondo nero, quasi fossero illuminate da una candela; ammirate la Madonna dello Zodiaco di Cosmè Tura, con la fascia astronomica dorata che emerge dalle spalle della Vergine e quei due uccellini – un picchio muraiolo e un cardellino - posati sui grappoli d'uva; notate i piccoli particolari di San Giorgio del Mantegna (l'armatura lucente!) e San Girolamo di Piero della Francesca (lo sguardo del santo!), che fanno sospirare ogni amante dell'arte del Quattrocento. 


San Gerolamo e un devoto (Piero della Francesca) e Madonna dello Zodiaco (Cosmè Tura) - Gallerie dell'Accademia, Venezia - foto Stefano Brambilla​

LUCE NATURALE E NUOVI APPARATI DIDATTICI
“Quello che pochi musei al mondo possono vantare” continua Manieri Elia entrando nelle sale successive “è il racconto continuativo di come una comunità si è evoluta culturalmente, i suoi passaggi attraverso l'arte”. E all'Accademia, che, ricordiamo, ospita prevalentemente opere di scuola veneta, questo concetto è semplice da afferrare. Venezia cambia, evolvono i rapporti con l'Europa e con essi l'arte, da un anno all'altro, da un secolo all'altro. Per esempio, passano pochi anni dalle opere di Giovanni Bellini e già con Giorgione si assiste a una rivoluzione: “ne La Tempesta il paesaggio diventa per la prima volta un soggetto autonomo, passa da essere uno sfondo a essere protagonista. È un'intelligente elaborazione di suggestioni dell'arte nordica” spiega il direttore, mostrando nella stessa sala altre opere coeve che permettono di comprendere il passaggio di Venezia al pieno Rinascimento. Poi arriva il Cinquecento, con le tumultuose folle del Tintoretto, la struggente Pietà di Tiziano, le vesti broccate del Veronese - di cui all'Accademia si conserva un'opera capitale, non foss'altro per le dimensioni (13 metri di lunghezza), ma anche per la storia che porta con sé: un'Ultima Cena talmente sui generis, con tutti quei soldati, buffoni, nani e cani che si affastellano intorno alla tavola, che il pittore dovette trasformarla in un “Convito in casa di Levi”, inserendo la citazione del passo che narrava l'evento nel Vangelo di Marco.


La Tempesta di Giorgione - Gallerie dell'Accademia, Venezia - foto Stefano Brambilla​

Queste grandi sale, tuttavia, raccontano molto anche del nuovo “contenitore” che ospita un così prezioso contenuto: inaugurate nel 2019, mostrano chiaramente le idee in merito del direttore e dello staff delle Gallerie, condivise con il Segretariato MIC del Veneto che ha diretto i lavori. In primis, un colore neutro alle pareti; poi una luce il più possibile naturale e diffusa, proveniente da grandi lucernari ma anche da pannelli luminosi a LED discreti e molto alti nella stanza. “Non ci piace la drammatizzazione, il buio da cui emergono le opere – e non avrei mai rinunciato alla luce naturale” conferma Manieri Elia, che mostra anche i nuovi apparati didattici, con tre livelli di approfondimento: un totem introduttivo a ogni sala, una scheda mobile più dettagliata, didascalie “parlanti” per tutte le opere (ben leggibili, a una giusta altezza, in doppia lingua, con testi chiari anche per un pubblico non esperto: davvero un esempio da seguire). Non mancano le audioguide.
 

L'allestimento delle sale inaugurate nel 2019 - Gallerie dell'Accademia, Venezia - foto Stefano Brambilla​


Un esempio di didascalia - Gallerie dell'Accademia, Venezia - foto Stefano Brambilla​


L'allestimento delle sale inaugurate nel 2019 con la tela del Veronese in fondo - Gallerie dell'Accademia, Venezia - foto Alessandra Chemollo

LA RISCOPERTA DEL CORRIDOIO PALLADIANO
E poi eccolo, il maestoso e luminoso Corridoio palladiano, finalmente riconsegnato alla visita proprio in questi giorni dopo due anni di lavori di restauro curati dal Segretariato regionale del MiC per il Veneto. Palladiano perché realizzato su progetto di Palladio, si trova in corrispondenza del secondo ordine di logge immaginato dal grande architetto per il convento della Carità. “Per ora lo spazio è vuoto” spiega il direttore “ma presto sarà allestito con le opere di Jacopo Bassano, Bonifacio Veronese, Tintoretto e molti altri. Però la vera sorpresa sarà un'altra”. A Manieri Elia brillano gli occhi: si capisce che sta parlando di un progetto cui tiene molto. E non a torto: perché non capita tutti i giorni di poter finalmente ricostruire un intero soffitto rinascimentale recuperato con una vera e propria caccia al tesoro. “Si tratta della ricostituzione del soffitto dipinto da Giorgio Vasari per Ca' Corner Spinelli, che era stato smembrato nel Settecento in numerosi pezzi. Un'opera che è stata un punto di svolta, influenzando Veronese e Tintoretto. E che grazie a un paziente lavoro di ricerca e acquisizioni, durato anni, abbiamo finalmente ricomposto nella sua quasi totale interezza”. Ci sarà anche spazio per l'esposizione dei disegni: non dimentichiamo che l'Accademia possiede 20 opere di Leonardo, tra cui il celebre Uomo vitruviano. Non vediamo l'ora di tornare per vederlo completo, questo bianco Corridoio. 


