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Luigi Nacci scrive un elogio della città "ibrida per eccellenza". Crogiolo di genti, di mare e di montagna

"Trieste selvatica", un libro per scoprire il capoluogo giuliano

di 
Tino Mantarro
8 Ottobre 2019
Crogiòlo è una bella parola. Sia da vedere scritta che da ascoltare, anche nella sua versione più desueta e letteraria, con la u: crogiuòlo. In senso figurato, spiega la Treccani, è un ambiente in cui si compie una fusione di elementi diversi. In senso puramente geografico è sinonimo di Trieste. O Trst, Triest, Trieszt o come ognuno preferisce chiamare il capoluogo del Friuli Venezia Giulia.

Perché se c’è un posto nel nostro Paese che è sempre stato un crogiòlo di genti e persone quello è Trieste. Città di mare addossata alle montagne, città italiana e slava, asburgica e mediterranea, un luogo dalla natura eminentemente ibrida. «Eppure ci sono persone che vorrebbero che si rimanesse ancorati a un'idea falsa dell’italianità assoluta di Trieste, ma fortunatamente ci sono anche tanti che cercano di farla tornare alla sua vera natura, che è sempre stata quella di una città multiculturale, ibrida. Che è poi la sensazione che si vive, quella sensazione di essere in un vero altrove. In questo senso la definizione migliore della città l’ha data Jan Morris riassumendola nel titolo del suo libro: Trieste o di nessun luogo» racconta Luigi Nacci, scrittore, poeta e camminatore a sua volta autore di Trieste Selvatica (Contromano Laterza, pag. 196, 14 €).
 
 
Un bel libro denso, ricco e dettagliato, che si aggiunge al ben popolato scaffale di volumi dedicati alla città giuliana, quasi un genere letterario a parte per una città assai letteraria. Così intimamente legata alle pagine che qui sono state scritte che è candidata a città creativa della letteratura Unesco. «In effetti Trieste è un luogo con una letteratura a se stante, è un luogo che merita un capitolo a parte nelle storie della letteratura degli ultimi due secoli, perché c’è Svevo e ci sono Joyce, Saba e Magris, Boris Pahor e una lista davvero infinita di scrittori e poeti» spiega Nacci.

«Tutte voci che contribuiscono a creare il fascino della città, voci che di quel fascino si sono nutrite. Che certo c’è il fascino della Mittleuropa, del porto dell’Impero che fu Austria, che respiri appena arrivi. Ma c’è anche quello della porta dell’Est, porta d'accesso dei Balcani che iniziano giusto qua, dietro Trieste. Tutto contribuisce poi a costruire quella fascinazione per la città di carta, raccontata, che muove molte persone a venire fino a qui per cercarla, perché in definitiva esiste, non è una creazione letteraria».
 
 
«Siamo un posto dalla mitologia complessa, assai italiana, fieramente italiana, ma legata poi a quell’idea aperta dell’Impero asburgico che per sua natura era multiculturale, e proprio qui a Trieste aveva prodotto tante città nella città». Una pluralità che non è solo di appartenenze nazionali, ma che è una vera e propria stratificazione sociale.

«In questi anni – prosegue Nacci – è anche una città che si è infighettita e gentifricata, ma a saperla cercare conserva una sua natura assai selvatica e popolare». Anima selvatica che si percepisce «ancora in alcuni quartieri, in certi vicoli e certi personaggi, nei modi burberi di fare, in quell’essere comunque informali». Modi che secondo Nacci sono un portato della storia «perché qui non c’è mai stata una nobiltà, è stata sempre una città borghese e proletaria, che viveva di una sua grande libertà».
 
 
Ma soprattutto il suo essere città selvatica si ritrova quando ci si inoltra nel Carso, realtà geografica che fa parte della città tanto quanto il mare, anzi come scrive Nacci «ne è il suo apparato scheletrico e muscolare, popalcci tesi, pelle abrasa, unghia sporche». Un apparato di indicibile per quanto dura, difficile, bellezza. Una bellezza selvatica e disordinata che fa il paio con la bellezza ordinata ed elegante del borgo teresino e della città che si stende ai suoi piedi. «Trieste è selvatica fuori e dentro, sei sulle rive, ti volti e vedi il Carso dietro, boschi che entrano in città, gli orsi dietro casa. La possibilità di partire da qua, iniziare a camminare e camminare e arrivare senza incontrare anima viva nel cuore dei Balcani e ancora oltre».

Quell’oltre di cui Trieste rappresenta una porta, «un luogo da attraversare che non si giudica – scrive Nacci in un passo del libro – dalle sue dimensioni e dal materiale, ma dalla quantità di gente che la oltrepassa». Gente che passa e che è passata, gente che ha fatto la città quel che è, un crogiòlo appunto.
 
Aperto al mare, certo, ma popolato dal suo entroterra, specie da quell’Istria che ancor di più è stato crogiòlo e che per molti oggi è solo un luogo dove andar al mare d’estate. Eppure – prima che il Novecento costruisse i suoi confini, dividesse a forza quello che diviso non era, aprendo a furia di guerre mondiali ferite ancora sanguinanti – l’Istria era un tutt’uno, un’altra parte che contribuiva a fare di Trieste quel che era. Una verità storica che il volume di Nacci riporta in vita, quasi ci fosse bisogno di fare i conti con il passato, mettere in chiaro le cose, allentare certe interpretazioni semplicistiche e dicotomiche per andare avanti.
 
«Un libro per mettere insieme le sue varie anime, quella italiana e quella slava, quella di mare e di montagna. Città diverse che si incontrano in questa che per sua natura, storica e geografica è una soglia. Poi sta a ognuno di noi interpretarla per il verso giusto». E Nacci l’ha fatto, sottolineando che «non ci sono i barbari al di là del confine, non c’è confine, noi siamo il confine, noi siamo i barbari». Perché come i naturalisti, e certi antropologi, sanno da tempo: in natura non esistono frutti puri. I frutti puri impazziscono.