Il direttore delle Gallerie dell'Accademia Giulio Manieri Elia nel Corridoio Palladiano restaurato


Il cortile con il Corridoio Palladiano segnato dalle arcate del primo piano - Gallerie dell'Accademia, Venezia - foto Stefano Brambilla​
 
Il primo piano non è finito. Anzi. Oltre agli spazi allestiti nella grande chiesa, dove il percorso diventa tematico sulle opere di provenienza ecclesiastica, mancano ancora due dei fiori all'occhiello del museo: le sale che ospitano i grandiosi cicli di Bellini e Carpaccio, quello dedicato ai Miracoli della Vera Croce e quello di Sant'Orsola. Due monumenti imprescindibili per capire la Serenissima del Quattrocento, nel senso che in essi si ammirano magnifiche e vivide vedute della città, oltre a tanti, tantissimi personaggi dell'epoca nei loro vivacissimi costumi. Il ciclo del Carpaccio, poi, è stato appena restaurato e riportato a uno splendore armonico: si passerebbero ore ad ammirarne i particolari, dalle architetture fantasiose alle acconciature raffinate, fino alle vele e alle imbarcazioni che solcano le acque della laguna.


La sala dedicata al Ciclo di Sant'Orsola di Vittore Carpaccio - Gallerie dell'Accademia, Venezia - foto Stefano Brambilla


Particolare del Ciclo di Sant'Orsola di Vittore Carpaccio - Gallerie dell'Accademia, Venezia - foto Stefano Brambilla​

I PROGETTI PER IL FUTURO
Salutiamo la bionda e sorridente Maria bambina che sale al Tempio nella grande naturalezza di Tiziano e scendiamo al piano terra, dove, come dicevamo, dal 2016 è stato allestito lo spazio per le opere dal Seicento all'Ottocento. Passano i secoli, la Repubblica della Serenissima scivola lenta verso il declino, ma la sua arte continua a stupire il mondo: dapprima con Tiepolo e Piazzetta, poi con Canaletto e Bellotto, poi ancora con Canova e Hayez. Di ciascuno di quesi grandi artisti è conservato almeno un capolavoro: come la grande e luminosa tela del Tiepolo dedicata a Sant'Elena che scopre la vera Croce, tela che decorava il soffitto della chiesa delle Cappuccine – “per ammirarne al meglio gli arditi scorci prospettici, è stato scelto di posizionarla inclinata” spiega il direttore. Altrettanto ardita è la Prospettiva con portico del Canaletto, che racconta un pezzo di storia dell'Accademia di Belle Arti: “Canaletto fu eletto professore di architettura prospettica nel 1765 e questa tela era la pièce de réception, ovvero la prova di ammissione per la docenza all'Accademia” racconta Manieri Elia, che poi si sofferma su un bellissimo autoritratto di Rosalba Carrera, dipinto a pastello su carta. La Serenissima vede la sua fine con Napoleone e – tranne poche opere – anche la collezione dell'Accademia si conclude a inizio Ottocento. Paradossalmente, fu proprio Napoleone a favorire la raccolta dei capolavori in un museo: la soppressione di tutti gli ordini ecclesiastici nel 1810 causò la raccolta forzata delle opere contenute in chiese e strutture religiose, anche se ci vollero astuzie e contrattazioni perché tutto non fosse disperso tra Parigi e Milano. “Fu Leopoldo Cicognara, presidente dell'Accademia dal 1808, a raccogliere molti capolavori, tra cui una selezione di gessi canoviani attentamente selezionati per diventare oggetto di studio per gli allievi della classe di scultura. Anche i dipinti dei grandi maestri cinquecenteschi erano stati raccolti con il medesimo obiettivo formativo". 


Sant'Elena scopre la Vera Croce di Giambattista Tiepolo - Gallerie dell'Accademia, Venezia - foto Stefano Brambilla
 

Gessi di Antonio Canova - Gallerie dell'Accademia, Venezia - foto Stefano Brambilla​

Cosa manca ancora, al progetto Grandi Gallerie? “Le due grandi sale al piano terra, innanzitutto” conclude il direttore “che saranno pronte a settembre. Poi l'accesso alla famosa scala ovata progettata da Palladio di cui Goethe, nel 1786, disse che è “la più bella scala a chiocciola del mondo” tanto che “non ci si stancherebbe mai di salirla e scenderla” (e non possiamo che condividere). "Ma c'è ancora tanto da fare: un punto ristoro, per esempio, una fruizione anche del cortile interno. E poi, nuove collaborazioni, contaminazioni con l'arte contemporanea, mostre temporanee da altre istituzioni, come quella che ha visto recentemente protagonista la tela del Lotto proveniente da Vienna”. Perché un museo come le Gallerie dell'Accademia, l'avete ormai capito, non può mai stare fermo. E siamo certi che ogni volta che torneremo troveremo qualcosa di nuovo e sorprendente ad attenderci.


La scala ovata progettata da Palladio - Gallerie dell'Accademia, Venezia - foto Stefano Brambilla

INFORMAZIONI
Le Gallerie dell'Accademia (Campo della Carità, Dorsoduro 1050, Venezia) sono aperte al momento il lunedì, dalle 8.15 alle 14, e dal martedì alla domenica, dalle 8.15 alle 19.15 (la biglietteria chiude un’ora prima); il sabato e la domenica l’accesso è consentito solo su prenotazione, come da attuali disposizioni governative. Il sito web per ogni riferimento e per le prenotazioni nei weekend è gallerieaccademia.it